Pietro Piccirilli, una vita per l’arte e per la scuola

Oggi a Pescara un libro sullo studioso di Sulmona cultore del patrimonio artistico abruzzese
PESCARA. Di Pietro Piccirilli (Sulmona, 1846-1921) rischia di rimanere un nome che cospicua fama ebbe un secolo fa, quale studioso nonché appassionato cultore e protettore del patrimonio artistico sulmonese e abruzzese, oltre che autore di opere conosciute, nel contesto anche nazionale, ma le cui precise coordinate potrebbero farsi evanescenti. E’ stato invece un riferimento per l’Abruzzo. Della sua principale opera “Monumenti architettonici sulmonesi” (edita nel 1888 da Carabba a Lanciano) si occuparono le maggiori riviste specializzate del tempo, con le quali Piccirilli collaborava anche quale membro della Deputazione Abruzzese di Storia Patria, intendente e titolare di incarichi di regia nomina, tra cui spicca quello speciale conferitogli per il terremoto della Marsica del gennaio 1915 che lo vide attivo, sebbene fosse quasi settantenne, sin dai primi giorni successivi al sisma, nel recupero delle opere d’arte sacra sepolte sotto le macerie, o almeno nella segnalazione della loro scomparsa, in quanto ne era il massimo conoscitore.
Ma su di lui mancava sino a oggi un libro e a ciò ovvia il volume del saggista e storico sulmonese Ezio Mattiocco, intitolato “Pietro Piccirilli, una vita per l’arte e per la scuola” (Edizioni Libreria Colacchi, L’Aquila 2016, 312 pagine, 30 euro, con note di Walter Capezzali e di Francesco Sabatini). Il libro “Pietro Piccirilli” sarà presentato, oggi alle 18, al Mediamuseum in piazza Alessandrini a Pescara. Con l’autore ne parleranno Alessandro Bencivenga, Giovanni Benedicenti, Giovanni D’Alessandro e Marco Presutti. Nel renderne la figura, Ezio Mattiocco ha privilegiato una scrupolosa forma biografica, ripercorrendone la vita con particolare attenzione ai passi coi quali colui che sarebbe potuto rimanere solo uno stimato insegnante locale, ebbe invece modo di accreditarsi nel panorama italiano, quale autorevole voce d’una regione che rimaneva ancora, nella considerazione di molti, solo la parte settentrionale del Regno delle Due Sicilie, da poco inserita in un contesto unitario; e anzi una delle più remote e sconosciute aree, a causa del declino delle attività economiche che pure, nei secoli antecedenti al diciannovesimo, l’avevano affacciata a un contesto ante litteram italiano, per le relazioni con le signorie toscane, con la Serenissima e con il papato a Roma.
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