Porte aperte per primavera Un weekend tra i tesori d’arte

All’Aquila alla scoperta di vecchie fornaci nel bosco tra tholos e mandorli Visite alla Atri sotterranea. A Sulmona visita al campo di prigionia 78
di Anna Fusaro
Uno dei tanti luoghi aquilani dello spirito, carichi di arte e storia, danneggiati dal terremoto del 2009, il convento di Santa Chiara, è al centro della 23ª edizione delle Giornate Fai di primavera, simbolo di tutti i beni culturali del capoluogo regionale che lentamente tornano alla vita e alla comunità.
La sezione aquilana del Fondo Ambiente italiano, guidata dalla delegata Enza Turco, sabato e domenica apre alle visite l’antico monastero, in cui si vanno completando i lavori di recupero post sisma. Il percorso comprenderà anche le scoperte inaspettate emerse durante i lavori. «Sono venute alla luce due fornaci per la lavorazione della ceramica, risalenti al Quattro-Cinquecento» spiega Turco. «È una scoperta archeologica importantissima, che rivoluziona le convinzioni sulla tradizione ceramica aquilana, evidentemente non solo legata a un’attività di importazione, ma anche a un’attività produttiva, fonte di lavoro e economia». Durante la visita al convento di Santa Chiara si potrà accedere alle sottostanti fornaci, nonché vedere nel refettorio del monastero alcuni dei 20mila reperti (tra manufatti e strumenti di lavoro) rinvenuti nell’officina dalle archeologhe Tania Di Pietro e Luigina Meloni, che hanno compiuto i lavori con la direzione scientifica del medievista Fabio Redi, docente nell’ateneo aquilano.
La delegata Fai rimarca anche la rilevanza degli altri siti aquilani: il bosco di San Valentino a Picenze di Barisciano («Interessante, oltre che per i mandorli, per i tholos, primitive costruzioni circolari in pietra»), chiesa e convento di San Francesco a Castelvecchio Subequo («Con notevoli affreschi di scuola giottesca»), chiesa di San Massimo d’Aveia a Opi di Fagnano Alto («Chiesetta campestre nel verde, costruita su un antico tempio, romano o addirittura vestino»). Senza dimenticare il campo di prigionia 78, nella frazione sulmonese Fonte d’Amore: «Fu un campo di internamento della Grande Guerra, destinato ai prigionieri dell’esercito austroungarico.
Chiuso e poi riaperto nella Seconda Guerra mondiale, vide soprattutto prigionieri inglesi e afroamericani. I graffiti disegnati dai prigionieri sui muri delle baracche sono messaggi molto forti».
La sezione Fai di Teramo e la delegata Franca Giannella puntano tutto sul fascino e i tesori di Atri e sulla sua storia millenaria. Ben 17 i siti d’interesse (aperti sabato e domenica dalle 9.30 alle 19.30) e una serie di eventi, come le tre mostre fotografiche nelle cisterne romane di palazzo ducale (personale del reporter Luciano Bovina, “Fotobox” di Federico Deidda e Romano Paolini, “Abbandoni” degli alunni della scuola Acquaviva a cura di Giuseppe Tracanna), e molto altro ancora. La riserva naturale Wwf dei Calanchi di Atri è uno dei tesori che il Fai invita a visitare, insieme al borgo di Casoli Pinta, alla Atri sotterranea (cisterne romane di palazzo ducale e della cattedrale Santa Maria Assunta, grotte di via Zanibelli), e ai notevoli musei, chiese, palazzi che arricchiscono la città. Soprattutto si segnala l’apertura dell’antica filanda Fioranelli (dal nome degli ultimi proprietari), impianto di fine Ottocento, significativo esempio di archeologia industriale rimasto per oltre 60 anni chiuso al pubblico e ora visitabile grazie all’impegno del Comune e di alcune associazioni di volontariato. Nel ciclo produttivo di una piccola organizzazione aziendale, i macchinari della filanda atriana eseguivano cardatura, filatura, e torcitura della lana, alimentati dall’energia elettrica, con un sistema di trasmissione a cinghia tipico delle macchine della seconda rivoluzione industriale.
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