Mondiale 2006. Grosso e l’esultanza iconica. Oddo “barbiere” della festa

Entrambi cresciuti nella Curi: il primo passato dai dilettanti, l’altro dal Milan.
Indimenticabile la festa in piazza Salotto con trentamila abruzzesi in delirio
PESCARA
In quella corsa a perdifiato tra lacrime e sudore, urlando al mondo «Non ci credo, non ci credo», c’è tutto il racconto di una grande impresa che ha preso - da Berlino - la strada per l’Abruzzo. Fabio Grosso è il vero eroe del nostro ultimo Mondiale. Ma vent’anni fa c’era anche un altro fotogramma difficile da scordare per noi abruzzesi: un Massimo Oddo in versione barbiere che in mezzo all’Olympiastadion “fa lo scalpo” al compagno Camoranesi. È stato, è ancora e rimarrà per sempre il nostro Mondiale. Celebrato, pochi giorni dopo la vittoria degli Azzurri, dai due eroi pescaresi con la Coppa vinta in Germania in una piazza Salotto in delirio, con oltre trentamila persone che cantavano, sventolavano tricolori e piangevano.
Grosso e Oddo, carriere diverse, ma stessa matrice e stesso punto di partenza: la Renato Curi e il vecchio antistadio in terra. Daniele Ortolano come secondo papà e Cetteo Di Mascio come maestro e guida. Oddo era già affermato quando arrivò la convocazione per Germania 2006: veniva da sei stagioni in A tra Verona e Lazio, ma soprattutto dal settore giovanile del Milan: il Diavolo lo acquistò dalla Curi nel 1993. In quel Mondiale giocò solo uno spezzone, ai quarti contro l’Ucraina, ma nello spogliatoio fu un elemento determinante per cementare un gruppo di grandissimi campioni.
Fabio Grosso, invece, era la sorpresa, il terzino di una provinciale (il Palermo) che pochi conoscevano a livello internazionale. Prima di partire per la spedizione tedesca, aveva appena firmato il contratto con l’Inter. Era in pieno decollo verso la conquista del mondo, ma non lo sapeva ancora. Da riserva, è diventato presto inamovibile per il ct Marcello Lippi, fino a diventare l’autore del gol tirando il rigore decisivo nella finalissima contro la Francia.
Lippi, che sapeva guardare negli occhi i calciatori, lo indicò come quinto tiratore, tra lo stupore di milioni di tifosi. Non degli abruzzesi, che il suo sinistro lo conoscevano da anni: da numero 10 della Curi in Eccellenza, specialista dei calci piazzati, ai primi exploit in C2 nel Chieti del patron Buccilli (sempre da trequartista), il primo nei professionisti a credere nel suo talento. A farlo diventare il terzino sinistro dell’Italia campione del mondo fu Serse Cosmi, nel Perugia: fu lui a chiederne l’acquisto al presidente Gaucci nell’estate del 2001, dalla C2 alla serie A, con un clamoroso cambio di ruolo. Il primo grande passo verso la destinazione Berlino.
Raggiunta senza passare dalla classica trafila di tanti suoi colleghi di quella Nazionale di stelle. «Il mio è stato un percorso diverso, ma che mi ha dato tanto», racconta oggi Grosso. «Ho avuto una carriera atipica. Ho calcato per tanti anni i campi di categorie inferiori. Sono partito dall'Eccellenza, dove ho giocato per quattro anni, ho fatto un campionato interregionale, poi tre anni di C2. Il sogno era quello di arrivare in Serie A, quando si è avverato ho iniziato a spostare l'asticella sempre più in alto».
Iconiche e leggendarie le sue corse dopo il gol alla Germania e il rigore alla Francia: «Abbiamo raggiunto il picco massimo di emozioni che si possono toccare nello sport. Da ragazzo era difficile anche solamente sognare quello che abbiamo fatto. Per arrivare a tirare quel rigore ho dovuto fare tanta strada, ho affrontato molte avversità», ricorda ancora Grosso. Una favola iniziata agli ottavi: fu il pescarese, nei minuti finali della sfida contro l'Australia, a conquistarsi il rigore che poi venne trasformato da Totti. Da lì un crescendo: la semifinale contro la Germania, davanti al muro bianco dei tifosi tedeschi a Dortmund. Al 119' minuto, su ribattuta della difesa di un calcio d'angolo, Pirlo riceve palla al limite dell'area, la controlla per alcuni istanti e trova un filtrante per Grosso, che senza pensarci fa partire un tiro a giro che si infila sul secondo palo, attraversando lo spazio lasciato vuoto dai corpi dei difensori tedeschi che occupavano l'area. Poi la corsa a perdifiato con i compagni e quel «non ci credo» che resterà per sempre nella storia della Nazionale italiana.

