Roberto da Salle, il Beato amico di Celestino V

3 Marzo 2019

In un libro di Kaja Battaglia la vita del religioso che Pietro da Morrone cercò invano di avere con sé al soglio pontificio

Un santo abruzzese, non ancora canonizzato, viene "resuscitato" da una pubblicazione ricca di riferimenti bibliografici citati in italiano, latino medievale, tedesco e francese, apparsa recentemente con le Edizioni Sigraf di Pescara. Si tratta del "Beato Roberto da Salle - Discepolo di San Pietro del Morrone", autrice Katja Battaglia, studiosa e ricercatrice medievalista. Il libro, prefato dal vescovo di Trivento, Claudio Palumbo, racconta e raccoglie tutti gli episodi documentati della vita del Beato Roberto, svoltasi tra il 1272 e il 1341, ricca di prodigi, miracoli, viaggi tra Abruzzo, Molise, Puglia, Campania, Lazio, inizialmente all'ombra di Pietro da Morrone, il futuro Celestino V, che cercò invano di averlo con sé al soglio pontificio, e che ne prese la successione alla guida dell'ordine celestiniano, soppresso da Giuseppe Bonaparte nel 1807, ma diffusissimo in Europa, in particolare Spagna, Inghilterra, Belgio, Germania e Praga.
La Battaglia prende spunto da una "Vita Beati Roberti" scovata nella Biblioteca Nazionale di Parigi, e poi fa una lunga e ampia cavalcata attraverso svariati documenti citati e in parte trascritti sfiorando la sazietà del lettore, e rischiando la ripetizione di episodi, fatti e date della lunga vita (per quei tempi) del povero Roberto, che dopo una dozzina d'anni trascorsi in preghiera e solitudine nel convento di Roccamorice, inizia un'attività quasi frenetica di predicazione e diffusione del verbo celestiniano. La congregazione del santo morronese (che aveva iniziato la sua vita eremitica sulla Porrara di Palena) si diffonde a macchia d'olio nel centro-sud d'italia, e il Beato Roberto ne è il primo diffusore, favorendo la costruzione di conventi sul territori orientale della Majella, a Roccamontepiano, a Lama dei Peligni (S. Maria della Misericordia, tuttora esistente), Gessopalena (S. Pietro Confessore e S. Giovanni Battista, non più esistenti), e poi in Molise a Morrone del Sannio (dove morì), e financo a Monte S. Angelo sul Gargano dove si registra l'edificazione di un "ospedale", cioè un ricovero per pellegrini.
La vita del "salentino", così nei documenti in latino, è nota anche a Francesco Petrarca che ne parla nel "De vita solitaria" e all'aquilano Buccio di Ranallo che ne certifica una predica a L'Aquila. Ma le testimonianze più incredibili vengono dai suoi discepoli che lo seguono dovunque e lo sorprendono nelle lunghe ore di orazione, in estasi o appeso a tronchi d'albero a forma di croce. La sua fama si diffonde dovunque e rimane intatta fino al XVIII secolo. Dopodiché inizia un periodo di declino, coincidente con la modernizzazione della società occidentale e l'abbandono graduale dei ritrovi conventuali.
A Salle, però, rimane il culto del suo "Beato", con le poche ossa delle reliquie salvatesi da terremoti e frane del secolo scorso, e il desiderio a lungo coltivato di una canonizzazione a tutti gli effetti.
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