UN’ICONA MULTIFORME E LIBERA

12 Gennaio 2016

Nel dopoguerra Brixton non era ancora il ghetto etnico ed esplosivo che diventerà nella “London calling” degli anni ’70, ma era già un posto duro, ribelle. Uno dei posti in cui è stato inventato il...

Nel dopoguerra Brixton non era ancora il ghetto etnico ed esplosivo che diventerà nella “London calling” degli anni ’70, ma era già un posto duro, ribelle. Uno dei posti in cui è stato inventato il rock (e più tardi il punk e un certo reggae) e ai quali la nuova musica ha prestato suoni e voci per dire qualcosa che non si sapeva in quale altro modo dire. Soprattutto ai giovani, di cui il rock è stato la forma espressiva prevalente per gran parte del secondo ’900. Bowie incomincia come cantautore, sulla scia di Dylan, con echi di Presley ovviamente, con un occhio ai grandi battistrada, Beatles e Rolling Stones. I primi appaiono gli interpreti di un rock misurato, e sarebbero i “buoni”; i secondi della “musica del diavolo”, e sarebbero i “cattivi”. Non è vero niente, molta musica dei Beatles è “cattivissima” e altrettanta degli Stones è tenera e mite. Ma questo vuole la leggenda. Bowie non sta né con gli uni né con gli altri, anche se è amico di tutti (lo è più di Mick, come sappiamo). La sua differenza è quella che separa un grande musicista che cresce e diviene un artista a tutto tondo da chi è “solo” una grande rockstar, come i succitati. In questo, Bowie è più simile a Lou Reed, anche se ciò che l’artista newyorchese aveva cercato nella letteratura Bowie l’ha cercato nella performance scenica (decisiva, in questo senso, la sua formazione con Lindsay Kemp) integrata nella performance musicale e nel modo di stare nel teatro del mondo e della vita. Mutando personaggi, creando mode, con un’assoluta libertà di vivere, amare, sperimentare in ogni campo («Sono nel processo di vivere. Non il suo risultato», ha detto). Se il rock non è finito negli anni ’70, dimostrandosi una delle forme culturali principali fin nel nuovo secolo, lo si deve a figure come Bowie, radicate in quella cultura ma capaci di esplorarne ogni potenzialità e di integrarla con altre forme d’arte. A volte di qualche celebrità si dice che è o è stata un’icona in qualche campo. Non sempre è vero, spesso è solo una frase fatta. Ma Bowie un’icona lo era davvero, anche in senso letterale. I personaggi che, di decade in decade, incarnava segnavano il tempo, non solo le mode, con potenza iconica pari all’intelligenza, alla raffinatezza e alla profondità del progetto stilistico e culturale che li ispirava. Per salutarlo, suona bene una sua frase, che sembra una delle verità sapienziali e misteriose rivelate dalla fisica quantistica: «La verità è che non esiste nessun viaggio. Arriviamo e ce ne andiamo nello stesso istante».

Let’s dance!, dunque.

Gianfranco Bettin