Lucci: vi racconto il Morricone privato e segreto

Lo scrittore aquilano e un’amicizia nata per un libro «Per 2-3 anni ogni mattina mi ha fatto entrare nella sua vita»
Dietro quelle pennellate musicali d’autore, quei fraseggi armonici, quelle note che disegnano sublimi traiettorie melodiche sul pentagramma c’è un uomo semplice, genuino, burbero solo all’apparenza, ma in realtà legato ai valori autentici, quelli di una volta. Proviamo a scoprire l’Ennio Morricone segreto, l’uomo goloso di cioccolato e innamorato della propria musica, ordinato dentro il suo disordine. Testimone ideale è Gabriele Lucci, direttore artistico e scrittore aquilano, che ha condiviso con lui – tra il 2005 e il 2008 – un tratto di strada, coinciso con la realizzazione di “Morricone, cinema e oltre”, edito da Mondadori Electa, Accademia dell’Immagine (foto di Gianni Berengo-Gardin), un libro scritto praticamente a quattro mani con il compositore recentemente scomparso. Morricone svelava pian piano i segreti della sua vita privata e professionale mentre Lucci annotava, registrava, esaltava attraverso la scrittura i pregi di un autentico maestro del nostro tempo.
Come è nata l’idea e come è nato l’incontro con Ennio Morricone?
«Io pensai a Ennio Morricone perché sui libri dedicati alle stelle del cinema, dopo quello su Vittorio Storaro (vincitore di tre premi Oscar per la fotografia ndr), mi venne in mente lui. Era un obiettivo importante. Io gli scrissi, ma lui non mi rispose subito. Ormai avevo perso le speranze quando, dopo 5-6 mesi, mi arriva una telefonata mentre ero a Roma. All’altro capo del telefono Morricone mi dice: “Guarda, va bene, facciamo il libro”. Io gli spiegai quale fosse la mia intenzione, e cioè che non volevo scrivere io un libro su Ennio ma un libro di e con Ennio. Infatti, nel volume lui parla in prima persona».
È stato un lavoro complesso?
«Volevo far emergere tutta la sua vita professionale e i sentimenti che hanno animato di volta in volta le musiche, considerando che per lui era importante la produzione musicale per il cinema, ma altrettanto importante quella extra cinema, quindi la musica da camera, sinfonica. Ci teneva molto a non parlare solo di musica per il cinema e aveva ragione».
Nel privato com’era il maestro?
«Mi era stato dipinto come un personaggio schivo, per certi versi anche non facilmente accostabile, ma devo dire che la simpatia è stata reciproca a prima vista. In realtà non ho trovato nulla di ciò che mi era stato detto. È stata una persona disponibilissima, anche se il lavoro sul libro è durato 2-3 anni, faticoso ma piacevole, e risarcisce me e i miei collaboratori della fatica e del piacere di portare avanti questa impresa editoriale».
Come eravate organizzati?
«Ci sentivamo la mattina alle 8.20. Lui si alzava, faceva i suoi esercizi e poi ci sentivamo. Era un lavoro a incastro, bisognava tener conto dei suoi tempi, di quelli della casa editrice e poi dei nostri. Lui è stato molto preciso, una volta che abbiamo individuato la strada è stato sempre molto attento, presente e disponibile ad aprire il suo studio».
Ecco, parliamo del suo studio?
«È dentro casa e vi trovai di tutto. Riuscire a farsi largo in mezzo a spartiti, premi, a una summa del suo lavoro, non era cosa semplice, soprattutto non era facile convincerlo a parlarne. Un giorno gli dissi: “Ennio, mettiamo in tavola tutto e poi decidiamo cosa far emergere”. Il tutto avveniva durante le giornate a casa sua: spesso mi faceva rimanere di stucco perché si alzava all’improvviso, andava al pianoforte e mi faceva ascoltare i suoi pezzi, in particolare “C’era una volta in America” e le colonne sonore degli altri film di Sergio Leone, con cui aveva avuto un rapporto simbiotico. Mi raccontava che nei film di Leone la musica a volte anticipava le riprese. Spesso lui faceva sentire la musica e solo dopo Leone ci metteva le immagini, come per esempio nel film “C’era una volta il West”, nel momento in cui la macchina da presa si alza e inquadra il villaggio, con l’approssimarsi di Claudia Cardinale alla comunità. Ennio, poi, aveva grande simpatia per Peppuccio Tornatore, di cui aveva stima enorme. Una cosa per cui si incazzava a morte, e non posso citare i nomi, era quando registi importanti gli suggerivano di usare come spunto la musica di altri, per esempio Debussy. Lui rifiutava sdegnato. Dico io: era come chiedere a Picasso di fare un quadro stile Renoir...».
