Quando l’Alberti prendeva sassi sul Velino

5 Giugno 2019

Nel trattato “De Re Aedificatoria” il grande umanista parla della montagna abruzzese e “retrodata” la prima ascensione 

Una pagina poco nota della storia del Monte Velino è quella relativa alla presenza della montagna in uno degli scritti di Leon Battista Alberti (Genova, 18 febbraio 1404 – Roma, 25 aprile 1472), umanista tra i più grandi nella storia italiana ed europea. Nel 1450 fu pubblicata a Roma la prima edizione del “De Re Aedificatoria”, un trattato d’architettura suddiviso in dieci libri che allo stato attuale è considerato il più importante della cultura rinascimentale.
All’interno del secondo libro dal titolo “Materiali”, facente parte della prima sezione dell’opera dedicata alla firmitas, ovvero alla solidità, si fa riferimento al Monte Velino, «intra gli altri altissimo, che divide e’ popoli dell’abruzzo da quegli dei Marsi, che nella sommità sua è quasi tutto bianco per essere di sasso vivo, massimamente in quella parte che riguarda in verso gli Abruzzi, vi troverrai quasi in ogni parte di quello pietre rotte scolpitovi dentro immagini di calcinelli marittimi non di maggiore quantità che sia la palma della mano» (la traduzione è in volgare ed appartiene ad un’edizione postuma, mentre l’edizione del 1450 era in latino)
Il riferimento dell’Alberti è interessante per due motivi. In primo luogo, inscrive la montagna in una serie di osservazioni delle rocce compiute da una figura emblematica del rinascimento italiano, ed in secondo luogo pone nuovi interrogativi a proposito della storia esplorativa della vetta.
Come è noto, il Gran Sasso d’Italia ha avuto una sua prima ascensione documentata, di cui rimane il resoconto del De Marchi che nella seconda metà del ‘500 descrisse dettagliatamente, non senza enfasi, l’arrivo in vetta percorrendo l’odierna via normale in compagnia di un pastore del luogo che lo guidò nel corso della salita.
Per il Monte Velino, eccetto il resoconto della prima ascensione invernale compiuta da Abbate e Martinori alla fine del XIX secolo (pubblicato nel 2017 da Edizioni Kirke), non esiste una simile testimonianza.
Le notizie riportate dall’Alberti sui sassi particolari, le «pietre rotte», presenti a ridosso del cono finale aprono a due ipotesi: la prima potrebbe riguardare una salita in cima compiuta da qualcuno in grado di riportare in modo ragionato notizie a proposito della geografia di vetta, o più semplicemente una manciata di quelle pietre finite in qualche modo nelle mani dell’architetto genovese, la seconda rimanderebbe ad un’eventuale salita sul Monte Velino dello stesso umanista, che se confermata rivoluzionerebbe la storia marsicana e quella dell’esplorazione appenninica.
L’unico dato certo è che un’ascensione vi fu, altrimenti l’Alberti non scriverebbe «vi troverrai» riferendosi a scenari al di sopra dei 2300 metri, e fu pionieristicamente portata a termine prima del 1450.
È pressoché impossibile stabilire se l’itinerario seguito si avvicinò in qualche modo al tracciato degli odierni sentieri del Club Alpino Italiano, i quali certamente si innestano su antichissime pastorali; è però certo che un tratto di «quella parte che riguarda in verso gli Abruzzi» fu percorso in direzione della vetta, ed opponendo tale prospettiva a quella che guarda «i Marsi» l’architetto deve riferirsi necessariamente al versante settentrionale, quello che l’attuale via normale percorre nel cono finale che oggi come quasi sei secoli fa «è quasi tutto bianco per essere di sasso vivo».
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