Sessantotto, le parole di due generazioni

Un’analisi dell’anno della contestazione in un saggio di Francesca Socrate basato sulle interviste ai protagonisti
Due generazioni . Il '68 fu «l'ultima rivoluzione del XIX secolo, o un movimento nuovo, inedito, che poneva i problemi della fine del XX secolo?» si chiedeva Daniel Cohn-Bendit quasi vent'anni dopo. La risposta ci pare l'avesse data Edgar Morin già nei suoi scritti di allora (ora ripubblicati con una riflessione d'oggi: «Maggio 68 - La breccia») per il quale non fu una rivoluzione, ma una rivolta generazionale, che quindi non cambiò la politica ma influì molto sulle vite individuali.
Ci pare arrivi per molti versi a confermarlo l'interessantissimo studio articolato e ben documentato, sociale e linguistico, “Sessantotto-Due generazioni” (Laterza, 262 pagine) che pubblica ora Francesca Socrate, ex docente di Storia contemporanea alla Sapienza, specializzata nella ricerca su cultura e movimenti giovanili con attenzione particolare alla memoria orale, tanto che la sua lettura finisce per essere viva e coinvolgente, ovviamente specie per chi quel periodo lo visse da giovane, divenendo, come ormai si usa dire, la generazione del '68, o per chi crebbe poi nella sua «mitizzazione». È una lettura infatti che si fonda su numerosissime interviste da lei raccolte in anni di ricerche fatte ai protagonisti o semplici partecipanti al movimento. E lavorare sulle interviste vuol dire lavorare sulle parole attraverso gli strumenti della linguistica testuale, sulle strutture di un discorso, i suoi rimandi e riferimenti, per capire cosa davvero ci raccontano sul vissuto di quegli anni, usando «uno sguardo capace di trovare la giusta distanza e di storicizzare il '68» rivolgendosi «al terreno concreto della sua materia antropologica, delle persone che lo hanno fatto», per trovare delle risposte a una vicenda che ha continuato a lungo a dare un'immagine assai contraddittoria e letture anche contrapposte. Innanzitutto le ricorrenze verbali, poi l'uso, per esempio, dell'io o del noi, il tempo dei verbi, i riferimenti di genere, i contesti narrativi che evidenziano anche il non detto, diventano elementi rivelatori che sommandosi e ripetendosi danno concretezza e rilievo statistico a atteggiamenti e idee, coinvolgimento personale e collettivo, politico e privato. Cercando il senso che gli attori di allora danno a quel loro passato, uno dei primi risultati è capire che nella nascita e sviluppo del movimento agirono, ovviamente schematizzando, due generazioni, quella nata tra il 1940 e il 1945 e quella nata tra il 1946 e il 1950. Già Simonetta Piccone Stella nel 1993 aveva scritto su «La prima generazione», quella che oggi dice «noi» e che risulta, dai propri racconti, più legata a una formazione borghese e autorevolezze famigliari e non solo, che ne rallentarono le trasformazioni vissute come più laceranti, più colta e politicizzata rispetto ai suoi fratelli minori, la seconda generazione, quella che dice «io», che, pur più ingenua, si rivelò più aperta a nuovi modelli culturali e pronta a infrangere le regole e sembra lasciare un segno più forte nella memoria di quel periodo. E comunque è allora che si infrange il rapporto con la politica e i partiti tradizionali che, col tempo e le trasformazioni economiche e sociali, porteranno all'antipolitica odierna. Una lettura coinvolgente perché, lasciando in appendice pagine e pagine di note, bibliografia, e tabelle di occorrenze delle parole, è rivelatoria di una pluralità di soggetti, storie, istanze che dagli anni '50, dalle prime manifestazioni milanesi del 1962, col primo studente morto (Giovanni Ardizzone), passando per il 1964 e il 1966 a Roma con la morte di Paolo Rossi, portano a coinvolgere migliaia di ragazze e ragazzi diversi per origini e percorsi alle occupazioni, assemblee, prese di coscienza sociali e di genere, manifestazioni e scontri appunto del 1968, momento fondante e fecondo, lasciando da parte le diverse derivazioni e derive degli anni Settanta.
©RIPRODUZIONE RISERVATA
