“Overdose” di Zucchero allo stadio Adriatico

foto di Giampiero Lattanzio
L’artista emiliano incanta i 13mila di Pescara con il tour che celebra i 25 anni della sua hit “Baila”: «Il blues non morirà mai»
PESCARA. All’Adriatico lo aspettavano da due anni. Quanto lo si capisce dalla reazione all’inconfondibile voiceover che dà il via allo spettacolo. «Io vengo da un altro posto, da un altro blues, da un’altra solitudine. Tu non sei di queste parti, non parli agli argini, non parli ai matti, e i cani ti abbaiano». Standing ovation: Zucchero è tornato in Abruzzo. Il suo tour Baila (sexy thing) 25th – Under the Moonlight che celebra i 25 anni di una delle sue hit più amate lo ha riportato in Italia dopo la scorsa tournée in Europa. I 13mila di Pescara - stadio praticamente sold out - lo hanno accolto con enorme affetto. Lui ha ricambiato con uno show di oltre due ore in cui si è esibito con alcune delle sue canzoni più famose, da Diavolo in me a Vedo nero fino, ovviamente, a Baila. Una dichiarazione d’amore al blues, alla libertà, alla pace tra gli uomini; espressa in note e attraverso le immagini e le parole trasmesse sul grande led alle spalle dell’artista.
Zucchero è sempre Zucchero, anche a 70 anni. Così, dopo l’intro di Oma Jali sulle note di Doctor Jesus (cover di Ella Fitzgerald e Louis Armstrong) e l’apertura con Spirito nel buio e Iruben me, arriva Pane e sale. Sugli schermi, a caratteri cubitali: “Blues doesn’t care”. Tra Partigiano reggiano e Solo una sana e consapevole e libidine, il concerto è un grande inno alla libertà. E all’anticonformismo: “Fu*k le système”, appare a caratteri cubitali.
Come tutte le ricorrenze, anche i 25 anni di Baila sono un’occasione per guardare con affetto al passato. Succede quando Sugar canta Dune mosse, brano che ha fatto innamorare di lui Miles Davis: dopo aver sentito il pezzo, il trombettista dell’Illinois chiese di poterne conoscere l’autore per suonarci insieme. «Stavo cercando di recuperare il matrimonio. Mi hanno chiamato alle 4 di notte, pensavo fosse uno scherzo. Poi alla fine ho dovuto decidere. Tanto il matrimonio era già rovinato, e quindi ho deciso di andare da Miles Davis», ha raccontato Zucchero prima del concerto allo Stadio dall’Ara di Bologna, la seconda data del tour. Durante il concerto il bluesman trova anche il tempo per una chiacchierata con i «matti», il suo pubblico.
L’uomo che, come ricorda il voiceover iniziale, proviene da «un’altra solitudine», sul palco trova la forza di confessarsi. Gli lanciano un mazzo di girasoli. Li raccoglie, sorride. «Lo sapete che mi piacciono tanto. Siete proprio dei cari amici, brava gente. Anche io vi voglio bene», ha detto, «sento l’amore della gente comune e io sono la gente comune. Meno apparenza e più sostanza. Dopo così tanti anni è bellissimo vedervi. Questi tempi che stiamo vivendo sono incasinati, a dir poco difficili. Si è un po’ perso questo amore verso le cose belle, semplici. L’unità, la socialità, le cose che vanno dritte, senza politichese. A proposito di questi tempi sospettosi che interferiscono con l’idea del nostro quieto sopravvivere, vorrei cantarvi una canzone che parla di libertà, che ho scritto con l’amico Francesco Guccini».
Un soffio caldo, come il vento d’amore che si alza dallo stadio. Con Vedo Nero e Baila il pubblico si infiamma; si commuove con Diamante, il brano dedicato alla nonna scritto insieme all’amico De Gregori. Poi il gran finale: X colpa di chi e, soprattutto, Diavolo in me accompagnato da frasi sullo schermo che sono il sermone della messa laica dedicata al Dio blues: «Uniti dalla diversità», «Noi crediamo nel blues. Il blues non morirà mai» e «Che la musica scateni una scintilla e arcobaleni rasserenino il mondo». Hey man è “l’Amen” con cui si chiude la funzione. Scambiatevi un segno di pace. Un segno di blues.
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