Quel Sogno americano della gente comune negli scatti di Frank e Maier

A Milano e Roma mostre antologiche dei due grandi fotografi che raccontarono il Grande Paese attraverso i gesti e i tic delle persone incontrate per strada
di Giuliano Di Tanna
Il Sogno americano lo si capisce meglio se si è stranieri. Se non ci credete, andate a vedere due mostre che, per una sincronicità junghiana, sono aperte in contemporanea, in questi giorni, in Italia, a Milano e a Roma. Sono le mostre di due grandi fotografi che hanno ritratto l’America non ufficiale, urbana e non, con lo sguardo da outsider, per nascita, come è il caso dello svizzero Robert Frank, o per (parziale) formazione, come Vivian Maier, newyorkese di nascita ma di formazione francese per parte di madre.
Robert Frank aveva 34 anni quando in Francia fu pubblicata la prima edizione di Les Américains. L'anno seguente uscì negli Stati Uniti con il titolo The Americans, un libro con 83 immagini in bianco e nero, scattate durante un viaggio negli Stati Uniti nel 1955, che di lì a poco avrebbe cambiato la grammatica e la storia della fotografia, sfidato la grandezza dei lavori dei suoi predecessori e mentori Walker Evans e Henri Cartier Bresson, mostrato la drammatica solitudine delle persone e svelato, in maniera cruda e spietata, il profondo abisso tra la grigia realtà quotidiana statunitense e lo splendore dell'American dream. il Sogno americano. Fino al 19 febbraio, la galleria Forma Meravigli, in collaborazione con Contrasto, espone per la prima volta a Milano la serie completa del progetto fotografico, forse il più importante del ventesimo secolo. Oggi Robert Frank è tra i più grandi fotografi viventi. All'età di 92 anni è rimasto il personaggio schivo di sempre, un outsider che non si fa scalfire da riverenze e celebrazioni.
«Il genere di fotografia che ho fatto», ha detto Frank al quotidiano britannico . The Guardian qualche anno fa, «è finito. È vecchio». Eppure, a distanza di oltre mezzo secolo da quando sono state scattate, quelle foto parlano ancora di un'epoca passata e attuale. Per dirlo con le parole di Jack Kerouac, suo fraterno compagno di avventure e autore della prefazione di The Americans, «nelle formidabili foto scattate durante il lungo viaggio attraverso qualcosa come quarantotto Stati su una vecchia macchina di seconda mano», in nove mesi Robert Frank ha catturato «quella folle sensazione in America, quando il sole picchia forte sulle strade e ti arriva la musica di un jukebox o quella di un funerale che passa. Ha fatto emergere una triste poesia dell'America e l'ha trasformata in pellicola, collocandosi tra i poeti tragici del mondo».
Pur senza una pretesa di denuncia sociale, ha messo a fuoco l'amaro ritratto di una popolazione consumata nel mostrare un'appartenenza collettiva ma costellata di sguardi persi nel vuoto. I soggetti presi alla sprovvista da Frank sono distratti e stanchi, alienati e afflitti da un'abituale solitudine.
Nato e cresciuto a Zurigo, il fotografo ha avuto quella lucidità esterna per accorgersi della falsità alla quale la società americana era assuefatta e la libertà di svelare la vita ordinaria del cittadino medio sulle strade, nei parchi, nelle fabbriche, suscitando l'indignazione dei critici dell'epoca, perché quel ritratto dell'America «allo stato grezzo» faceva paura. A confermare la sua fama di artista maledetto, Frank girò un documentario sulla tournée americana dei Rolling Stones nel 1972. Frank aveva già firmato la copertina di Exile on Main Street, il doppio album della band britannica pubblicato nella primavera del 1972, poche settimane prima della partenza del tour che Jagger e Richards incaricarono l’artista svizzero di documentare con la sua macchina da presa. Il film che ne risultò non fu mai pubblicato ufficialmente. Da 44 anni ne circolano copie clandestine con il titolo di “Cocksucker Blues” che dà un’idea del contenuto: un dietro-le-scene del tour più trasgressivo degli Stones e (forse) dell’intera storia del rock.
Da un fotografo dell’America di mezzo, la Heartland che sta fra New York e la California, a un occhio indiscreto delle grandi città. L’occhio – la macchina fotografica, la Rolleiflex – è quello di Vivian Maier che cattura persone che casualmente si stagliano nel paesaggio urbano con i propri tic, i gesti e le espressioni abituali, nel dialogo con se stessi e nell'incontro con gli altri. La Ilex Gallery, fino al 5 gennaio, ospita «Vivian Maier: Where Streets Have No Name», la prima mostra a Roma dedicata alla bambinaia-fotografa nata negli anni Venti, che morì nel 2009 credendo che le sue pellicole fotografiche fossero ancora rinchiuse in scatole su scatole in un box di Chicago, quando, invece, grazie alla caparbietà di John Maloof che ha trovato il suo lavoro in una casa d'aste nel 2007, erano in procinto di essere stampate e mostrate al mondo intero.
Nella galleria del quartiere Garbatella sono esposte 33 stampe in gelatina d'argento, tra le più rappresentative dell'immensa produzione della tata, che probabilmente aveva scelto di guadagnarsi da vivere accudendo i bambini per avere modo di portarli fuori e osservare, ogni giorno, l'America della seconda metà del ventesimo secolo.
Vivian Maier, con la sua Rolleiflex per le strade di New York City e Chicago, in cinquant'anni ha scattato foto per più di centomila negativi, tremila stampe e duemila rullini mai sviluppati. Non lo ha detto a nessuno ma, senza saperlo, ha lasciato una importante traccia in quel filone di fotografia di strada che va da Diane Arbus allo stesso Robert Frank, da Dorothea Lange a Helen Levitt. La mostra a Roma è un tuffo nel mondo di questa misteriosa e affascinante artista.
«Come spettatori delle sue fotografie», ha spiegato il curatore Daniel Blochwitz, «assistiamo al suo costante sguardo indagatore, alla sua messa in discussione del mondo com'era allora, il maschilismo, il classismo e il razzismo quotidiano nelle strade di New York, ma anche la bellezza ed il puro piacere della vita vissuta».
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