Sentimenti virtuali per Tornatore Di Caprio selvaggio

Il mistero, il non detto, l'attesa e una certa atmosfera noir hanno caratterizzato alcuni degli ultimi film di Giuseppe Tornatore, da “La sconosciuta” a “La migliore offerta”. E un mistery, dei...
Il mistero, il non detto, l'attesa e una certa atmosfera noir hanno caratterizzato alcuni degli ultimi film di Giuseppe Tornatore, da “La sconosciuta” a “La migliore offerta”. E un mistery, dei sentimenti, è anche l'11esimo lungometraggio del 60enne regista siciliano, “La corrispondenza”. Interpreti di questa storia d'amore tanto intensa quanto sospesa Jeremy Irons, sgualcito dagli anni ma sempre con un suo quid, e la giovane Olga Kurylenko, trent'anni di meno. Impersonano Ed Phoerum, docente di astrofisica, e Amy Ryan studentessa fuori corso che si mantiene col pericoloso mestiere di controfigura per cinema e tv.
I due hanno una relazione, li vediamo all'inizio del film impegnati in un arrivederci (o un addio?) in una stanza d'albergo: lui lascia Edimburgo per un ciclo di conferenze in California. Da quel momento il corpo del professore scompare dal film e dalla vita di Amy trasformandosi tuttavia in una presenza costante per la ragazza attraverso una corrispondenza fatta di sms, skype, email, dvd e tutti gli altri mezzi digitali del giorno d'oggi, che smaterializzano le relazioni in presenze-assenze. La sparizione di Ed porrà molte domande ad Amy e al pubblico.
In sala anche il film trionfatore ai Golden Globe, “Revenant - Redivivo”, che ha portato due premi (miglior film drammatico e miglior regia) all'autore, il 52enne messicano Alejandro González Iñárritu (Oscar per “Birdman” un anno fa), e il riconoscimento quale migliore attore a Leonardo Di Caprio. Iñárritu ha tratto l'epica avventura del protagonista, il cacciatore esploratore delle terre selvagge Hugh Glass (Di Caprio), dal libro “The Revenant: A Novel of Revenge” (Einaudi) scritto da Michael Punke sulla base di fatti veri. Il romanzo aveva già ispirato il western del 1971 di Richard Sarafian “Uomo bianco va' col tuo Dio”. Qui la storia ritorna nel potente crudele film in cui Glass/Di Caprio sopporta ogni genere di sofferenza, ferito, tradito e solo nel gelo di una natura ostile. Hugh Glass è un cacciatore di pellicce in spedizione con la Rocky Mountain Fur Company nel 1823 nel territorio inesplorato del North Dakota. Dopo l'attacco di un grizzly i compagni di spedizione, due uomini della compagnia, lo danno per morto e lo abbandonano. L'uomo dovrà lottare nel durissimo inverno per sopravvivere, sorretto dal desiderio di vendicarsi di John Fitzgerald (Tom Hardy), che gli ha sottratto le armi e il figlio.
Esce oggi, a 13 giorni dal Giorno della Memoria, il notevole “Il labirinto del silenzio” di Giulio Ricciarelli, milanese classe 1965 cresciuto in Germania, dove ha lavorato come attore prima di questo esordio alla regia. Il film, ambientato nel 1958, guarda alla tragedia dell'Olocausto indagando un capitolo poco noto e poco trattato di quegli anni, gli anni del boom economico in cui la gente voleva essere felice e dimenticare il nazismo, anni che poi hanno cambiato il modo in cui la Germania guardava al suo passato. Nel 1958 a Francoforte il giovane procuratore Johann Radmann (Alexander Fehling) scopre i documenti di una cospirazione di massa attuata per coprire il passato oscuro e la connivenza col regime nazista di noti personaggi pubblici. Nonostante molte ostilità, il coraggioso pubblico ministero troverà le prove delle atrocità commesse ad Auschwitz. Da lì partì poi il processo di Francoforte del 1963-65 e la presa di coscienza della Germania. In sala anche Sylvester Stallone con “Creed” di Ryan Coogler, settimo capitolo della saga del mitologico pugile italoamericano Rocky Balboa, che smessi da tempo i guantoni per limiti d'età si dedica ad allenare Adonis Johnson (Michael B. Jordan), figlio del campione del mondo dei pesi massimi Apollo Creed, suo storico rivale. Golden Globe per il migliore attore non protagonista al 69enne Sly.
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