Vino merda e morte!

Questo racconto è uno degli undici testi inediti che partecipano al Premio John Fante 2015. Quello che otterrà più condivisioni su Facebook, Twitter, Google plus, Linkedin e Pinteres alle 17 di lunedì 10 agosto sarà premiato nella X edizione del Festival letterario Il Dio di mio padre dedicato a John Fante che si terrà a Torricella Peligna dal 21 al 23 agosto 2015. Per votare questo testo clicca sui tasti di condivisione che trovi nella pagina
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Sboccai sangue e mi portarono in ospedale. La mia bocca sapeva di fogna, sentivo l’odore acre del mio stomaco corroso dall’alcol. Sentivo le budella aggrovigliarsi come serpi, ma non avevo nemmeno la forza per contorcermi. Mi riversarono sul letto come un vecchio sacco. Era la prima volta da mesi che adagiavo il mio culo butterato su lenzuola pulite. Di fianco a me c’era un vecchio con la barba ispida e la pelle ruvida. In quel momento entrarono tre zoticoni che barcollavano Dall’accento erano wop e della peggiore specie. Il vecchio si rianimò, stringendo loro le mani. Sfoderò un sorriso nero di fumo e disse «Che piacere, paisà!», mentre uno vestito da macchinista iniziò a bestemmiare. Bestemmiava in italiano e quella sonorità dava all’imprecazione un colore diverso dal solito. Puzzavano di vino, il dago red, il rosso che girava tra i paesani italiani. Iniziavano a piacermi quei quattro avvinazzati. Avrei scritto qualcosa su di loro se fossi riuscito a portare la pelle a casa.
«Che merda di posto! Non posso fumare e bere», disse il vecchio con voce aspra.
«Paisà, ma che ci stai a fare qua in ospedale? Lascia sta’ i dottori. Joe tiene il Dutson qua sotto. Andiamo sotto la pergola di Angelo Musso a beve’ il suo chianti»
Il vecchio scattò in piedi come animato da una forza divina, si vestì in fretta e sarebbe scappato via, incontro al suo destino fatto di vino e morte, se non fosse stato per quel grassone del dottore, che, entrando in quel momento, diede di matto. Cacciò via i tre compari e ingaggiò con il vecchio dago uno scontro a colpi di dialetto. Anche il dottore veniva dalla stessa razza, era un wop come loro e probabilmente era stato svezzato con il chianti di quel Musso, a giudicare dalle tante venuzze che si arrampicavano sugli zigomi.
Il dottor Maselli uscì dalla stanza e il vecchio continuò per una buona mezz’ora ad imprecare il suo nome e quello di tutta la sua razza, intercalandoci madonne e santi.
«Certo, lasciare questo mondo di merda con i morsi della sete…», dissi quando si fu calmato.
Il vecchio mi guardò e sputò a terra come un cane rabbioso.
«E’ tutta colpa di mio figlio Henry!»
Sorrisi. Che coincidenza strana! Suo figlio aveva il mio stesso nome e forse anche la mia stessa età, a giudicare dalle ossa logore del vecchio.
«Ce lo facciamo un goccio vecchio?»
«Si, ma non chiamarmi vecchio», disse ringhiando, «e poi non vedo come potresti procurarmi del vino qui in ospedale».
Sorrisi e mi girai dall’altro lato.
Il buio umido era calato sul Pacifico oltre la finestra. Avevo dormito qualche ora, ero riuscito a non vomitare più quello schifo di bile e sangue e mi ero scolato due bottiglie di sangue!
In quel momento entrò Vicky, barcollando.
«Ehi, lover boy, come stai? Ho un regalino per te!», mi disse con il suo tono da sgualdrina. Mi allungò una bottiglia di vino. Era strafatta. Rise per un po’, poi la mandarono via. Feci giusto in tempo a nascondere il vino.
Quando tutto l’ospedale cadde nel silenzio, svegliai il vecchio e calammo in giardino. Ci sdraiammo sotto un grande albero nel cortile dell’ospedale. Il vecchio cacciò un vecchio sigaro e io mi accessi una delle mie. Poi iniziammo a tracannare a turno, senza fiatare, arsi dall’astinenza.
«Come ti chiami vecchio?»
«Ti ho detto di non chiamarmi vecchio. Mi chiamo Nick, Nick Molise»
«Sei un wop?»
Il vecchio rise e tracannò un altro sorso, asciugandosi la bocca con il braccio.
«E tu?», mi chiese.
«Mi chiamo come tuo figlio, Henry, Hank… Hank Chinaski».
«Mio figlio! Lo scrittore!», disse caustico, «Sono qui per colpa sua. Sono svenuto dopo una bevuta e mi ha portato in questo fottuto ospedale! Dicono che ho il diabete. Che non posso bere. Ma io domani mi vesto e me ne vado da Angelo Musso. Meglio morire di bevute che morire di sete!».
«Giusto vecchio!», dissi, brindando al coraggio di quel vecchio dago rancoroso.
«Cosa scrive tuo figlio?»
«Merda!»
«Che genere di merda?»
«Non ho mai letto i suoi libri. Non è un lavoro dignitoso fare lo scrittore. Io ho fatto il muratore per una vita e conosco solo la fatica. Spacco pietre da quando era ragazzo sulla montagna dell’Abruzzo, in Italia… e tu che fai per campare?»
A quel punto avrei dovuto dirgli che ero uno scrittore, ma il vecchio non meritava quell’affronto. E poi avrei fatto meglio a smettere! Non ero un fottuto fighetto beat o un romanziere d’altri tempi… scrivevo merda! Così gli dissi che facevo il postino e lui mi diede la sua approvazione tracannando un altro sorso.
Poi ci addormentammo. Al mattino il vecchio era già freddo e rigido, abbrancato alla bottiglia come un bambino con il suo pupazzo.
Di fianco al suo corpo c’era un libro color vinaccio. Lo raccolsi e iniziai a leggerlo. Le parole scorrevano con facilità, in un flusso ininterrotto. Ironia e dolore erano intrecciati tra loro con straordinaria semplicità.
Il vecchio si sbagliava. Suo figlio faceva un lavoro più che dignitoso. Era uno dei pochi scrittori che avevo letto che non avesse paura delle emozioni. Avrei voluto scrivere la stessa “merda” di Henry Molise!
Nel richiuderlo mi accorsi che sulla prima pagina c’era scritto qualcosa. La scrittura tremante del vecchio era evidente così come quei tratti da bambino.
“Continua a scrivere la tua merda Chinaski e grazie per il vino. Il vecchio”
«Fottuto vecchio, mi hai fregato!», dissi, alzando la bottiglia al cielo e tracannando.

