Teramo e il fascismo, tra crisi e cambiamento

Lo storico Luigi Ponziani indaga sulla trasformazione della città dall’età giolittiana a Mussolini
TERAMO. Quasi seicento pagine scritte a mano, prima di essere digitate al pc. Conserva con acribia un'abitudine analogica nella prima stesura dei suoi poderosi saggi lo storico Luigi Ponziani, direttore emerito della biblioteca Dèlfico di Teramo, diretta fino al 2015. È stato così anche per il nuovo studio “Teramo dall'età giolittiana al fascismo (1901-1940)”, pubblicato da Ricerche&Redazioni (30 euro), che prosegue lo studio della vita politica, sociale, civile e culturale cittadina, e di riflesso regionale, aperto da “Il capoluogo costruito” (Edigrafital, 2003). Il nuovo volume viene presentato oggi a Teramo (sala polifunzionale, ore 17: con l'autore intervengono Luciano D'Amico, rettore dell'ateneo teramano, e Vincenzo Cerulli Irelli, docente a La Sapienza. In un percorso sia diacronico che tematico Ponziani approfondisce il ruolo delle vecchie classi dirigenti liberali di stampo ottocentesco e la loro incapacità di reggere cambiamento e dinamismo imposti a tutti livelli (dai trasporti all'economia) dalla modernità nei primi decenni del Novecento. Con l'estensione del voto e l'avvento di nuove forze politiche - ex combattenti, popolari, socialisti - le tradizionali élites dirigenti non riescono a mantenere l'egemonia politico-amministrativa. «Ma è tutta la classe politica ottocentesca italiana a rivelarsi inadeguata», sottolinea lo storico, che da quarant'anni studia i ceti dirigenti e la storia civile e culturale abruzzese dell'Otto-Novecento. «La svolta nel primo dopoguerra. Il vecchio notabilato liberale, espressione della proprietà agraria, non sa cogliere le trasformazioni in atto e dà una risposta inadeguata allo sviluppo economico e sociale e ai nuovi rapporti civili e politici. A una dignitosa storia politica e culturale non se ne sostituisce un'altra. Basti pensare alla Rivista abruzzese di scienze lettere e arti, che cessa con la morte nel 1926 del suo fondatore, il canonico Giacinto Pannella. E in campo politico-amministrativo personaggi come Luigi Paris, Serafino Mancini, Berardo Cerulli, Francesco Savini vengono avvicendati da mezze figure». Il primo fascismo teramano, spiega Ponziani, è gracile, «rappresentato da personaggi modestissimi che non riescono a rapportarsi con i nuovi centri del potere». E dal 1923, con il primo sindaco fascista di Teramo, Nino Nanni, la città vive una crisi profonda, che sfocerà nella mutilazione della provincia, raccontata in uno dei capitoli tematici del libro: «Un vulnus per Teramo. Una storia pluricentenaria viene recisa con un atto d'arbitrio. La nascita della provincia di Pescara, insieme ad altre 12 province in Italia, tra cui Rieti che si stacca da L'Aquila, risponde ai nuovi appetiti territoriali della classe dirigente fascista locale, di cui si fa portavoce Giacomo Acerbo, dal 1922 potente sottosegretario alla presidenza del Consiglio dei ministri ».
Anna Fusaro
