Milani: «L’Abruzzo è la mia infanzia lì girerò un altro film»

18 Gennaio 2023

Il regista domani in sala a Pescara con il suo “Grazie ragazzi” «Albanese è un attore totale, io ho fiducia in lui e lui in me»

PESCARA. «C’è una frase da “Aspettando Godot” che ben rappresenta il senso del film: “L’umanità siamo noi”. Dobbiamo recuperare la nostra umanità, la partecipazione». Il regista e sceneggiatore Riccardo Milani parla col Centro del suo ultimo lungometraggio, tredicesimo della sua filmografia, “Grazie ragazzi”, che domani, giovedì 19, accompagnerà al multiplex Arca di Spoltore (ore 20.45).
Con lui ci sarà l’attore e stand-up comedian fermano Giorgio Montanini; conduzione del critico Francesco Di Brigida. Con Montanini interpreti della vicenda ambientata in un penitenziario sono Antonio Albanese, Sonia Bergamasco, Vinicio Marchioni, Fabrizio Bentivoglio, Giacomo Ferrara e Andrea Lattanzi. L’attore in crisi Antonio (Albanese), spesso dissoccupato, accetta di tenere un laboratorio teatrale in carcere; inizialmente perplesso, scoprirà talento nei detenuti e questo riaccende in lui la voglia di fare teatro, al punto da convincere la direttrice del carcere (Bergamasco) a lasciar mettere in scena “Aspettando Godot” di Samuel Beckett su un vero palcoscenico. Se Antonio riacquista la passione per il mestiere, i detenuti scopriranno il potere salvifico dell’arte e l’importanza di avere uno scopo e la speranza oltre l’attesa del fine pena. La sceneggiatura di Milani e Michele Astori prende spunto dal film francese di Emmanuel Courcol “Un triomphe”, ispirato alla storia del regista Jan Jönson, che nel 1985, chiamato a condurre un seminario in carcere, decise di allestire coi detenuti uno spettacolo dalla pièce di Beckett, che lo seppe e volle incontrarlo. Il tema non è nuovo, si pensi al pluripremiato “Cesare deve morire” dei Taviani, ma è insolito il tono della commedia. «Quella di “Grazie ragazzi” è una storia vera avvenuta in Svezia. La visione del film francese è stata l’occasione per adattare quel plot alle nostre carceri col filtro della commedia, per arrivare a un pubblico più largo».
Milani, cosa l’ha colpita di quella vicenda?
Il fatto che questi ragazzi, così distanti da ogni forma di cultura, riescano a trovare nel teatro il coraggio di esporsi, di mettersi in gioco, oltre alla consapevolezza della possibilità di una crescita, possibilità che sfruttano fino in fondo pur non potendo riacquistare la libertà avendo commesso dei reati, e quindi è giusto che scontino la pena. Tutti proveranno riconoscenza reciproca. Anche per Antonio, infatti, riacquistano senso il mestiere di attore e il teatro.
Dove avete girato?
Nei penitenziari di Rebibbia e Velletri, dove da anni ci sono iniziative simili. Mi era capitato di girare in carcere, e di presenziare a proiezioni di film, anche non miei. Ho già avuto in queste occasioni contatti coi detenuti. È un’umanità che conosco, sono cresciuto nel quartiere romano della Caffarella, un contesto difficile in cui si è a rischio di commettere reati.
È anche un film sul mestiere di attore. Complicato scegliere il cast o lo aveva in mente mentre scriveva la sceneggiatura?
Non è stato complicato ma anzi molto stimolante perché ogni personaggio ha una personalità forte, e a sua volta ogni interprete ha dato un apporto umano forte. Alle scelte sono arrivato man mano. Oltre ad attori con cui ho già lavorato, Antonio Albanese, al quarto film insieme, Vinicio Marchioni e Sonia Bergamasco, interpreti splendidi che conosco bene, altri sono venuti fuori diversamente dall’idea iniziale. Il personaggio di Giorgio Montanini in sceneggiatura era napoletano, poi l’ho visto in un film e a teatro, con quella sua fisicità e vitalità, e alla fine quel personaggio è diventato marchigiano.
Quarto film con Albanese. Qual è la vostra alchimia?
Abbiamo grande fiducia l’uno dell’altro. Antonio ha compiuto un percorso di ricerca sull’animo umano e sul carattere degli italiani che trova espressione in storie e personaggi, con la voglia di raccontare la realtà delle persone. È un interprete totale, capace di lavorare con tutto il corpo, non solo con la parola ma con il gesto, gli occhi, la mimica, riuscendo sempre a trovare la misura precisa e spaziando con intensità tra più registri, dal comico al drammatico.
La sua è una commedia popolare d’autore. Quali i suoi riferimenti?
Devo molto alla commedia all’italiana, a cui mi sono avvicinato prima da spettatore. Ha saputo raccontare luoghi e persone del mio Paese in modo accessibile a tutti, con racconti comici ma pure commoventi, drammatici. Narrazioni che non trovavi nel libro di Storia perché i panni sporchi si lavano in famiglia, mentre la commedia li ha messi in piazza. Professionalmente ho iniziato come assistente di Monicelli, esperienza che mi sono portato dietro, che mi ha fatto capire la forza comunicativa della commedia, popolare nel senso più nobile del termine.
Ha girato i primi film in Abruzzo, “Auguri professore”, “La guerra degli Anto’ ”, “Il posto dell’anima”. La protagonista di “Scusate se esisto!”, interpretata da sua moglie Paola Cortellesi, viene da Anversa degli Abruzzi. Come nasce questo legame e qual è il quid che l’ha portata spesso a girare qui?
Sono molto riconoscente all’Abruzzo. Sono legato ai luoghi della mia infanzia, dove sono cresciuto, la casa dei parenti a Marruci di Pizzoli, la piana di Campotosto, L’Aquila. Poi mi sono spostato nella Valle del Giovenco, San Sebastiano dei Marsi, Bisegna. Ora l’Alta Val di Sangro. Sento forte il legame con la gente e anche professionale con l’Abruzzo, persone e una terra fondamentali nel mio percorso di formazione. Cultura contadina e industriale hanno viaggiato di pari passo in Abruzzo, influenzando il cammino di questa regione, dove alcuni elementi tradizionali continuano a esistere. Tornerò lì in primavera per girare il prossimo film.
È direttore artistico a Pescara del Flaiano Film Festival. Cosa prepara per l’edizione 50?
Con la presidente Carla Tiboni e lo staff stiamo lavorando a una grande edizione. È un festival importante, nel nome di un intellettuale quale Ennio Flaiano, eccellenza pura che ha lasciato il segno.
Non si prova un po’ di invidia vedendo teatri e sale da concerto nuovamente pieni mentre la sala cinematografica non riesce a riprendersi?
Invidia no, sono felice che la gente riempia i teatri, le sale e gli stadi. Sono fra quelle persone. I luoghi sono importanti, specie i luoghi della cultura, la gente sa di poter trovare in un luogo preciso lo spettacolo o il concerto, non è più così per il cinema, che si è diffuso su mille piattaforme. Il cinema ha troppi luoghi, va recuperata l’unicità della sala.