«O grullo, o dove tu vai?» Bartali visto da rivali e gregari

Esce in concomitanza con la partenza del Giro d’Italia il libro di Marco Pastonesi che per anni ha raccolto le testimonianze di chi correva insieme a Ginettaccio
Basta pronunciare il nome Bartali e viene in mente Coppi. Forse anche Garibaldi: «Era Garibaldi in bicicletta: un eroe nazional-popolare, un eroe dei due mondi, il Giro d'Italia e il Tour de France». Lo scrive Marco Pastonesi, giornalista e scrittore, nel libro I diavoli di Bartali. Ginettaccio raccontato da chi gli correva insieme, contro e soprattutto dietro in libreria il prossimo 5 maggio per le edizioni Ediciclo, a ridosso della partenza del Giro d’Italia.
L'autore negli anni ha raccolto le testimonianze di corridori professionisti, amici, conoscenti, per donarci un ritratto di Gino Bartali inedito, divertente, schietto. Ogni memoria è come un racconto tanto che il libro pare una corsa a tappe, in salita e in discesa: il lettore fa le veci del gregario, Bartali quelle del campione. Apre la corsa Secondo Barisone, professionista dal 1945 al 1952 per Benotto, Bianchi, Welter e Edelweiss. E racconta di quella notte in cui si fece forza e chiese a Gino se poteva dormire nella sua stessa camera. Erano al Giro di Svizzera del 1947 e i posti letto erano finiti: «Mi disse di sì. Fumava a letto, appoggiando la schiena sui cuscini, e parlava. Sul comodino teneva un bicchiere di vino rosso, e parlava. Era umile, era un buon uomo, era uno di noi, eppure era un campionissimo, e parlava. O forse era un campionissimo perché era anche umile, un buon uomo, uno di noi, e parlava, ma tanto, non come uno di noi».
La seconda tappa ce la narra Vasco Baroni, professionista dal 1951 al 1957 per Welter, Bianchi, Lygie e Torpado. Si allenavano sempre insieme, Vasco e Gino, e percorrevano il tratto San Baronto, Pistoia, Lucca, Bagni di Lucca, la Lima, San Marcello Pistoiese fino alla salita dell'Oppio: corta ma tremenda. Bartali fece vedere a Vasco dove l'indomani avrebbe staccato Coppi, era vicino ad una fonte: «Qui - annunciò - staccherò Coppi, perché lui patisce queste pendenze». Pare che sulla salita dell'Oppio Bartali fosse posseduto dal demonio, ma Coppi, alla fine, non riuscì a staccarlo, l'ebbe dietro, sempre, attaccato alla ruota della bicicletta, fino all'arrivo.
Non c'è verso, racconti di Bartali e pensi anche a Coppi e viceversa. «Coppi era un rullo compressore, ma Bartali ti uccideva: 50 metri sui pedali, poi sul sellino, poi sui pedali, poi sul sellino. Ti faceva voglia di mollare la bici per terra. Coppi era di poche parole, Bartali un chiacchierone, aveva sempre ragione lui», se li ricorda bene Danilo Barozzi professionista dal 1949 al 1958 per Cimatti e Atala. E poi altra tappa con la passione di Bartali per i bambini: bisognava strapparlo via da tutti quei ragazzini che, a fine gara, gli chiedevano l'autografo: «Era successo - si rammenta Andrea Bresci, soprannominato Brescino da Bartali - che, ancora ragazzino, fosse andato a vedere una corsa dei professionisti alle Due Strade, a Firenze. C'erano Binda e Guerra. “Andai da Binda a chiedergli un autografo e lui mi disse: Va' da quello là”. Quello là era Guerra. Ma lui voleva l'autografo di Binda, e ci rimase così male che da quel giorno promise a se stesso di firmare autografi sempre, a chiunque, e dovunque. All'autografo non si rassegnò, finché un giorno sia Binda sia Guerra gliene firmarono uno. Binda gli domandò: Tu sei il giovane rampollo toscano che vuole mettere d'accordo me e Guerra?. Ma no, tagliò corto Gino».
Nuova tappa del giro di racconti con Ferdi Kübler, campione degli anni Cinquanta, che ricorda bene l'ordine tassativo di dover bere latte di mucca e basta, ma Bartali e Bobet bevevano vino e se ne infischiavano delle regole. Una delle ultime tappe la racconta Nino Defilippis: era il Giro d'Italia del 1953, da Bolzano a Bormio, con lo Stelvio nel mezzo: «Io avevo un anno di più, e Bartali ormai trentanove. Aveva la tosse, scatarrava. Verso lo Stelvio eravamo ancora insieme, io mi sentivo bene e lo volevo staccare. Scattai. Lui mi urlò dietro: O grullo, o dove tu vai?. Quattro pedalate, un colpo di tosse, una scatarrata, non solo mi raggiunse, ma mi lasciò anche lì». Quella tappa fu vinta da Coppi, ma Bartali disse che era stato staccato dall'Airone solo perché aveva forato. Non era vero ma Ginettaccio era così: il suo caratteraccio faceva da contrappunto alla sua devozione religiosa. Ma quando si allenava metteva d'accordo tutti, comunisti e mangia-ostie, e i contadini buttavano la falce, correvano per i campi e si precipitavano sulla strada per veder passare questo campione brontolone.
©RIPRODUZIONE RISERVATA
