«Vi racconto l’inferno di Auschwitz»

L’ebreo romano Piero Terracina parla agli studenti Civitella Roveto: «Conservate la memoria di quella tragedia»
CIVITELLA ROVETO. «Sono qui oggi per raccontarvi l'inferno. Non quello raccontato da Dante. Ma l'inferno vero. Io ci sono stato. Avevo la vostra età. Quell'inferno si chiama Auschwitz».
Inizia cosi il suo racconto Piero Terracina, uno dei pochi sopravvissuti al campo di sterminio di Auschwitz, dove nel 1944 venne deportato insieme alla sua famiglia. Sua unica colpa essere ebreo. Ad ascoltarlo i ragazzi di tutte le scuole della Valle Roveto. L'incontro, organizzato dall'Associazione culturale “Il Liri”, presieduta dal generale Mauro Rai, si è tenuto al Teatro di Civitella. A fare gli onori di casa il sindaco Raffaelino Tolli. Presente anche Antonio Rosini, presidente dell'Associazione partigiani della Marsica.
Il viaggio di Terracina verso la notte della ragione ebbe inizio nel 1938, con la promulgazione delle leggi razziali, che bandivano gli ebrei dalle scuole pubbliche e dagli uffici. Piero Terracina aveva 10 anni e frequentava la quarta elementare. «Un giorno», ricorda, «la maestra mi disse che in classe non potevo stare. Ero disperato. Che farò, mi dicevo, se non posso studiare? Per fortuna ho potuto frequentare una scuola ebraica. La speranza, nel luglio del 1943, che lo sbarco in Sicilia degli anglo-americani e l'arresto di Mussolini avevano acceso nella comunità ebraica, ben presto si tramutò in catastrofe. I tedeschi, dopo l'8 settembre occuparono Roma, la mia città».
«Il 26 settembre», prosegue Terracina, «Hebert Kappler, comandante della Gestapo, convocò il presidente della comunità israelitica, Foà, intimandogli la consegna di 50 chilogrammi d'oro. In cambio la comunità sarebbe stata lasciata in pace. Non fu così. Venti giorni dopo, le SS circondarono il ghetto di Roma e 1.023 ebrei furono deportati in Germania. Ne tornarono solo 16. La mia famiglia, composta da otto persone, sfuggì ai rastrellamenti. Trovammo rifugio in una cantina. Il 7 aprile 1944, mentre festeggiavamo la Pasqua ebraica, irruppero le SS. Un fascista ci aveva venduto per 5mila lire. Mio padre, consapevole di ciò che ci aspettava, ci disse: ragazzi, mi raccomando, qualunque cosa accada, siate uomini, non perdete mai la dignità. I nazisti ci portano prima a Regina Coeli e poi a Fossoli in provincia di Modena. Il 17 maggio fummo deportati ad Auschwitz. Viaggiammo con un treno merci, ammassati come bestie e senza acqua. per due giorni».
«Scesi dal treno», continua Terracina, con la voce rotta dall'emozione, «capimmo che per noi era finita. Ci abbracciammo. E mia madre, piangendo, disse: non vi vedrò mai più. Le SS ci disposero in due file. Le donne a sinistra, gli uomini a destra. I bambini e gli anziani furono fatti salire sui camion e portati verso un boschetto, dove li attendeva la camera a gas. Assistetti a scene strazianti. La mia famiglia fu smembrata. Io, insieme ai miei due fratelli fui portato in una baracca. Ci fecero spogliare e fare la doccia. Poi sull'avambraccio destro ci fu tatuato un numero. Il mio era A5506. Venivamo spogliati della nostra identità: eravamo solo un numero. Di notte le Ss irrompevano nella baracca, urlando, come tanti demoni. La mattina, alle 4,30, dovevamo essere in piedi. Se qualcuno indugiava veniva massacrato di botte. Lavoravamo nel fango tutto il giorno, scavando canali. Tanti, sfiniti, stramazzavano al suolo. E non si rialzavano più. Chi si ammalava finiva nella camera a gas. Nel campo feci amicizia con un altro ragazzo, Sami Modiano, di Rodi. Il 27 gennaio 1945 l'Armata rossa ci liberò. A lasciare l'inferno, insieme a me, furono l'amico Modiano e pochi altri sopravvissuti, tra cui Primo Levi. Pesavo 38 chili. Fui portato dai russi prima in un ospedale militare e successivamente all'ospedale di Leopoli. Rientrai in Italia dopo un anno. Della mia famiglia non si era salvato nessuno. Avevo 17 anni. Ero solo e disperato. Ho avuto però la fortuna di ritrovare i vecchi amici della scuola ebraica, che mi hanno aiutato. Senza di loro non ce l'avrei fatta».
«Ricordatevi ragazzi» ammonisce Terracina, «che il futuro è vostro. Spetta a voi impedire che tragedie, come quella che vi ho raccontato, si ripetano. Per questo occorre che serbiate la memoria di quanto accaduto, che è cosa diversa dal ricordo. Questo si esaurisce con le persone. La memoria invece è il filo che lega il passato al presente e condiziona il futuro».
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