Metti giù quelle birre

28 Luglio 2015

Questo racconto è uno degli undici testi inediti che partecipano al Premio John Fante 2015. Quello che otterrà più condivisioni su Facebook, Twitter, Google plus, Linkedin e Pinteres alle 17 di lunedì 10 agosto sarà premiato nella X edizione del Festival letterario Il Dio di mio padre dedicato a John Fante che si terrà a Torricella Peligna dal 21 al 23 agosto 2015. Per votare questo testo clicca sui tasti di condivisione che trovi nella pagina

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Beppe sostiene che fu l’ultima polaroid ricevuta da Toronto a mettere nel cervello del padre l’idea della vigna. Nella foto nonno e zio, Giuseppe e Antonio Vitale, emigrati in Canada vent’anni prima, apparivano con un bicchiere di vino alzato in segno di saluto. “Questo rosso è buono come quello che facevamo al paese pestando l’uva con i piedi. A San Fili, ti ricordi Miché?”  Poi la corrispondenza tra Toronto e Bologna era cessata, per il maresciallo Michele Vitale era venuto il tempo della pensione e per Beppe il tormento della vendemmia: “Ci sono i suoi amici, che vengo a fare” “Sei suo figlio, è giusto che tu ci sia”, ribatteva mamma Rita. Era una questione di orgoglio paterno. Il signor Vitale, nel podere acquistato, ci teneva a non sfigurare con gli amici: che razza di figlio è uno che invece di aiutare il padre nella vigna preferisce uscire per i fatti suoi? Conoscevo Beppe dai tempi del liceo, ero stata arruolata per la vendemmia ed avevo introdotto la mia amica Silvia. Grazie a me si erano conosciuti e sposati. “Un Cabernet così”, diceva il signor Vitale ad ogni assaggio del suo vino, “non l’avete mai bevuto, tra gli undici e i dodici gradi eppure è amabile, vero?” Noi tre bevevamo annuendo e ridevamo alle sue spalle. Silvia era la più feroce: “Sono anni che ci prova ma il vino fa schifo. Gli riesce sempre un bruscone!” Quando rimase incinta, Beppe comunicò che in onore alla tradizione, se maschio si sarebbe chiamato Michele. “Oddio, povero bambino!” aveva detto lei, “che nome da emigrato meridionale!”  Io avevo riso perché quell’esclamazione, unita al disprezzo per il Cabernet prodotto dal Signor Vitale, mi ricordava il Dago Red, il vino rosso con cui venivano identificati gli italoamericani raccontati da John Fante.

I vendemmiatori erano diminuiti e tra le assenze spiccava la defezione di Michy, il nipote quasi maggiorenne del signor Vitale: “Con gli amici esce sempre, una domenica all’anno potrebbe venire ad aiutarci. Le forze mi abbandonano, c’è da fare, e lui dov’è?” Beppe e Silvia ingoiavano l’umiliazione avviandosi nella vigna. I filari erano carichi di grappoli. Ezio, il fido contadino padano, magro e incurvato, si muoveva a scatti come sempre, il signor Vitale invece sembrava invecchiato di colpo: non ricordava dov’era la chiave del trattore, spostava il corpo robusto con esitazione e bestemmiava piano nel tirare giù dalla pila le cassette per la raccolta. A casa la sera Silvia era insorta; non si poteva più fare quella fatica e non sopportava che le si offendesse il figlio. Il vecchio aveva voluto fare il viticoltore dopo la pensione? Bé, se l’era goduta, adesso però bisognava disfarsi del vigneto e tenere la terra per le scampagnate o vendere tutto. “Se non glielo dici tu”, si era rivolta minacciosa verso Beppe”, “glielo dico io”. E durante una visita domenicale, appena il signor Vitale aveva accennato ad un nuovo innesto della vite, era intervenuta. “Invece che alla vite, pensi alla vecchiaia! Finora ce l’ha fatta a fare il vino, ma gli anni passano e noi in pensione chissà se ci andremo!”, aveva finto di sospirare, “e intanto non possiamo impiegare i fine settimana a curare la vigna”. “è roba vostra. Fatene quello che volete. Per me potete pure bruciarla, la vigna” “Papà”, era intervenuto Beppe, “non la prendere così” “E come dovrei prenderla!”, aveva gridato il signor Vitale . Nessuno dei presenti dimenticò la discussione e l’argomento non fu più ripreso, nemmeno alla fine di Settembre, quando di solito il signor Vitale comunicava la data della vendemmia.    

Si avvicinava il compleanno di Michy e Silvia aspettava disposizioni per l’evento.    “I ragazzi affittano sale, prenotano in discoteca, lui invece dove vuole festeggiare i diciotto anni?”, era incredula al telefono, “Nella baracca in campagna per una grigliata!” Li avevo raggiunti per allestire; Beppe scaricava buste piene di braciole e salsicce, Michy si guardava intorno: “Le chiavi del trattore?” Beppe era emerso dal bagagliaio della Punto, “Non penserai di scorrazzarci sopra!” “Macchè, volevo solo farlo vedere”. Una biondina osservava la vigna: “E’ là”, aveva esclamato Michy, e la truppa di ragazzi era scesa a ranghi disordinati nel vigneto. “Poggiamo la spesa e andiamo”, era stato il commento di Silvia. “Tiriamo fuori tavolone e panche dal magazzino. E rilassati un po’”, le avevo detto. Mentre prendevamo le ultime panche era entrato un gruppetto, “E questo è il torchio, ne avevate mai visto uno?”, “Fiiù, è enorme, e tutto di legno”. Il ragazzo che aveva risposto a Michy accarezzava le assi del torchio come fossero di peluche. “Dì a nonno che gli porto una bella squadra per la vendemmia”. Beppe avevano poggiato a terra la panca, “Ma se sono anni che non vieni!” “E bé, che vuol dire”, e battendosi i palmi delle mani in segno di promessa i ragazzi erano usciti. “Figurati se glielo dico, a mio padre. Che magari questo domani cambia idea”, “Magari no”, avevo detto sorridendo. “Mamma, i fiaschi di vino sono nella baracca?” Silvia si era bloccata con le birre fredde tra le braccia: “Oddio! Il bruscone?”  “Se lo vuole…”, aveva risposto Beppe ridendo; non so se del disprezzo per quel vino rosso, riscattato dal loro figlio, o se per la soddisfazione d’immaginare il suo ragazzo alla guida della vendemmia, forse l’ultima del Cabernet  prodotto dalla famiglia Vitale.

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