Setaccio n. 2

“La lingua della falce” così chiamava il dialetto (o lingua?) sardo lo scrittore Gavino Ledda, per distinguerlo dall’italiano formale. Penso a mio padre, ai suoi attrezzi contadini: a quegli uomini,...
“La lingua della falce” così chiamava il dialetto (o lingua?) sardo lo scrittore Gavino Ledda, per distinguerlo dall’italiano formale. Penso a mio padre, ai suoi attrezzi contadini: a quegli uomini, seduti sulle scale o sulla soglia di pietra delle cantine, ad affilare il filo della falce. Un attrezzo pericoloso dal quale bisognava stare alla larga, così dal suo omologo più piccolo, il falcetto che nel mio dialetto montanaro e marsicano si chiama “ serricchio”. Già, i suoni del dialetto sono la lingua dell’anima, la lingua materna, forse la prima che abbiamo ascoltato. Rifacevano il filo, saggiandolo con le mani callose. Per far ciò usavano “la cote” una pietra dura, conservata dentro un corno di bue, svuotato; la tenevano sempre bagnata con un po’ d’acqua. Appeso, come altri strumenti dell’uso quotidiano, alla cintura dei pantaloni, fornita di ganci. Nel rito della falciatura, metodico, con lenti movimenti delle braccia muscolose, la falce si sarebbe abbattuta sul fieno da tagliare con un sibilo come quello della serpe: l’ho vista scappare, strisciando tra l’erba, dove si nascondeva, acciambellata. Le parole sono armi affilate: “polemica” è una battaglia di parole, guerre di cui l’Italia è piena; “le parole sono pietre” ci avvisa lo scrittore Carlo Levi. All’inizio di tutto, nel vangelo giovanneo c’è il Logos, la parola: siamo fatti di parole che si trasformano in poesia, in prosa. Le parole del dialetto suscitano ricordi, li accompagnano, li conservano. Più il mondo s’è fatto globale, più abbiamo bisogno di una piccola patria, di una piazza per riconoscerci. Anche in quel gioco della memoria (carta, forbice, sasso…) abbiamo scoperto la forza tagliente non solo delle forbici, ma anche della carta. Appena uscito per le edizioni Ianieri il libro di Daniela Dalimonte, Parole abruzzesi, ci invita a riflettere su alcune parole del nostro dialetto: ne ricostruisce la storia e i significati, le variazioni locali. Uno scrigno, per chi volesse aprirlo.

