Riccardo, Nicola e una lettera d’amore allo Yeti

7 Febbraio 2017

Esce oggi il nuovo romanzo dello scrittore aquilano Enrico Macioci: un padre e un figlio davanti all’ignoto

Si intitola “Lettera d’amore allo Yeti” ed è un un giallo-horror alla Lovecraft, il romanzo dello scrittore aquilano, Enrico Macioci, che esce oggi in libreria per i tipi della Mondadori (276 pagine, 19 euro). Il libro di Macioci, 42 anni, con all’attivo altri tre romanzi - Terremoto (Terre di mezzo, 2010), La dissoluzionefamiliare (Indiana, 2012) e Breve storia del talento (Mondadori 2015) - racconta la storia di Riccardo e Nicola, padre e figlio, che dopo la scomparsa improvvisa della mamma decidono di passare le vacanze estive nella casa al mare di famiglia. Riccardo inizia a soffrire di incubi notturni dove compare una figura maligna che inizia a tormentarlo tutte le notti. Tutti provano a cercarla ma vanamente. Pubblichiamo l’incipit del primo capitolo del romanzo.

di ENRICO MACIOCI

«Papà?» Nicola mi toccò la schiena. «Secondo te lo yeti scende in spiaggia?» Sapevo che stava fissando la fila di cabine verniciate di bianco e, poco oltre, gli ombrelloni che si stagliavano sul mare. Il pomeriggio era tardo e dolce.

«Uhm» dissi io rallentando l’andatura, e tacqui per alimentare la sua curiosità. Yeti, sasquatch, bigfoot e grassmann avevano preso il posto dei dinosauri nella sua immaginazione, con una lieve ma inequivocabile preferenza per lo yeti. Trascorrevamo ore davanti al televisore o su YouTube a caccia dello yeti, seguendo documentari più o meno credibili – da History Channel a “Voyager” – e Nicola vi si dedicava con lo zelo feroce dei bambini, dimenticando l’appetito e bagnandosi i palmi di sudore.

«Papà?» Mi solleticò i fianchi con le mani e la bicicletta sbandò. Una signora anziana, che pedalava a fatica trasportando sul manubrio una voluminosa busta del Carrefour, ci lanciò un’occhiataccia. Accelerai. Mi sentivo bene.

«Papà!!! Secondo te lo yeti scende in spiaggia???» ripeté Nicola tempestandomi la schiena di pugni. Era diventato forte. Stava per compiere sei anni e ciò mi procurava angoscia e sollievo. Eravamo come personaggi d’un videogame sul punto di terminare un livello per passare a quello successivo.

«Un attimo, un attimo» mi difesi tenendo dritta la bici. A quell’ora il lungomare era pieno di ciclisti, pattinatori e mamme con le carrozzine. «Fammi pensare.» Ci sfrecciò incontro una bionda sui rollerblade, leggings neri e cuffiette alle orecchie, allungando il passo con fluidità.

«Hai pensato?»

«Credo di sì» m’affrettai a rispondere. «Sì, direi che lo yeti scende fino in spiaggia.» Tacemmo entrambi. Le bancarelle spargevano aroma di zucchero filato, una musica allegra e dozzinale tappezzava l’aria e i gabbiani tracciavano le loro eleganti traiettorie quasi a pelo dei tetti. «Non adesso però» puntualizzai rompendo l’incantesimo – chiacchierare coi bambini è questione d’equilibrio, non si può concedere troppo alla realtà ma neppure troppo poco. La mia voce suonava seria, una voce per faccende importanti e forse pericolose.

Nicola rifletté. Non ci saremmo spesi in simili discorsi – assurdi e profondamente intimi – ancora per molto. A settembre avrebbe iniziato la prima elementare. Addio infanzia. Si passava al livello successivo. E di che si trattava? Perché un padre non possiede da qualche parte un libretto d’istruzioni? Una mappa per non sbagliare ai bivi più importanti?

Al termine d’una congrua pausa Nicola domandò: «E quando scende in spiaggia lo yeti, papà, se non scende adesso?».

«Quando?» Smisi di rimpiangere la mappa e mi concentrai.

«Sì.»

«Dopo il tramonto» spiegai senza esitare. Nicola era sveglio e soppesava ogni parola. «Quando la gente rientra in casa per cena e la spiaggia resta vuota e gli ombrelloni vengono chiusi e anche le sale giochi e i bar e gli stabilimenti vengono chiusi, ed è tutto buio, e si sente solo il rumore del mare, e la luce della luna dipinge quelle scie...»

«D’argento» m’interruppe lui puntuale. «Le sue scie d’argento.»

«Esatto» confermai, reprimendo un moto d’orgoglio. Ero solo un professore d’italiano e storia delle superiori ma cercavo di trasmettere a Nicola il poco in mio possesso: una discreta fantasia e una buona proprietà di linguaggio. Quando mia moglie e io ci accorgemmo che Nicola stava imparando a leggere e scrivere con largo anticipo smettemmo di stimolarlo. I bambini prodigio non c’interessavano, su questo non nutrivamo dubbi, benché sia complicato per un genitore mettere a fuoco cosa si aspetta da un figlio. Genitori e figli diventano soggetti ben distinti solo quando il danno dell’amore è compiuto, e l’amore è più subdolo dell’odio: amiamo i nostri figli, perciò li danneggiamo. Mi fermo qui; esattamente come voi, non ho ricevuto un manuale d’istruzioni. Stimoli o meno, Nicola si rivelò in gamba.

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