«Sono un maliconico che sa far ridere e che non dimentica»

L’attore e regista riempie l’aula magna dell’ateneo di Chieti «A Pescara il mio “Un sacco bello” fece il record d’incassi»
CHIETI. Il segreto del successo, il ruolo della famiglia, la nostalgia della sua casa a Roma in via Lungotevere dei Vallati, la notte insonne prima delle riprese del film d’esordio, l'amicizia con Sergio Leone, Enrico Vanzina e Christian De Sica, il legame speciale con l'Abruzzo e Pescara. E poi gli sketch dei personaggi che sono entrati nelle case di tutti gli italiani: dal maniacale Furio, tormento della povera Magda in "Bianco, rosso e Verdone", al coatto Ivano in "Viaggi di Nozze"...
Così Carlo Verdone, ieri mattina all'università Gabriele d'Annunzio di Chieti, ha incantato centinaia di studenti di tutte le facoltà. Un appuntamento, quello organizzato nell'aula magna, che rientra nell'ambito dei festeggiamenti per il cinquantesimo anniversario della fondazione dell'ateneo. «Ho questa regione nel cuore perché il mio primo film, “Un sacco bello”, fu campione d'incassi a Pescara», spiega alla platea l'attore, sceneggiatore e regista romano che prima di prendere la parola è stato omaggiato di una sciarpa della Roma. Verdone in Abruzzo è arrivato nelle vesti di scrittore, accompagnato da Enrico Vanzina: l’attore e regista è infatti il vincitore della sezione dedicata agli “Scrittori dal cinema” del Premio internazionale di narrativa “Città di Penne-Mosca”, ricevuto nel pomeriggio nel chiostro di San Domenico di Penne per il volume autobiografico "La casa sopra i portici", pubblicato dalla casa editrice Bompiani nel 2012.
«Ho scritto questo libro non per fare soldi, ma per raccontare tutto quello che non voglio dimenticare», sottolinea Verdone. «Questo racconto è un atto d'amore per la mia casa in via Lungotevere dei Vallati numero 2 che, dopo la morte di mio padre, ho riconsegnato al Vaticano che l'aveva data in affitto a mia mamma nel 1930. Dal terrazzo di quella casa si vedeva la parte più bella di Roma e si sentivano i rumori del quartiere, dal fruttivendolo al panettiere. Lì ho pianto per la morte di mia nonna e gioito per la nascita dei miei figli. Ho sempre unito la malinconia alla comicità e in ogni finale di un mio film c'è un tocco malinconico, che ritorna nelle pagine del libro. Anche oggi vivo in una casa grande, in una delle terrazze più alte di Roma, che tutti mi invidiano. Ma non è una “grande casa” perché non ha storia».
Verdone è arrivato alla scrittura grazie agli insegnamenti degli sceneggiatori Leo Benvenuti e Pietro De Bernardi e alle letture che gli consigliava il papà. Già, quel Mario Verdone che nella sua vita ha avuto un ruolo fondamentale. «I miei genitori erano persone colte ma semplici, che non volevano che frequentassi solo i figli dei borghesi e mi dicevano di conoscere e amare il quartiere. Mi hanno spinto a vivere, ad entrare in contatto con la gente. Molti dei miei personaggi sono nati così: ho osservato la realtà e l'ho riprodotta con una lente d'ingrandimento un po' deformata». I primi passi da regista a venti anni. «Comprai una cinepresa da Isabella Rossellini per 70mila lire e iniziai a fare film sperimentali».
Dieci anni dopo, il primo successo: “Un sacco bello”. «Ero agitato, la notte prima delle riprese non ho chiuso occhio. Sergio Leone mi venne a prendere a casa alle sei di mattina perché sapeva che non avrei dormito. E' il film più bello perché il primo non si scorda mai ed ebbe grande successo». Ma la vita del cinema non è tutta in discesa. «Ogni volta riparti da zero: se sbagli due film di fila, sei finito. Dopo “Bianco, rosso e Verdone” ho avuto un periodo di smarrimento perché il film non ebbe lo stesso successo del primo. Molti si allontanarono da me perché dicevano che avevo già dato tutto e non avrei potuto fare di più. Un giorno mi chiama Mario Cecchi Gori e mi offre un contratto. Con “Borotalco” mi giocavo la carriera. Per fortuna andò bene: quel film vinse il David di Donatello e il Nastro d'Argento. Il segreto della mia carriera è il fatto di non sentirmi un protagonista, ma un fan degli altri».
Non manca un appello ai giovani. «Questi sono tempi duri, non ci sono più l'etica e la morale. Siamo bombardati da cattive notizie, la qualità della vita è mediocre perché stiamo perdendo la memoria storica. Ragazzi, non perdete i veri valori». Poi, sollecitato dagli applausi, dà vita ad altri sketch: dall'infantile Mimmo di “Bianco, Rosso e Verdone” al famoso «’o famo strano». Giù risate. «Chi dice che i giovani di oggi non sanno ridere è un bugiardo», osserva allora lo sceneggiatore di tanti cinepanettoni Enrico Vanzina. E la conferma arriva poco dopo, quando Verdone si concede agli studenti per scattare selfie. Con il sorriso sulle labbra e la battuta sempre pronta: «La famo strana 'sta foto?».
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