Sogni nella casa di Bouganville

Questo racconto è uno degli undici testi inediti che partecipano al Premio John Fante 2015. Quello che otterrà più condivisioni su Facebook, Twitter, Google plus, Linkedin e Pinteres alle 17 di lunedì 10 agosto sarà premiato nella X edizione del Festival letterario Il Dio di mio padre dedicato a John Fante che si terrà a Torricella Peligna dal 21 al 23 agosto 2015. Per votare questo testo clicca sui tasti di condivisione che trovi nella pagina
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Le cose non sono mai indifferenti. Non sono molecole saldate tra loro a formare materia. Esse narrano geografie e storie. Si era concessa una tregua, una fuga, l’ennesima. La sua inquietudine, il suo circumnavigare l’avevano riportata infine nella sua Itaca, dispersa fra i calanchi, sempre in preda alle frane, dove tutti erano scappati, erano rimasti solo gli anziani affacciati sull’uscio per scambiarsi ricette e messaggi segreti, che tutti conoscono, e che spiavano da dietro le imposte lei: figliol prodiga di questa terra.
Forse furono quelle cose, le preziose cose senza valore che le erano care a riportare in superficie quel ricordo. Aveva sette anni. La cucina intrisa di profumi ed essenze, il tavolo di marmo dove sostavano erbe e frutti dell’orto, in attesa di trovare nuove forme e varianti alchemiche. La stanza da letto aperta sulla geometria ordinata del vigneto. I grappoli neri succosi, una tentazione alla quale non sapeva resistere. La nonna sentenziava:
“Non mangiarne tanta ti crescerà il seno”.
Chissà se c’era del vero in quell’affermazione. Era una delle tante credenze della nonna, come quella di tagliare i capelli con la luna piena, di mettere le forbici davanti alla porta quando fuori grandinava.
La nonna era diversa non aveva gerani sul davanzale ma una bouganville che avvolgeva la casa. In chiesa non andava, ma non si perdeva una campagna elettorale. I grani del rosario non li sgranava, ma aveva la tessera del PCI in bella vista sullo specchio del comò. E si vantava che lei la sua fede nuziale ai fascisti non l’aveva consegnata, l’aveva sotterrata sotto il vigneto insieme a quella del nonno che era andato sulla Maiella a riprendersi la primavera.
Non trovava strano che quella donna, “guastasse” il malocchio. Un rituale cui i bambini eravamo sottoposti di continuo. Ogni complimento doveva essere accompagnato con: “Dje la bendiche”, altrimenti era subito uno spuntare di mani a fare croci sulla fronte, un bisbigliare formule segrete per rimediare a quel Dio ti benedica che non era stato pronunciato.
Nel retro c’era la casetta delle galline. Ogni mattina andava a prendere le uova, ma l’uovo con lo zucchero non lo mangiava: un intruglio che detestava, anche se la nonna ci versava il vino, perché il succo di quell’uva che faceva crescere il seno faceva buon sangue se trasformato in vino.
Aveva sette anni e in quella casa sognò le galline a terra, sgozzate. Si era svegliata ma non riusciva a muoversi. Solo il cuore correva e faceva più rumore della sveglia sul comodino. Un incantesimo che la immobilizzava dentro il letto con il medaglione dipinto di rose, le lenzuola di lino e la coperta all’uncinetto color écru.
Si svegliò, il sole era alto, tutto splendeva tranne la nonna che era nera, più nera del vestito che indossava. Disse:
“Non andare dalle galline nciann sta chiù”. Non c’erano più, la volpe le aveva visitate.
Tutto il giorno vide scorrere davanti agli occhi le galline sgozzate. La sera non riuscì più a trattenere i pensieri, e pianse, ma non era in lutto per le galline. Piangeva per il suo sogno e perché aveva paura di sognare ancora cose brutte. La nonna cominciò a sorridere. Lo sapeva già, lo aveva intuito: quella nipote era come lei sognava le cose.
Quella sera le fece imparare a memoria la formula per guastare il malocchio. Poi prese due bicchierini di cristallo custoditi come reliquie nella credenza e ci versò il vino. Il rosso vino. E non importava che lei avesse solo sette anni. Il vino suggellava patti. Celebrava nascite, piangeva morti. Colmava solitudini, moltiplicava allegrie. Era il convitato cortese che dimorava insieme agli abitanti della casa.
Non esercitò mai quel rituale, aveva appreso molto di più di quella formula. Aveva ereditato le storie, la capacità di narrarle e il talento di riconoscere le persone buone e di non desiderare mai il male di nessuno. Lei era tra quelli che il malocchio lo guasta non lo fa. Aveva imparato a non avere paura dei sogni. I sogni vanno cercati, inseguiti in ogni dove, così aveva fatto il nonno sulla montagna.
Ma l’esistenza cammina lungo sentieri segnati da seguire senza distrazioni, senza lasciarsi ingannare dalle direzioni insolite tracciate dai sogni. E lei aveva assecondato quella strada in salita che l’aveva portata alla meta, ma lontano dai suoi desideri. Ora davanti alla finestra spalancata sul vigneto, pensò all’ultimo sogno sognato in quella casa. Anche quella volta la nonna sorrise: sarebbe tornata a trovarla nei sogni e solo per raccontare cose belle. E la sognò di nuovo. Sognò le sue parole. Rimaste appiccicate sui mobili, sui merletti sopra ai tavolini. Uscite dalle piume del cuscino. Rimaste in attesa sulla bouganville che continuava anarchica a fiorire. Storie raccontate e segrete che portano lontano, verso altri inverni e primavere, mattini tersi e sere di garbino. Verso altre strade quelle tracciate dai sogni.
Quando si alzò era quieta, finalmente quieta. Si sedette davanti alla vecchia macchina da scrivere, quella che il nonno usava per i volantini del partito. Sospirò: Per favore Dio non abbandonarmi adesso. Scrisse: Tre uocchie t’ ha guardate tre sante t’ha aiutate. Quell’antica formula tornava dagli abissi della memoria. Parole che non significavano niente, ma bisognava pur cominciare da qualche parte. Prese il bicchierino di cristallo ci versò dentro il vino. E bevve a piccoli sorsi. Il rosso vino.
