Una sbornia di parole e di vino

28 Luglio 2015

Questo racconto è uno degli undici testi inediti che partecipano al Premio John Fante 2015. Quello che otterrà più condivisioni su Facebook, Twitter, Google plus, Linkedin e Pinteres alle 17 di lunedì 10 agosto sarà premiato nella X edizione del Festival letterario Il Dio di mio padre dedicato a John Fante che si terrà a Torricella Peligna dal 21 al 23 agosto 2015. Per votare questo testo clicca sui tasti di condivisione che trovi nella pagina

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Il respiro s’ingrossa, s’affanna dentro il cavo di un telefono fisso. La voce s’ingoia in un’attesa sospesa, roca risale trascinandosi appresso una scia di sillabe sparse: in un manto di nuvolette grigie di fumo, asciutta la voce rimarca “E’ un buon lavoro”, mentre voluttuosa aspira la sua sigaretta.

E’ un sogno? Un delirio? O è la pazza della porta accanto che accende un falò dentro la stanza?

Ho spedito il mio scritto alla Signora della poesia e dopo un’attesa di giorni di nebbia e di accidia, mi pongo in un silenzio sacrale al cospetto di dio. Per sostenermi un buon bicchiere di vino: una Passerina d’annata del mio Abruzzo gentile.

Dalla strada la voce ripete ossessiva “E’ un buon lavoro il tuo scritto”; e da ogni angolo della notte si gonfia in un coro, si libra in alto, poi ricade su una folla in delirio. Io sto per svenire, non ho più vent’anni per giocare ad Arturo Bandini; alla mia età si rischia di venire marchiati di demenza senile. Meglio un altro sorso di vino per non perdere l’euforia che inizia a salire. L’ovazione martella le tempie, scandisce il mio nome, mi porta in trionfo come un personaggio dell’ultimo grido. Annuso la fama come un gatto in calore il suo territorio.

La mia America è tanto vicina: da una foto ingiallita sorrido a zio Elpidio che con suo fratello Lorenzo e Nannina, che non ha sedici anni, sono in partenza col bastimento, richiamati dal padre emigrato in America. Di ritorno dalla terra feconda, negli anni cinquanta, chiese a mia madre quel fagottino che ero, per portarlo in dono alla sua bella moglie Marianna che non gli aveva dato un figlio. Questo aneddoto l’ho sentito spesso narrare in famiglia, forse per il mio essere artista nell’animo, ma sono rimasta in Italia e precaria. Mentre il ramo emigrato in America ha avuto il suo personaggio: Jerome R. musicista, coautore di Hair, figlio dello zio Lorenzo che di figli, invece, ne ha avuti tanti.

Ma questa notte la Signora dei Navigli mi conduce ad un Convivo di anime affini: Manganelli, Pasolini, Quasimodo; e con una bottiglia di Grignolino del Piemonte nativo invita a brindare alla Bellezza che non deve morire. 

Con voce invitante “In alto i bicchieri”, e con la bocca vermiglia ricca di baci da donare all’amore canta e mentre canta brucia il mio Io. Non ha scarpe spaiate, imbrattate di dolce follia, ma volteggia su un’amante del verso col tacco e una punta d’acciaio. E la vesta è d’organza fiorita.

I pensieri diventano graffiti sui muri delle pareti e i mozziconi delle sigarette fanno da tappeto ai ricordi: vive presenze, raccolte dentro la stanza al riparo dall’urlo del mondo che sta per cadere. Poi con voce possente la denuncia del mercimonio del sacro e di tutte le cose dell’animo; cogli occhi accesi come verdi smeraldi all’adepto confuso in ambigui pensieri a caratteri forti: “UN POETA NON HA BISOGNO DI ESSERE PRESENTATO”. E come allora scaccia i mercanti dal tempio.

Ho un capogiro. Mi sfiora un mancamento. Le parole si mescolano al vino, alla gola riarsa di rabbia e di gelosia, e un grosso rimpianto di non essere andata bambina in America. Chissà, forse avrei incontrato John Fante, mi dico, se non altro perché so cucinare le melanzane come sua madre e giocare a biliardo.

E’ una sbornia, la mia, di parole e di vino, di illusione e delirio, questa notte al telefono con la poetessa Alda Merini. Una sbornia un po’ criptica, con metafore “auliche” di una signora avanti negli anni che non vuole morire dimenticata. Una sbornia luccicante di nostalgia al ricordo pittoresco di Fili’, un omino un po’ poeta un po’ filosofo, che accompagna i suoi motti con i bicchieri al bar Sport di un piccolo borgo marinaro. Che quando rincasa ubriaco, alla luna tonda e ammiccante, come fosse la sua complice amante “Fili’ tutto ha provato: zitelle, zitellone, vedove e maritate”. E rimane ad un pino abbracciato.

Qualcuno sta suonando alla porta della sua casa.., forse il barbone dei Navigli, suo amico che vuole unirsi all’allegra brigata con un bicchiere di vino. Garbata si scusa…per andare ad aprire. Ubriaca rimango in attesa…

Sulla spalla, sbilenca, ricade la cornetta del telefono col suo suono occupato. Confusa, in attesa, col labbro tremante invoco il mio dio: non voglio essere dimenticata. Una data gigante s’impone a quel che rimane del mio lucido sguardo; si scindono i numeri in frammenti di luce di un faro abbagliante sparato sugli occhi. A fissare nella memoria la data del nostro incontro. Di giorno.  A Milano. Se non è stato un sogno.

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