Silvi Amarcord, la perla dell’Adriatico

Un libro di Paolo Martocchia racconta la storia della città tra l’arrivo della ferrovia e i giorni nostri
di Giorgio D’Orazio
Silvi ha l'aspetto di una signora aristocratica a cui tempo e decadenza non sono capaci di portar via i tratti genetici della bellezza e quelli eleganti della personalità.
La storia lascia tracce dentro e fuori rimangono i connotati di una “bella epoca”, basta portare lo sguardo dall'arrocco antico di Silvi Paese e lasciarlo scivolare lungo le colline fino alle ville superstiti in prossimità del litorale a Silvi Marina, memorie inconfutabili seppur confuse col disordine di una modernità e di una contemporaneità che non sono state e non sono generose con quel «sito incantato» a cui rimanda l'ultimo libro di Paolo Martocchia (1967), giornalista, scrittore e operatore culturale. “Le perle di Silvi” (Marte Editrice, 151 pagine, 10 euro) fresco di stampa e in corso di presentazione - il prossimo appuntamento è fissato per sabato a Roseto - è allora un saggio agevole sull'evoluzione storico-sociale e sulle mutazioni antropologiche del territorio silvarolo.
Un saggio che va a sommarsi a una bibliografia dedicata, da “Cronaca e diario del Castello di Silvi” (1932) di Giuseppe de Torres fino a “Silvi bel suol d'amore” (1992) di Edoardo Famelici, passando per “Silvi, storia folclore turismo” (1970) di Lamberto De Carolis.
Il libro di Martocchia prosegue e integra questa indagine microstorica, cogliendo un arco temporale tra l'arrivo della ferrovia adriatica nel 1863 e i giorni nostri.
In mezzo c'è un periodo intenso che ha segnato splendore e decadenza di quella «perla dell'Adriatico» dove le famiglie nobili atriane sfoggiavano le proprie residenze estive, costituendo un tessuto urbano e sociale signorile che si ritrovava al Club Marina, dove la gastronomia si affinava tra i sapori del pescato e dell'agro circostante, dove la fabbrica Saila cresceva facendo conoscere la liquirizia locale in tutto il mondo, dove i turisti italiani e stranieri affollavano l'estate, tra nuovi alberghi e spiagge attrezzate, regate veliche al Circolo Nautico, notti al Kursaal prima e alla Silvanella poi, e dove Mogol trovava ispirazione e scriveva capolavori per Lucio Battisti (a Silvi, dove il paroliere passava le vacanze da ragazzo è ispirata “La canzone del sole”) e Gianni Bella.
Tra i 18 capitoli, intervallati da foto d'epoca, non mancano approfondimenti e curiosità, dalla storia della Banda musicale all'arrivo di Mafalda di Savoia l'11 settembre del 1943, ospite del marchese Fefé Martinetti Bianchi nella sua villa di San Silvestro.
A Silvi, tra l'altro, la principessa aveva già una conoscenza, il professor Domenico Vinditti, che servì come ortopedico la Real Casa.
Oggi cantando “La fila degli oleandri” di Mogol-Bella la nostalgia del passato trova un senso, ma resta la “Silvi 2.0” dell'ultimo capitolo a conservare una sua bellezza, nonostante «l'avanzare della microcriminalità...l'erosione della costa», un'urbanizzazione spesso disattenta e tante altre criticità: d'altronde, avrebbe detto un silvarolo doc come Peppino Bronico, «'a uògne faméje stace lu pencio rott'».
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