’Nduccio e gli esami di maturità: «Sul palco la notte prima. E quella mattina finii all’ospedale»

Il comico: «Faceva freddo, nonostante fosse luglio. Ero a Pianella con un costume di scena leggero e mi presi un bel colpo d’aria. Riuscii a entrare in tempo grazie a un bidello bravissimo»
PESCARA. La notte prima degli esami la passò su un palco. E la mattina dopo, invece che in classe, finì in ospedale. Cinquant’anni di carriera, migliaia di spettacoli e un pubblico che lo accompagna da una vita, ma il ricordo più incredibile di Germano D’Aurelio, per tutti ’Nduccio, affonda le radici proprio in quella maturità che rischiò di saltare per colpa di una serata troppo fredda e di un dolore improvviso.
«È una storia sconvolgente ma è tutta vera», racconta il popolare cabarettista pescarese, da mezzo secolo protagonista di palchi e piazze in tutta Italia senza mai fermarsi. E proprio ieri, quasi a chiudere un cerchio, si è ritrovato a pranzo al Porto turistico di Pescara con i compagni di allora, quelli della maturità del 1975 all’Istituto tecnico industriale Luigi di Savoia di Chieti, in una delle tante rimpatriate di una classe rimasta unita nel tempo.
La notte prima degli esami, però, il giovane Germano aveva altro a cui pensare. «Avevo vent’anni ed ero ripetente, quindi forse quasi ventuno. Ero già impegnato con gli spettacoli e quella sera avevo una serata a Pianella. In italiano andavo bene e lo scritto non mi preoccupava più di tanto, così andai tranquillamente a lavorare». Quella sera, però, qualcosa andò storto. «Faceva freddo, nonostante fosse luglio. Avevo un costume di scena leggero e mi presi un bel colpo d’aria. La mattina dopo non sono andato subito a fare gli esami. Per un fortissimo dolore a un rene sono finito in ospedale».
Un imprevisto che avrebbe potuto compromettere tutto. «L’ospedale stava a duecento metri dalla scuola. Dissi ai miei amici di avvisare i professori e di chiedere di aspettare prima di comunicare le tracce. Mi fecero una flebo di calmanti e, dopo mezz’ora, il dolore passò. Così andai a fare l’esame, ancora un po’ stordito dai farmaci».
A dargli una mano fu anche il personale della scuola. «C’era un bidello bravissimo, mi voleva bene. Quando arrivarono i titoli delle tracce riuscì a trattenere un po’ tutti. Disse che c’era un alunno in ospedale e che valeva la pena aspettarlo. Alla fine riuscii a entrare in tempo».
Di quell’epoca conserva ricordi teneri e divertenti. La canzone che gli girava in testa era l’intercalare di “L’uva fogarina”, mentre lo sketch che faceva impazzire il pubblico lo imbarazza ancora oggi. «Si chiamava Lu petecone di cieracio. Raccontavo di un contadino che sorprendeva dei ragazzi a rubare e infilzava con la forca il sedere di uno di loro. Mi vergogno quasi a raccontarlo». Da allora sono passati cinquant’anni di spettacoli, ma c’è un piccolo oggetto che non lo ha mai abbandonato. «Sono cinquecento lire d’argento che mi regalò il mio compare di cresima. Le porto sempre con me, è il mio portafortuna». E ai ragazzi che tra pochi giorni vivranno la loro notte prima degli esami, il “mago del sorriso” consegna un consiglio semplice. «Bisogna viverla con serenità. Nessuno è davvero in grado di esaminare nessuno. Gli esami veri saranno quelli che ci presenterà la vita».
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