«Uso questi giorni per fantasticare e stupirmi ancora»

18 Marzo 2020

Il regista nella sua Ari: «Ci sto benissimo Abito in una casa che è un set perenne» 

Dal suo spicchio di mondo sulle colline dell’entroterra chietino Dino Viani investe in un cono di luce attraverso l’obiettivo della sua macchina da presa un universo di sentimenti, ricordi, passioni del passato che si riverberano nei gesti dell’oggi dei suoi contadini e dei loro riti autentici, dei suoi terremotati raccontati senza retorica, dei suoi artigiani dalle mani nodose, delle sue spose di ieri semplici e felice e delle sue donne colorate o austere che esplodono in mille sorrisi diversi. Regista poetico e attento ai colori della luce e ai disegni delle ombre sulla terra e sull’anima di film premiati in festival internazionali (Cannes in primis) e dagli applausi della sua gente in visioni condivise che diventano feste «al paese» di cui è cuore, oggi Viani se ne sta nella sua Ari come ha scelto di fare da tempo, diligentemente in casa a coltivare la sua inesausta fantasia, a fare nuovi progetti e tante riflessioni che è un piacere ascoltare.
Maestro, quali sono stati i suoi primi pensieri all’insorgere dell’epidemia e come sono cambiati via via che la presa di coscienza sulla sua gravità è stata maggiore?
Il primo pensiero, d’istinto, è stato verso mio nonno, e mi sarebbe piaciuto averlo di fronte per dirgli: Caro Gesualdo (lo chiamavo così in omaggio al protagonista dei Malavoglia), avevi ragione, avevi capito tutto. Ma siccome lui non c’era, ho pensato subito alle persone care, in primis ai figli, poi ai vecchi genitori, a seguire tutte le persone che fanno parte della mia vita. Come tutti, credo, inizialmente si spera, o forse si fa finta, che sia una cosa che sta lì, circoscritta, e io ho sperato. Ma dopo, le cose, come sappiamo, sono cambiate e hanno cambiato velocemente le nostre abitudini.
Quali sono le sue paure più grandi ora, ovviamente a parte i familiari, ma riferendosi a tutto un mondo contadino che tanto le sta a cuore, al vecchio Abruzzo, di tradizione, di vecchi custodi di saperi che lei segue e registra con poesia quasi quotidianamente?
Su questo è già passato un virus più potente prima: si chiama indifferenza, subcultura, che non ha fatto comprendere a chi ci ha governato negli anni dal dopoguerra a oggi quanto potesse essere importante la tutela e la salvaguardia della memoria come valore identitario collettivo. Con questo non voglio dire che non s’è fatto nulla, semmai dico che non s’è fatto abbastanza, nemmeno per quel senso di gratitudine verso quelle generazioni di uomini e donne che hanno fatto tanto per noi. Viviamo in una società che non contempla il senso di gratitudine verso l’altro.
Come vive un regista che come lei è un occhio costante sul mondo, la costrizione in casa?
A parte il dispiacere assoluto per quello che sta accadendo alle persone, la maggior parte anziani, che ci stanno lasciando senza nemmeno un saluto, una carezza. Per il dolore delle famiglie. Per il sacrificio, eroico, dei medici e paramedici, verso i quali deve andare per sempre la nostra gratitudine, considero questo un momento di “grazia”, oserei dire catartico, una sorta di opportunità di rialfabetizzazione al senso del Tempo, della Vita. Allo stupore del ritrovato silenzio. A quella sensazione, oserei dire, erotica di quello che ci circonda come se lo vedessimo per la prima volta. Quello che un grande abruzzese, l’amico Franco Summa che abbiamo perduto da poco tempo, definiva in tre parole: Amare Progettare Essere. Ritrovare il proprio Tempo, quel tempo interiore che ci fa essere tutti un po’ più poeti, rivolgere lo sguardo dentro di sé e scoprire con stupore un mondo straordinario. Dobbiamo capitalizzare questo tempo che ci è dato “grazie” a questa sciagura, trasformarlo in bellezza rialfabetizzando le cose che contano. Ritrovare il senso delle cose e delle parole, riconoscersi in un fiume, un albero, un animale, cielo e terra. Riflettere sul valore dei rapporti umani.
