Pietransieri, una ferita che non si rimarginerà

Settantacinque anni fa la strage di contadini, donne, bambini da parte dei “Diavoli” nazisti sulle montagne abruzzesi
Pietransieri è il nome di una ferita che non si rimarginerà mai. È un’ombra nera che si allunga dal passato a reclamare – col suo carico di sofferenza e ferocia, atrocità e morte – di far parte, almeno nella nostra memoria, della vita; quella che 75 anni fa, le quasi 130 vittime dell’eccidio furono costrette ad abbandonare tra le grida, avendo quale ultima vista, appannata dalle lacrime, le mitragliatrici tedesche spianate davanti a loro.
Pietransieri è un monito che viene dalla storia, sull’orrore e l’incontrollabilità della guerra, oggi che la coscienza collettiva ha abbassato la guardia, come se certe tragedie appartenessero alle pagine di un libro di storia da sfogliare velocemente. Era una grigia mattina d’autunno, il 21 novembre 1943, sulle montagne dell’Abruzzo centrale presso Roccaraso, ai Lìmmari, frazione allungata in case sparse sulla costa del monte sopra Pietransieri. Il paese era vuoto; chiesa, case, stalle erano state sprangate, l’ordine di sfollamento di Kesselring, affisso nella piazzetta, non ammetteva eccezioni; tutti dovevano raccogliere le loro cose, andarsene e chiunque non avesse ottemperato all’ordine e fosse stato sorpreso in zona, sarebbe stato immediatamente passato per le armi; perciò da vari giorni i camion tedeschi avevano portato mille metri più in basso, sistemandoli a Sulmona e nei dintorni, tutti gli abitanti.
Su quei monti da settembre era infatti attestato il troncone più difeso della linea Gustav, che dal Lazio meridionale risaliva verso l’Abruzzo in direzione Nord-Est; lì, dopo l’armistizio dell’8 settembre – essendo prevalsa nello stato maggiore a Berlino la tesi di arginare sulla barriera naturale dell’Appennino centrale la risalita anglo americana in atto dal sud – erano piombate le divisioni tedesche ammassate al Brennero; nelle settimane successive ogni casa era divenuta casamatta e i giovani italiani rastrellati erano stati messi a scavare trincee insieme coi soldati.
Ma gli abitanti dei Lìmmari di Pietransieri non erano sfollati. Speravano di nascondere e ricoverare in quota le bestie, l’unica loro fonte di sopravvivenza, l’unico secolare bene che li identificava come pastori e allevatori, tra la loro gente. I tedeschi non sarebbero saliti lassù, tra le cime più alte, lungo sentieri non riportati da alcuna mappa, ma ben noti agli abitanti. Stavano per arrivare da un giorno all’altro gli alleati, ormai giunti a Foggia: quanto avrebbero impiegato, supportati dalla loro aviazione, a scavalcare i monti e a far arretrare i tedeschi?
L’essenziale era salvare le bestie, cui era consegnata la speranza di riprendere a vivere dopo la guerra. Così, in questo errore sulla imminente fine del conflitto e nella speranza d’essere scampati agli ultimi rastrellamenti, morirono i 130 di Pietransieri (forse 128, forse 129, forse 131, neppure il numero è mai stato chiarito). Nelle case isolate lungo il fianco della montagna erano rimasti solo vecchi, donne e bambini. Era l’alba, le famiglie si erano riunite a far colazione con pane nero, latte, orzo. Così quando i tedeschi – i “diavoli verdi” come chiamavano se stessi i componenti dell’einsatzkommando – in numero di 4 irruppero nelle prime case, quelli che erano dentro pensarono, con disappunto, che fossero venuti a caricarli a forza su un camion.
Furono le mitragliatrici crepitanti – il moderno suono della morte – e il dolore e le grida e il fiume di sangue che prendeva a schizzare dai loro corpi a far capire per cosa erano saliti i tedeschi. Per un po’ i 4 diavoli verdi (che pare non appartenessero all’esercito, bensì a un comando speciale e fossero risaliti dal Lazio) continuarono a risalire e a uccidere di casa in casa. Poi riunirono tutti gli altri abitanti dei Lìmmari, i quali non sapevano delle uccisioni avvenute nelle più isolate case a valle e li fecero salire in fila lungo il greto di un torrente, sino a una radura, dove li ammazzarono tutti, senza passare tra gli agonizzanti per il colpo di grazia, così molti impiegarono ore a morire. Lo ha raccontato l’unica sopravvissuta, una bambina di pochi anni, Virginia Macerelli oggi ottantenne, che, gravemente ferita alle gambe, rimase a lungo presso i cadaveri della madre e dei fratellini; uno di loro, pochi istanti prima di morire, ebbe la forza di chiederle se la mamma era morta e Virginia rispose di sì. Fu poi la nonna a salire là sopra e a salvarla. I cadaveri degli uccisi rimasero insepolti per mesi, nessuno dei familiari potè avvicinarsi ai luoghi dell’eccidio perché era troppo pericoloso, coi tedeschi in agguato. Ma – sapendolo – il cielo s’impietosì dei morti e provvide a seppellirli con una nevicata che arrivò abbondantissima quella notte stessa e resistette fino a primavera, nel lungo e feroce inverno del ’43-‘44. Gli assassini non furono mai individuati. La stessa dinamica di chi avesse dato l’ordine, e se un ordine fosse stato dato, ai 4 diavoli, rimane a tutt’oggi un punto irrisolto e controverso tra gli storici.
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