Una mega produzione per “Il nome della rosa”

1 Maggio 2018

La serie tv sarà diretta da Giacomo Battiato con un cast guidato da John Turturro e Rupert Everett

ROMA. «Finalmente anche l'Italia si apre al mercato internazionale producendo serie di ampio respiro come “Il nome della rosa”». A sottolinearlo è Matteo Levi, produttore originario della serie tv (è lui ad aver acquistato, non senza difficoltà, i diritti del bestseller omonimo di Umberto Eco), ieri, a Perugia dove ha ricevuto il Grifone d'oro alla quarta edizione del Love Film Festival. Alla sua produzione (11 marzo film) si è poi unita la Palomar, mentre i diritti di antenna sono stati ceduti alla Rai e la distribuzione internazionale a Tele Munchen.
L'orgoglio di Levi è giustificato, basta guardare a numeri e cast: 21 settimane di girato (siamo alla 17/a); otto puntate di 50 minuti che andranno su Rai1 nell'inverno 2019 e un budget monstre pari a 26 milioni di euro.
“Il nome della rosa”, serie tv diretta da Giacomo Battiato, è ovviamente girata in inglese, potendo sfruttare il volano del successo internazionale del romanzo gotico di Eco e ha un cast composto da John Turturro e Rupert Everett, scelti rispettivamente per i ruoli chiave di Guglielmo da Baskerville, monaco francescano del XIV secolo che indaga su una serie di macabri omicidi, e del suo antagonista, l'Inquisitore Bernard Gui. A questi si aggiungono gli attori Sebastian Koch, (Le Vite degli Altri), James Cosmo e Richard Sammel (Bastardi Senza Gloria) e l'attore tedesco Damien Hardung nei panni di Adso, apprendista di Guglielmo.
Sul fronte Italia scendono in campo Fabrizio Bentivoglio, Greta Scarano, Stefano Fresi, Alessio Boni e Piotr Adamczyk (Karol: Un uomo che divenne Papa). Sul set prima a Cinecittà e in questi giorni a Perugia, la serie tv «sarà abbastanza fedele al romanzo - spiega Levi - che già per la sua lunghezza si prestava alla serialità. Sono state solo sviluppate alcune storie che nel libro erano solo accennate». E ancora Levi, al Love Film Festival che quest'anno ha come madrina Francesca Valtorta, sottolinea come ormai ci sia «un chiaro spostamento produttivo verso l'audiovisivo rispetto al cinema. La serialità - aggiunge - con la sua fidelizzazione segna come il ritorno al romanzo ottocentesco. Una cosa oggi di cui si deve prendere atto».
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