Seppure a distanza obbligata lei “vede” e osserva le reazioni delle persone dal suo paese ai social: come ritiene che stia reagendo questo nostro Paese, a livello politico ma soprattutto umano all’isolamento, alla paura, all’incertezza?
Essendo un Paese in perenne campagna elettorale, questo ha portato inizialmente a una perdita di tempo che ha prodotto anche scelte sbagliate. Sono lontani i tempi in cui opposizione e governo si univano quando il bene collettivo del Paese era in pericolo. Ora si va a caccia di consensi buttando benzina sulle paure delle persone. Sarebbe il caso, e forse è il “momento” più giusto, che tutti riflettessero su questo prima di scambiare la politica in un evento da bar dello sport. L’Italia da tutto questo ne esce forte e con grande dignità, anche se il prezzo da pagare in termini economici sarà alto. Noi, a differenza degli altri Paesi industrializzati, abbiamo privilegiato la vita rispetto alla ricchezza economica, e di questo come comunità, una volta tanto, dobbiamo essere orgogliosi. Questo è essere moderni, avere un’idea diversa della vita e del mondo, trovo tutto questo commovente, davvero moderno. Viste anche le dichiarazioni dei governanti europei, posso dire che il nostro governo ha assunto una decisione difficile ma chiara: è stata detta la verità. Gli altri no. E sotto questo aspetto, tranne per i casi dei soliti furbi (vedi le fughe da Milano a notte fonda verso il meridione) credo che a livello di Paese Italia stiamo dimostrando al mondo un grande senso civico e di attaccamento ai valori della comunità e della patria.
Come occupa il tuo tempo improvvisamente dilatato in casa?
Qui ad Ari, già ci sto benissimo da tempi non sospetti, ora ancora di più! Abito in una casa che è un set cinematografico perenne, immagini e suoni che si susseguono in un divenire continuo. Stare dentro o fuori non cambia. E comunque in un paese la “prigionia” si avverte meno, anche se devo dire che i miei compaesani si sono adeguati alle regole con disciplina e rispetto. Certo fa un certo effetto non vedere macchine in giro, specie di domenica, un po’ mi ricorda quelle degli anni Settanta con l’austerity, quando potevano andare in giro solo le automobili autorizzate e noi de Lu Quarrtellà, davanti a San Michele, giocavamo a pallone a tutto campo occupando piazzale e asfalto. Il nostro sindaco, Marcello Salerno sta telefonando a tutti gli anziani a casa, e penso che, sì, questo è il paese: una grande famiglia. Quindi in questi giorni occupo molto del mio tempo nei miei sogni, progetti, leggo, scrivo, penso, vedo molti film, un po’ sto sui social, non guardo la televisione perché non ce l’ho ormai da anni, cammino un poco per le strade di campagna, vado per asparagi. Con il telefonino ho realizzato un piccolo video di tre minuti in cui racconto l’aria che tira. La mattina mi sveglia sempre mia madre per sapere se ho preso la febbre, la sera la chiamo io e mi fa sempre la stessa domanda. Dopo uno dice che fa i film!
Ci dà qualche suggerimento su film da ripescare nelle varie programmazioni televisive e aiutandosi anche con il web, da guardare assolutamente, scoprire, rivedere e magari il perché della scelta: per distrarsi, ridere, alleggerire, pensare, piangere…
Guardate i film di Andrej Tarkovskij “ Nostalghia” e “ Sacrificio” , vi possono aiutare secondo me a capire tante cose di adesso. E direi proprio anche quelli, tutti, di Theo Angelopoulos, di Pier Paolo Pasolini, di Roberto Rossellini.
E libri, lei è un lettore forte: che consigla di leggere o rileggere?
Vi consiglio di leggere “La strada “ di Cormac Mc Carthy e “Cen’anni di solitudine” di Gabriel Garcia Marquez: perfetti di questi tempi.
Un augurio?
Auguro a tutti di trasformare in bellezza questi momenti, liberate la vostra creatività, fate qualsiasi cosa, che non vi faccia dire un giorno: “è stato un incubo”.
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