Paparella e Colonna, genesi d’un sogno

“Vi stavo aspettando…” racconta la nascita dei musei pescaresei
PESCARA. Da cosa e come nasce un museo? Dalla fame di cultura di una comunità, dall’impegno dei singoli o dall’illusione di scrivere una delle molte pagine nel libro della Storia? Probabilmente, come in ogni grande e importante impresa, un museo nasce dalla sintesi di tutte queste cose, incastrate tra loro da un collante fondamentale e unicamente umano: il desiderio di consegnare all’eternità quel che neanche l’eterno può rendere immortale ovvero la bellezza dei giorni, e di essi la nostra vita, che solo grazie all’arte tramanda da uomo a uomo il proprio segreto. Ce lo ricorda un libro uscito in questi giorni, “Vi stavo aspettando…” (Ianieri Edizioni, €15) di Augusto Di Luzio, a lungo amministratore comunale, in cui viene raccontata la nascita e la storia dei musei Paparella e Vittoria Colonna di Pescara. Un mémoire in cui Di Luzio ci accompagna, come una guida, nel suo personale museo di ricordi, fatto di passione per l’arte, impegno e soprattutto documenti importanti per ripercorrere una parte della storia culturale e civile della città.
Dottor Di Luzio, perché questo titolo, “Vi stavo aspettando…”?
Vi stavo aspettando è l’esclamazione che il professor Paparella ha rivolto a me e all’allora sindaco di Pescara Carlo Pace. Era l’ottobre del 1996. Parole significative dato che eravamo andati a trovarlo, senza alcun preavviso, per constatare se fosse vera la notizia secondo cui egli aveva manifestato la volontà di donare alla città la splendida Villa Urania e la importantissima collezione di ceramiche antiche di Castelli. Da queste parole capimmo che la notizia era vera, e di lì è partita la straordinaria avventura della nascita del Museo Paparella Treccia e della Fondazione che lo gestisce. Il 4 aprile 1997 fu convocato un consiglio comunale straordinario in cui si decise all’unanimità l’istituzione di questa realtà culturale che oggi ha un prestigio di livello internazionale. Mi è sembrato giusto donare un cospicuo numero di copie alla Fondazione presso cui il libro è disponibile.
E quale fu il suo ruolo?
Sin da quel primo incontro il sindaco comunicò a Paparella che sarei stato io a seguire dal punto di vista amministrativo l’iter per la concretizzazione della donazione. Per l’impegno profuso in questa procedura, fu lo stesso Paparella a volere che il sottoscritto ricoprisse la carica di Vicepresidente nel cdA. Devo confessare che questa avventura mi ha permesso non solo di conoscere un grande uomo di cultura e un vero mecenate, ma anche di dedicarmi alla mia più grande passione: l’arte. E, in particolare, alla elitaria ma raffinata arte della maiolica castellana, che occupa un posto preminente all’interno della storia della maiolica europea, e la collezione Paparella ne è uno degli esempi più alti. Proprio perché elitaria da anni si organizzano all’interno di Villa Urania mostre d’arte allo scopo di attrarre i visitatori, i quali, godendo dell’evento temporaneo, si innamorano delle maioliche.
E il Museo Colonna?
E’ nato da una mia idea, e per due motivi diversi. Il primo turistico-culturale, allo scopo di dotare Pescara di una struttura espositiva che attraesse appassionati anche da fuori regione; il secondo motivo si è basato sul recupero di un edificio di grande valore storico-architettonico che era stato prima sede dell’Azienda di soggiorno, poi dell’Università d’Annunzio, ma da anni abbandonato e reso vittima di un degrado vergognoso. La nascita del Museo Colonna ha origine da una mia mozione in Consiglio comunale, e approvata il 29 giugno 1999 all’unanimità: nel libro lo racconto in modo approfondito, insieme alle motivazioni che mi hanno spinto a intitolare il Museo alla Marchesa di Pescara Vittoria Colonna.
Lei è presidente della Fondazione Museo Paparella dal 2009. Come si tiene in vita e in buona salute un Museo?
Con una profonda passione, con un indefesso impegno, avvalendosi di personale qualificato e, soprattutto, prestando la propria opera anche per le mansioni più umili, all’insegna dello spirito di volontariato senza pretendere nulla in cambio. L’arte, in fondo, si nutre di questo.
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