Se questa vigna avesse i piedi

Questo racconto è uno degli undici testi inediti che partecipano al Premio John Fante 2015. Quello che otterrà più condivisioni su Facebook, Twitter, Google plus, Linkedin e Pinteres alle 17 di lunedì 10 agosto sarà premiato nella X edizione del Festival letterario Il Dio di mio padre dedicato a John Fante che si terrà a Torricella Peligna dal 21 al 23 agosto 2015. Per votare questo testo clicca sui tasti di condivisione che trovi nella pagina
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Quando il boom economico investì l’Italia, dalle mie parti fummo risparmiati. Non ci successe niente. Cento chilometri più in là era tutto un brulicare di autostrade, macchine, fabbriche e noi qua ad aspettare... aspettare gli indennizzi per i danni di guerra (che non arrivavano) e le lettere dei parenti emigrati all’estero (che ogni tanto arrivavano). Dopo lunghi anni di partenze e di incertezze uno sconvolgimento arrivò anche da noi: nella vallata sottostante, al principio degli anni ’80, si insediarono le tanto agognate fabbriche. Così, con gli stipendi da metalmeccanici, i contadini e i piccoli artigiani del mio paese presero a far progetti, case nuove e figli per il radioso domani che si prospettava. Io sono uno di quei figli dell’avvenire, cresciuto in un villino con tutte le comodità, come
i miei coetanei, fiducioso nel promettente destino del laureato, del qualificato, dello specializzato…
Solo che oggi quasi tutti i miei amici sono andati via e spediscono cartoline dall’estero ai genitori che le aspettano in grandi case vuote. A 25 anni, non avendo di meglio da fare, decisi di partire anch’io. Feci la valigia e la misi in un angolo, cercavo una destinazione senza trovarne una che mi convincesse.
Proprio in quei giorni mio nonno mi chiamò e mi disse di passare da lui. Quando ci andai, aveva già preparato un fiasco. L’aveva riempito col vino messo da parte alla mia nascita, nel 1980. “Questo vino veramente lo dovevamo tenere per il giorno del tuo matrimonio...” Di quel vino vecchio e forte ne versò un bicchiere a testa: “È già tutto deciso? Quindi, te ne vai? Appena dopo la guerra, quando sono partito io, eravamo divisi in due categorie: anche se non lo dicevamo, già lo sapevamo che c’erano alcuni che partivano per non tornare e altri che avevano già in mente il viaggio di ritorno. Anch’io ho rischiato di non tornare. C’era un gruppo di Torricella che aveva l’indirizzo di una famiglia paesana partita tanto tempo prima per l’America; dicevano che il figlio di questi aveva fatto fortuna scrivendo a Hollywood, e che lì era proprio vero che i soldi li poteva fare pure uno di noi!
Ci pensai un po’, se partire con loro o no, ma io ne avevo visti troppi di figli che dicevano addio ai loro padri fra le lacrime, certi che dall’America o dall’Australia non sarebbero tornati nemmeno da morti. Io non la volevo fare quella fine, così me ne andai in Svizzera a scavare gallerie. Da lì vedevo sempre le Alpi, e dietro c’era l’Italia! È come quando vedi la Morgia *, la riconosci da lontano e sai che sei arrivato a casa tua. Invece quando hai attraversato il mare...! Per 7 anni scavai e basta, rimandavo tutto lo stipendio a casa, per riparare il fienile, per il tetto della masseria che cascava a pezzi, ma soprattutto per pagare le giornate ai braccianti che mi dovevano realizzare un sogno: piantare una vigna per ricoprire tutta la collina brulla dietro casa; una vigna come non se n’erano mai viste prima dalle nostre parti! E quando arrivò la lettera che si preparava la prima vendemmia, mi licenziai e presi il primo treno per tornare a lavorare a casa mia. Da allora con questa vigna c’ho campato tutta la famiglia.
Chissà, se non fosse arrivata questa modernità delle fabbriche, magari tuo padre sarebbe rimasto qui in campagna e oggi questa vigna poteva essere ancora più grande di quella che è. Ma lo capisco, del resto anche questa vigna, se avesse i piedi, se ne andrebbe verso il mare, dove ci sono quelle belle cantine moderne. Però è stata piantata qui, dove ci vuole più impegno per fare le cose e, come tocca a noi, tocca pure a lei faticare di più.” Quel giorno mio nonno raccontò storie su storie, della guerra, di un prigioniero inglese fuggiasco che avevano nascosto dopo l’8 settembre, un ragazzotto biondo che si ubriacava con mezzo bicchiere di vino cotto e ripeteva “Arrivano gli amici miei, arrivano presto!”. Invece arrivarono i tedeschi che ci distrussero il paese con le mine... E quando tornò la pace fu terribile non poter restare: non era rimasto nulla, neanche il poco che c’era prima. E non so se fu per il vino che cominciò a stordirmi, se fu per le parole di mio nonno, ma cominciai a mettere a fuoco la mia destinazione. E iniziai a ridere... Il fiasco era vuoto ed eravamo ubriachi. Per noi due fu un giorno di contentezza. Io ridevo: fino ad allora non avevo mai pensato che il passato potesse diventare il mio domani. E lui era orgoglioso della mia gioia, perché era opera sua, me l’aveva regalata il suo vino, frutto della sua vigna e del suo lavoro.
Mio nonno morì qualche mese dopo. Fu allora che presi la valigia dall’angolo e mi trasferii in campagna, a casa sua, nella casa che da sempre è della mia famiglia. Mi chiamo Domenico come mio nonno, anche se lui era sempre stato “Mingo” per tutti. Vivo da 10 anni in una casa circondata da un bosco di querce, sotto una collina ricoperta da una vigna. Faccio del vino buono e lo vendo soprattutto ai turisti, d’estate, a quelli che vengono a passeggiare tra i ruderi che la guerra ci ha lasciato, tra le case in cui vivevano quelli che, dall’estero, ogni tanto scrivevano ai miei paesani che aspettavano e aspettavano.
