Tour abruzzese per Marchioni: ecco il mio Zio Vanja

8 Febbraio 2018

LANCIANO. Dalla Russia dell’Ottocento all’Italia centrale dei giorni nostri, da una tenuta agricola in declino a un teatro di provincia in crisi: è il “viaggio” dello zio Vanja di Anton Cechov che va...

LANCIANO. Dalla Russia dell’Ottocento all’Italia centrale dei giorni nostri, da una tenuta agricola in declino a un teatro di provincia in crisi: è il “viaggio” dello zio Vanja di Anton Cechov che va in scena in questi giorni in Abruzzo nell’adattamento curato da Letizia Russo, affidato alla regia di Vinicio Marchioni. L’attore, diventato famoso nel 2008 come “il Freddo” dalla fiction tv “Romanzo criminale”, oltre che regista, veste i panni dello zio Vanja. A distanza di 10 anni dalla serie ispirata alla banda della Magliana, Marchioni torna inoltre a lavorare con Francesco Montanari, “il Libanese” della fiction, che qui è il medico Astrov.
Completano il cast Milena Mancini, la moglie di Marchioni che interpreta Elena, Nina Raia (Marina), Nina Torresi (Sonja), Alessandra Costanzo (Marija), Andrea Caimmi (Telegin), Lorenzo Gioielli (Serebrjakov, già padre del Freddo nella serie). Dopo il debutto abruzzese al Fenaroli di Lanciano e una prima serata di ieri a Teramo, lo spettacolo viene riproposto stasera sempre a Teramo, mentre domani sarà al Maria Caniglia di Sulmona, e sabato e domenica al Marrucino di Chieti.
Marchioni, cos’è e come nasce questo vostro zio Vanja?
«Nell’originale la storia è ambientata nella Russia dell’Ottocento in una vecchia piantagione, che nel nostro adattamento è un teatro di provincia in una delle zone d’Italia maggiormente colpite dal terremoto. L’idea è arrivata dopo un paio d’anni che leggevo e rileggevo questo testo con mia moglie: volevamo raccontare attraverso Zio Vanja una situazione sia generale sia teatrale dell’Italia. Al di là della sovrapposizione al nostro contesto non abbiamo toccato nulla dell’originale, dalle dinamiche dei personaggi fino alle pause di scena».
Come mai “Uno zio Vanja” e non semplicemente “Zio Vanja” come l’originale?
«Perché è una delle migliaia di possibilità di riportare Cechov sul palcoscenico. Qualcuno ha scritto che Zio Vanja non si fa così… e chi lo sa come si fa? Noi lo abbiamo fatto in questo modo, senza tradire le dinamiche e le atmosfere cechoviane: un classico è un classico perché propone tematiche universali e a distanza di tanto tempo suscita sempre le stesse domande».
Lei ha iniziato come attore teatrale, poi serie televisiva e cinema, e ora regista: in quale di questi ruoli si sente più a suo agio?
«In linea di massima devo dire che mi piace stare “dietro”, lavorare su un capolavoro del teatro classico con attori tutti bravissimi. Però allo stesso tempo penso anche di avere ancora molto da fare e di dover crescere come attore».
La prima abruzzese a Lanciano è stata preceduta da un incontro con gli studenti delle superiori: che ne pensa di questi appuntamenti?
«Mi piacciono molto, perché è uno modo per far conoscere a più persone possibile il teatro. Da questo punto di visto avverto anche una sorta di responsabilità come attore: si va sempre meno a cinema o a teatro, e perciò da parte nostra è importante la volontà di avvicinare sempre più persone, e i giovani in particolari, a queste forme di arte, visto che saranno gli spettatori del futuro».
I classici spesso sono associati a qualcosa di “pesante”: cosa dice a un ragazzo che viene ad assistere a questo Cechov?
«Di venire a teatro col sorriso, perché è uno spettacolo nel quale si può pure ridere. Anzi, se durante qualche scena vi viene da ridere fatelo pure, e anche forte: ci aiutate, ci trasmettete emozioni e ci aiutate a trasmetterle, che è quello che deve fare il teatro».
Pensa che le abbia mai pesato essere identificato tout-court come il Freddo?
«Credo di aver avuto la fortuna di partecipare a un evento storico della televisione italiana, del quale forse non ci aspettavamo quel successo mediatico. Siamo felici di averlo fatto perché ci ha dato la possibilità di fare molto altro».
A 10 anni dalla fiction è tornato a lavorare con Montanari in un contesto decisamente diverso: come vi siete ritrovati?
«Benissimo: sia perché veniamo da scuole teatrali e il palco è il nostro mestiere, sia perché Francesco è un attore straordinario oltre che un amico. Da allora ci siamo conosciuti molto bene e questo legame si vede sul palco. Essendo la mia prima regia con un testo così fondamentale, mi sembrava la cosa migliore avere vicino persone che mi conoscessero già bene».
La prossima volta dove rivedremo Marchioni?
«Tra un anno saremo ancora in scena con questo progetto, nel frattempo il 12 aprile esce al cinema una commedia a sfondo sociale, “Quanto basta”: interpreto un cuoco che sconta una pena ai servizi sociali con un corso di cucina per ragazzi autistici: qui nasce un’amicizia con un ragazzo affetto dalla sindrome di Asperger. Quindi la prossima volta vi aspetto al cinema».