l’artista di san salvo

Pocho: recordman con il rap: «Produco la musica in soffitta»

17 Maggio 2026

Luca Onofrillo autore di “Affari di Famiglia” e “Bambola” spopola su Spotify e Tik Tok. «A Milano mi invitavano alla Fashion Week. Tutti vestiti bene. Io mi presentavo con la tuta»

SAN SALVO

Pocho, al secolo Luca Onofrillo. Rapper abruzzese che nell’ultimo anno ha macinato record di ascolti e visualizzazioni su TikTok, arrivando all'attenzione nazionale. Nato a Vasto ma residente a San Salvo, produce la sua musica nella soffitta della nonna, senza produttori, senza aiuti — dalla scelta della base fino al lancio sui social.

Ma dietro il rapper dalle rime pesanti, Pocho è stato studente e cameriere. «Sono laureato a San Marino in marketing e comunicazione», ricorda mentre lo raggiungiamo al telefono.

Prima del cantante, prima dei record. Che faceva prima della musica?

«Io ho fatto il cameriere allo Zanzibar, il pub vicino a quello del fratello di Ketra, dei Boomdabash. Una volta gli ho pure fatto un caffè a Ketra».

Dove nasce la voglia di fare musica? Senza produttore trovando le basi online...

«Sì, ma tutt’ora — anche Affari di famiglia che ha fatto quasi 6 milioni, Bambola pure — sono tutti beat da YouTube. Io sento molti rapper provenienti da periferie di grandi centri che dicono “vengo dal niente”, ma in realtà in venti minuti sono in città. Qua invece non c’è niente: non c’è uno studio, io registro nella soffitta di mia nonna, e tutte le voci che senti non sono fatte in uno studio, non c’è neanche un produttore».

Eppure la scena abruzzese sta crescendo.

«Sì, sì, ma infatti nel freestyle è pieno di ragazzi fortissimi in tutte le province. E poi tutti gli altri artisti molto talentuosi. La cosa bella è che questa regione è sempre stata vista — l’Abruzzo — dove uno pensa al mare, alla montagna, alla collina. Non c’è mai stata una scena, ma per fortuna, grazie ai social, riesci ad arrivare a tutti, indipendentemente da dove sei. E quindi, piano piano, saliamo».

Riesce a vivere della musica?

«Sì da poco sto riuscendo. Con i soldi che ho guadagnato facendo il cameriere mi sono comprato le casse e il microfono con il quale potevo registrare. C’era questo mio amico che aveva queste casse, doveva trasferirsi a Bologna e non le poteva portare. Gli ho detto “me le vendi?”. E da lì ho iniziato».

Collaborazioni in arrivo?

«Non al momento. L’importante per me è che le persone si affezionino a me. Ho fatto pochi feat. Una sola collaborazione, con Lory G, anche lui abruzzese. Ci sono degli artisti molto conosciuti, che io consulto su Spotify e le top 10 canzoni che appaiono sono tutte in collaborazione. Serve fare il pezzo giusto — magari faccio una canzone con un tizio solo perché è famoso, poi il brano fa schifo. Io preferisco fare una canzone da solo che è bella, piuttosto che una canzone mediocre con un altro».

Quando ha visto “Affari di famiglia” diventare virale, te l’aspettavi?

«Mi sono stupito, non pensavo così tanto. Io faccio pochissime canzoni, ne registro tre o quattro all’anno. Perché a me deve venire l’idea, e soprattutto devo trovare la base su YouTube. Voglio che quando la sento dico “ma no, è una hit”».

Deve piacere prima a lei?

«Sì deve piacere solo a me. Come quando ti vesti — se io mi vesto bene secondo me, ma agli altri non piace, a me non interessa: io non mi sento vestito male».

«Tuta alla Fashion Week»… citando un suo pezzo.

«Eh, sì, perché io poi sono stato pure tre anni a Milano. Appena sono arrivato ho fatto anche il pianificatore finanziario. Ho iniziato a lavorare il 23 maggio, il primo stipendio mi è arrivato il 18 luglio. Era veramente un inferno, perché ci avevano detto degli orari che non erano quelli, sarebbe stato smart working e non era quello, lo stipendio non era quello. Quindi ho detto: aspetto il primo salario e non vado più. Mi ricordo stavo mettendo la cravatta davanti allo specchio, sento il telefono che vibra — mi hanno accreditato i soldi — tolgo tutto, mi rimetto a letto e non mi sono più presentato».

Insofferente all’etichetta...

«Si a Milano, mi invitavano alla Fashion Week. Tutti vestiti bene, e io non sapevo cosa mettere. Ero il peggio vestito, però alla fine facevo amicizie, ci divertivamo, si beveva sempre gratis. Ho detto: “piuttosto che non andare perché non ho un vestito bello vado, vestito come voglio”».

Dai suoi testi sembra che tu voglia dire: pensate di conoscermi, ma le cose più preziose non le vedete.

«Sì, sì. Facendo il personaggio pubblico ci sono sempre dei commenti. Vedo sotto altri artisti commenti, proprio minacce, insulti, «spero che muori». Non è che se vedi una mia canzone tipo Bambola, la canzone da discoteca, mi puoi giudicare da quello. Non è che ascolti le mie canzoni e ti aspetti una poesia — io sono il primo che ascolta i neomelodici per gasarsi».

Io di Pocho conoscevo Lavezzi — perché ha scelto questo nome?

«Proprio per lui il calciatore del Napoli Ezequiel Lavezzi. Questo nome è nato perché circa 5 anni fa non sapevo come chiamarmi. Avendo la “R” moscia, cercavo un nome senza la “R”. A un certo punto apro la galleria del telefono, vado a vedere foto vecchie, ritrovo questa foto di quando avevo 7-8 anni, in gita con la scuola a Pompei, e mia mamma mi aveva comprato la maglia del Napoli di Lavezzi. La guardo e dico: “Pocho”».

E la nonna, che pensa della soffitta-studio?

«Il sogno di mia nonna è che io trovi un lavoro, un posto in fabbrica a 1.200 euro al mese. Se io le dico “nonna, domani sfondo con la musica” niente. L’altro giorno mi fa: “comunque ho visto che Amazon sta assumendo, mandi il cv?”».

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