Massimo e Achille «Ci ha uniti il dolore per i nostri figli...»

8 Maggio 2016

PESCARA. Un grande dolore ha rafforzato la loro amicizia, che dura da ben 42 anni. I loro figli si sono ammalati nello stesso anno, il 1998, a distanza di pochi mesi l'uno dall'altro e da quel...

PESCARA. Un grande dolore ha rafforzato la loro amicizia, che dura da ben 42 anni. I loro figli si sono ammalati nello stesso anno, il 1998, a distanza di pochi mesi l'uno dall'altro e da quel momento la vita ha preso una piega imprevista. Lavoravano in banca e oggi sono i punti di riferimento di tutti i genitori che hanno bambini colpiti da malattie oncoematologiche.

Massimo Parenti, pescarese, 63 anni e Achille Di Paolo Emilio, 62 anni, nato a Spoltore, sono i fondatori dell'Agbe, Associazione genitori bambini emopatici nata sedici anni fa e operativa nella casa famiglia Trenta ore per la vita di via Passo della Portella. Massimo e Achille sono persone dai caratteri differenti: vulcanico e travolgente il primo; riflessivo e paziente il secondo. Il concetto lo chiariscono meglio loro due. Massimo, figlio di Tosca e Umberto, da ragazzo fuciliere assaltatore ad Ascoli e in seguito militare alla Berardi di Chieti : «Io sono un fochetto, sono sanguigno, mi accendo perchè voglio subito arrivare al sodo delle cose. Achille, invece, è troppo lento. Ha i suoi tempi, ma è buono, dolce e pacioccone». Achille, un passato da vice presidente della Federazione ciclistica italiana, figlio di Maria e Panfilo, da giovane, artigliere a Udine : «Massimo va a mille , è logorroico, presenzialista e sempre al centro dell'attenzione, troppo esuberante. Con lui anche una passeggiata diventa una corsa e quando prendiamo il caffè insieme, io sono ancora a girare il cucchiaino, lui è già sulla porta che mi rimprovera: datti una mossa».

Il segreto di una così lunga amicizia? «Ci sopportiamo amichevolmente. Ci arrabbiamo. Una volta siamo stati anche alcuni giorni senza parlarci, ma poi ci diamo una pacca sulle spalle e tra di noi torna il sereno». Un legame «litigarello e fraterno», ma indissolubile: «Ormai staremo insieme finchè morti non ci separi», scherzano. Ironizzano, giocano, si punzecchiano, ma si vogliono «un gran bene». Si definiscono «persone perbene che amano ciò che fanno».

Si conoscono dal 1974, impiegati alla banca di Credito italiano di corso Umberto. Una tranquilla vita da bancari, poi la drammatica svolta. Nell'aprile del 1998, Dario, oggi 27enne, laureato in economia, figlio di Achille, scopre di avere un linfoma non Hodgkin. Il bimbo aveva solo nove anni. Qualche mese dopo, a dicembre, il giorno di Natale, anche il figlio di Massimo, Matteo, oggi 23enne (all'epoca di 6anni) terzo anno di Medicina a Chieti, finisce in ospedale a causa di una leucemia linfoblastica. Da quel momento il legame tra i due colleghi diviene più complice.

I bambini «rischiavano la vita e si aspettavano che papà li salvasse». In quei giorni in cui il mondo ti crolla addosso, Massimo dà di matto in ospedale quando scopre che nel reparto di ematologia i piccoli dividevano gli spazi con gli anziani. «La prima volta che misi piede nel reparto, all'epoca diretto dal primario Giuseppe Fioritoni», ricorda Parenti, «non sopportavo l'idea che mio figlio di sei anni, ma anche gli altri bambini, dovessero stare insieme agli adulti. Ero un cane sciolto e arrabbiato e bloccavo gli ingressi agli adulti. Volevo il rispetto per i bimbi ricoverati. Finché un giorno, il professor Glauco Torlontano, mi disse: “Se ci tieni tanto, fonda un'associazione che si occupi di queste problematiche”».

L'intervento del celebre ematologo, con l'aiuto dell'allora direttore sanitario, Vincenzo Stuppia, entrambi scomparsi, dà la spinta risolutiva alla creazione della futura Agbe. «Stuppia salì un giorno in reparto e fece aprire delle stanze riservate all'università e poco utilizzate. Così riuscimmo a dare privacy, alle bambine soprattutto, che potevano cambiarsi d'abito lontano da occhi indiscreti».

Il 31 gennaio 2000, l'Agbe è realtà e Parenti assume la presidenza per anni, fino al dicembre scorso, quando passa il testimone ad Achille. Il logo con i bimbi stilizzati è opera di una mamma, Stefania De Angelis, grafica di professione che mette l'anima per la crescita dell'associazione. Gli aiuti più consistenti arriveranno in seguito grazie alla show girl Lorella Cuccarini e alla sua fondazione, Trenta ore per la vita, guidata da Rita Salci.

Una vita di lotte e ricerca quotidiana di finanziamenti per la sopravvivenza della casa famiglia (e di altre strutture che stanno nascendo tra Pescara e Cepagatti) quella di Parenti e Di Paolo: «Siamo più impegnati oggi ( in pensione rispettivamente da otto e tre anni) di quando lavoravamo in banca. L'associazione è tutta la nostra vita, viviamo qui dentro e siamo in giro a raccogliere fondi, dalla mattina presto a notte inoltrata».

A chi dovete dire grazie? «Oltre a tutti i donatori, naturalmente, dobbiamo ringraziare le famiglie che appoggiano in pieno la nostra missione umanitaria. E Achille deve dire grazie a me che lo sopporto», ridono. Massimo è al secondo matrimonio, è sposato con Antonella e ha cinque figli: Elisa, Silvia, Riccardo, Luca e Matteo. Achille è sposato con Alina e ha due figli, Mariangela, attrice e psicologa e Dario.

«Il mio sogno? Vorrei tanto vederli realizzati professionalmente», confida Achille.

La gente vi dà fiducia, vi affida lasciti testamentari e donazioni consistenti che servono per aiutare gente meno fortunata. Qual è il segreto del vostro successo? Massimo scherza: «Io chiedo i soldi indossando un tutù, la gente ride fino alle lacrime e si commuove». Poi torna serio: «Se oggi sono quello che sono, con tutti i miei difetti, lo devo a mio figlio Matteo che è stato il punto di partenza delle mie ispirazioni e che mi ha permesso di credere in me stesso». Nel pochissimo tempo libero, amano cucinare per gli amici, insieme al mago Gino Iachini, volontario Agbe e, mangiare, soprattutto. «Siamo pastaroli, io amo pesce e mugnaia e Achille odia le verdure. Se avessimo tempo, ci piacerebbe mettere su un ristorantino con non più di 40 posti». Hobby? Massimo: «Amo la fotografia e girare video, non si vede?», dice mentre mostra una distesa di immagini sul tavolo da lavoro. Achille: «I motori, le gare automobilistiche, la velocità in salita».

Se non aveste scelto la carriera in banca, cosa sareste diventati? Massimo: «Avrei aperto un villaggio turistico in Abruzzo». Achille: «Avrei fatto l'attore. Non assomiglio forse a Richard Gere?».

(* Le precedenti puntate sono state pubblicate il 17, 24 aprile e 1° maggio).