Luoghi comuni e bufale Solo la ragione può salvarci

Cento studiosi raccontano come sopravvivere alle false credenze nel saggio “Pregiudizio universale”: «E non è vero che il pesce fa bene alla memoria»
di Giuliano Di Tanna
L’abito non fa il monaco; i bambini sono buoni; con la cultura non si mangia; le donne non sanno guidare; i giovani non leggono; le ideologie sono morte; gli immigrati ci rubano il lavoro; il jazz è difficile; la letteratura italiana è morta; la mafia è invincibile; di mamma ce n’è una sola; non ci sono più le mezze stagioni; la musica classica va ascoltata in silenzio; il Nord ha colonizzato il Sud; il pesce fa bene alla memoria perché contiene fosforo; i politici sono tutti ladri; la Rete non ha padroni; la salute non ha prezzo; il Sud vive alle spalle del Nord.
L’elenco dei luoghi comuni potrebbe continuare e continua in un libro, pubblicato da Laterza, intitolato “Pregiudizio universale” (416 pagine, 18 euro), una raccolta di saggi di diversi autori, ognuno dei quali affronta una di queste credenze, in un corpo a corpo intellettuale che mira a confutarle, a dimostrarne l’infondatezza. Così lo stilista Antonio Marras commenta "L'abito non fa il monaco"; la storica Anna Foa "Gli ebrei sono intelligenti"; la sociologa Chiara Saraceno "La famiglia è un valore". E ancora, il governatore della Banca d'Italia Ignazio Visco spiega perché non è vero che “con la cultura non si mangia", mentre la blogger milanese Elasti smentisce il detto "mogli e buoi dei paesi tuoi" rievocando l'incontro con il futuro marito barese. Nel libro sono un centinaio gli “esperti” che cercano di mettere Ko i luoghi comuni quelli più duri a morire nei discorsi pubblici e privati italiani.
Il volume arriva a proposito, nel bel mezzo del dibattito sulle fake news, le finte notizie, nato sulla scorta della campagna elettorale per le presidenziali Usa, con Donald Trump e Hillary Clinton a darsela di santa ragione ricorrendo anche alle bufale. E a ratificare il fatto che siamo entrati nell’era delle false verità c’è anche l'Oxford Dictionary che ha eletto parola dell'anno «Post-Truth», post-verità: un neologismo che indica la supremazia dell'emotività sui fatti, la facilità con cui le bufale vengono raccontate e accolte dal pubblico.
Se la parola «Post-Truth» si è fatta strada nel nostro lessico soltanto nel corso dell'ultimo anno, la tendenza che le sta alla base è tutt'altro che nuova. Il pregiudizio, spiega nella prefazione al volume di Laterza, il linguista Giuseppe Antonelli «è uno spazio mentale condiviso, stretto e affollato. Consola e rassicura, si diffonde e rafforza proprio perché è comune: definisce e rinsalda la coesione di un gruppo, disegnandone un'identità».
A essere prese di mira, nel libro, sono molte parole d’ordine variamente declinate oggi in slogan che riguardano la società (globalizzazione, rete, tecnologia, web), l’economia (austerità, competitività, crescita, mercato), la politica (corruzione , costituzione, democrazia, sondaggi), la cultura (biblioteche, festival, libri, scuola). «Parole e slogan», scrive Antonelli, «su cui negli ultimi anni si sono costruite e diffuse quelle convinzioni collettive che gli autori chiamano di volta in volta dogmi, miti, superstizioni di massa. Nuovi pregiudizi che, come i vecchi, si fondano su un frainteso luogo della quantità».
«Perché ci si affida ai pregiudizi?», si chiede Antonelli. «Perché si fa prima, appunto. Perché i pregiudizi non pongono domande e non chiedono verifiche. Sono lì, belli e pronti, adatti a qualunque uso: sono idee preconfezionate. Le abbiamo ricevute (“idees recues”, dicono i francesi) e ce ne serviamo per fare più in fretta (...) Già: ma da chi li abbiamo ricevuti i pregiudizi? Dalla tradizione, di solito. Sono giudizi sedimentati nel tempo, diffusi attraverso il passaparola, trasmessi di generazione in generazione. I pregiudizi ci precedono, a volte di secoli; vengono da quegli antichi, che – come recita l’adagio – mangiavano le bucce e buttavano i fichi. E, sia detto per inciso, facevano male».
«Infatti», scrive Marcello Ticca, nel suo saggio su “Il pesce fa bene alla memoria perché contiene fosforo”, «è proprio nella polpa che i nutrienti vengono sintetizzati utilizzando l’energia solare e le sostanze tratte dal terreno. Invece le uniche funzioni della buccia sono quelle di proteggere il frutto e, se ingerita, di fornire utili fibre insolubili di tipo cellulosico».
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