Cosa l’ha convinto a collaborare con una persona che non conosceva e ad aprirsi?
«Il primo incontro è stato fondamentale, credo che lui abbia deciso di fare il libro quando ci siamo conosciuti, non perché potessi ispirare chissà quali simpatie, ma perché mi sono approcciato in maniera spontanea e sincera sul progetto. Parlare per la prima volta in tempi più esaustivi possibile della sua vita personale e professionale. Nel giro di due, tre anni si è consolidato un rapporto di amicizia».
In pubblico Morricone ha sempre sostenuto che Mission è il brano migliore che avesse scritto. Ce n’è un altro in particolare al quale lui era legato?
«Con Mission lui pensava davvero di vincere l’Oscar e in effetti lo meritava. Fino al momento dell’Oscar alla carriera era giustamente in attesa di un qualcosa che il mondo del cinema gli riconoscesse. Non esistevano musiche e film preferiti, ma emergeva il lavoro di collaborazione con il regista. Aveva avuto un bellissimo rapporto con Leone, Tornatore. E poi con Brian De Palma, con il quale si emozionò molto durante il primo incontro perché il collante emotivo non fu la traduzione del loro colloquio, ma l’empatia guidata dalla musica. “Alla fine ci siamo abbracciati commossi”, mi raccontò, “perché la musica era qualcosa di universale”».
Che gusti musicali aveva il maestro?
«Gli chiesi chi gli piacesse nel mondo musicale moderno, anche pop. Mi rispose che apprezzava Laura Pausini e per il cinema più di una volta ha parlato di Carlo Crivelli, compositore che risiede a Fossa. A livello internazionale gli piaceva Bernard Hermann, il musicista dei film di Alfred Hitchcock, Orson Welles, François Truffaut, Brian De Palma e Martin Scorsese. Mi colpiva il fatto che in base ai suoi racconti Ennio sembrava aver vissuto dieci vite. Gli dicevo ammirato: ma come hai fatto a scrivere tutta questa roba, da “Se telefonando” alla musica colta da camera, dalle musiche per la televisione a quella per il cinema. Sembrava normale».
Il rapporto tra Morricone e L’Aquila è stato espresso in più occasioni, con il maestro visibilmente commosso dopo il terremoto. Lei che ricordi ha?
«Ci eravamo sentiti poco prima del terremoto del 2009, avevamo presentato il libro a Milano alla Mondadori, poi alla Casa del cinema a Roma e al cinema Massimo all’Aquila. Dopo il sisma non solo venne subito all’Aquila, ma mi chiamava la mattina per sapere come stessi e non so come fosse riuscito a trovare l’indirizzo, ma mi spedì il cofanetto con l’Opera Omnia delle sue opere. Mi fece commuovere. Proprio sul Centro uscì l’elenco dei suoi tre-quattro amici dell’Aquila e fui onorato di vedere citato il mio nome insieme a quelli di Crivelli, al musicologo Walter Tortoreto e a pochi altri».
Ricorda qualche aneddoto legato all’Aquila?
«Un pomeriggio, erano le prime volte che andavo a casa sua, mi parlò del lavoro con Clint Eastwood. Era contento dell’Oscar che gli era stato consegnato dal regista e attore americano per il quale aveva composto le musiche per “Al centro del mirino”. Prima della consegna dell’Oscar, Clint era andato a trovarlo all’Istituto italiano di cultura ed Ennio non se l’aspettava. Io, di fronte a questi incontri così importanti, ebbi l’infelice idea di dirgli “Vabbé Ennio, ora me ne torno al mio paesello” e lui alla romana mi rimbrottò: “Ma quale paesello, L’Aquila è una città importante per me, io sono cittadino onorario dell’Aquila”».
In realtà è il legame con l’Abruzzo a essere sempre stato forte. Ne avete mai parlato?
«Lui aveva grande simpatia per tutta la nostra regione, aveva un legame sorprendente. Al di là del libro, del suo genio musicale, alla fine quello che mi rimane è il privilegio di aver lavorato con lui 2-3 anni e di aver ricevuto in regalo uno straordinario rapporto umano».
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