Romagnoli e il bagaglio che non ingombra la vita

27 Settembre 2015

Dopo aver vissuto l'esperienza di essere chiuso in una bara, l'autore ha scritto per la Feltrinelli questo manuale "leggero" e di "resistenza umana", dove chi percorre il viaggio della vita può trovare, nel "perdere" e nel togliere, la sua ricchezza

«Essendo lungo (qui non posso più dire alto) un metro e novanta centimetri, tocco con i piedi e con la testa, non ho lo spazio per le braccia, che devo tenere conserte. Sto ancora cercando di abituarmi quando vedo il coperchio scendere. È allora che penso infine: chi me lo ha fatto fare? È un dubbio tardivo. Un martello batte sui chiodi ai quattro lati, una manciata di terra viene fragorosamente gettata sulla bara. Poi tutto tace. Buio. Posso cominciare a raccontare quel che ho pensato e imparato mentre ero morto».

L'ultimo libro di Gabriele Romagnoli, scrittore, giornalista di lungo corso, viaggiatore "Solo Bagaglio a Mano" (Feltrinelli, 96 pagine, 10 euro) è un piccolo e prezioso manuale di istruzioni per per imparare a vivere con leggerezza, o se preferite un manuale «di resistenza umana». Non ingombrare, non essere ingombranti: è l'unica prospettiva che si possa contare fra quelle positive, efficaci, forse anche moralmente e politicamente buone. L'autore ha avuto modo di pensarci in Corea, mentre era virtualmente morto, chiuso in una cassa di legno, grazie al rito-esperimento di una società che si chiama Korea Life Consulting. Il bagaglio a mano, per esempio. Un bagaglio che chiede l'indispensabile, e dunque, chiedendo di scegliere, mette in moto una critica del possibile. Un bagaglio che impone di selezionare un vestito multiuso, un accessorio funzionale, persino un colore non invadente. Il bagaglio del grande viaggiatore diventa metafora di un modello di esistenza che non teme la privazione del «senza», che vede nel «perdere» una forma di ricchezza, che sollecita l'affrancamento dai bisogni. Anche di fronte alle più torve minacce del mondo, la leggerezza di sapersi slegato dalla dipendenza tutta occidentale della «pesantezza» del corpo e da ciò che a essa si accompagna diventa un'ipotesi di salvezza. Il bagaglio a mano, tratto distintivo del viaggiatore esperto contro l'ingombro, la memoria, legata a doppio filo al possesso di oggetti fisici, oltre che una risorsa può diventare un'ancora. Esattamente come il bagaglio a mano che rivela il superfluo. L'idea di perdere i ricordi, poi, ci terrorizza letteralmente. Li consideriamo un patrimonio da non dissipare e per proteggerli li convertiamo in memoria digitale. Memorie immense in spazi minimi. Ma si tratta pur sempre di oggetti fisici, che come tali possono rompersi o smarrirsi.

E allo stesso modo: è bene ricordare tutto, come il personaggio del racconto di Jorge Luis Borges, Funes el memorioso, che dopo una caduta da cavallo ha sviluppato una percezione e una memoria infallibili? Discerneva continuamente il calmo progredire della corruzione, della carie, della fatica. Notava i progressi della morte, dell'umidità. Il meno importante dei suoi ricordi era più minuzioso e vivo della nostra percezione d'un godimento o di un tormento fisico. Ho più ricordi io da solo, gli fa dire Borges, di quanti non ne avranno tutti gli uomini insieme, da che mondo è mondo. Il neurobiologo James McGough segue una cinquantina di questi casi, tra cui Brad Williams, che è perfettamente a suo agio con la propria condizione, e Jill Price, che invece nella sua memoria prodigiosa vede una continua fonte di stress. Un pò come è stato fatto in alcune città distrutte dalle guerre e poi ricostruite. Non a caso una delle città preferite di Romagnoli (oltre a Beirut) è proprio Rotterdam, la capitale del qui e dell'ora. Rasa al suolo dai nazisti, è stata ricostruita secondo un progetto preciso all'insegna del design e dell'architettura innovativa. Poteva stare lì, a piangere su se stessa, invece è andata avanti verso l'ineluttabilità del futuro. E ancora adesso è sempre al passo, continua a cambiare, è una città rimasta in fieri. Invita i lettori a cancellare un pò di numeri dalla propria rubrica, perché tutti quei contatti che potrebbero un giorno tornare utili, verosimilmente non ci serviranno mai Ma alla fine quando Romagnoli esce dalla bara «lo stappano» torna alla vita respira, in sintonia piena e pura con l'esistenza. Il futuro è una valigia da aprire accettando ogni possibile contenuto. (ansa - nicoletta tamberlich)