Magalli shock: ho lottato con un tumore

23 Gennaio 2023

Il conduttore a Verissimo: «Ho perso 24 chili, ma sto bene. I colleghi? Ne ho visti pochi»

ROMA. Dimagrito di 24 chili, Giancarlo Magalli è tornato in tv dopo mesi di assenza, ospite di Silvia Toffanin a Verissimo, e ha raccontato la sua lotta contro il linfoma. «Mi sto riprendendo un po’ alla volta, sono guarito», ha spiegato il conduttore. «Tutto è iniziato meno di un anno fa, sentivo un dolore quando andavo a letto la sera, e sono andato a fare degli accertamenti. I medici hanno visto qualcosa che non li ha convinti. Avevamo messo in preventivo ulteriori esami. Ma ho preso un’infezione, di colpo, abbastanza seria. Febbre a 40, delirio. Meno male che ero a casa e c’era una delle mie figlie, che ha chiamato l’ambulanza. Sono stato curato per questa infezione. Avevo delle visioni. Facevo cose, sotto effetto di farmaci, che non avrei dovuto fare», ha raccontato. «Una sera mi sono strappato i cateteri. Lo dobbiamo legare a letto, hanno detto i sanitari, altrimenti ci vuole qualcuno che lo controlli». A quel punto «è successa la prima delle cose belle in questa vicenda: le mie famiglie», ha detto Magalli, due matrimoni alle spalle, «si sono mobilitate, hanno fatto dei turni tutta la notte. L’infezione è finita, ho proseguito gli accertamenti ed è venuto fuori che avevo un linfoma attorno alla milza. È un tumore di quelli che si possono curare», ha aggiunto. «Me lo hanno detto subito: si cura, ci vorrà qualche mese. In effetti ora non ce l’ho più. Sto facendo una terapia leggera, una rifinitura. Mi è costato 7 mesi fra ricoveri, a casa, fuori casa, fisioterapia, persone che ti devono stare vicine per le iniezioni e le pasticche. Alle mie figlie hanno detto, appena diagnosticato: “Se si cura guarisce, se non si cura tra due mesi muore”. Erano tutti terrorizzati, ma a me non l’hanno detto». Oggi Magalli si sente «bene. Non ho più problemi a camminare, a mangiare, a dormire. Non prendo quasi più farmaci. Non speravo qualche mese fa di arrivare a una conclusione così rapida». Della malattia «sapevano in pochi. Non se ne parla un po’ per scaramanzia, un po’ perché bisogna capire in che direzione si va». I colleghi? «Non è che si sono affollati, chi si è preso miei programmi aspettava che non mi rimettessi in piedi. Gli amici mi sono stati vicini, altri meno amici non si sono fatti vivi, ma di quelli chi se ne frega». Quanto alla Rai, «pago il canone come tutti», ha detto con ironia, «e aspetto che si facciano vivi. La Rai è la Rai. Ci lavoro da più di 50 anni. La conosco. Quando dissi che la riconoscenza non era proprio il forte della Rai ero arrabbiato. Ma è vero. La Rai non è un capo con cui hai un rapporto buono o cattivo. Cambia continuamente. Ti trovi a parlare con persone diverse. Ho scritto a Coletta, il direttore, per fargli sapere che ero vivo e che stavo bene, nella speranza che si riesca a ricostruire qualcosa. Gli converrebbe. I programmi che ho lasciato con la malattia e che hanno dato a qualcun altro sono andati così così».