Medio Oriente in fiamme. Il presidente di Nomisma energia: «Ci aspetta un’impennata del gas, ma l’Abruzzo ha le sue colpe»

L’intervista a Davide Tabarelli: «Dobbiamo costruire infrastrutture, investire sulle rinnovabili, riaccendere il nucleare, non chiudere le centrali a carbone»
PESCARA. L’Iran ha deciso di mettere sotto scacco lo stretto di Hormuz, il corridoio marittimo tra Iran, Emirati Arabi Uniti e Oman, nervo scoperto dell’economia mondiale: da qui infatti passa circa il 20% del greggio globale e una quota rilevante del gas naturale liquefatto. Il Qatar ha annunciato il dimezzamento della produzione di gas naturale liquefatto a seguito degli attacchi militari che hanno colpito le aree industriali di Ras Laffan e Mesaieed, due dei principali hub energetici del Paese. In questo contesto estremamente teso l’energia torna centrale nel dibattito. Ad aiutarci è Davide Tabarelli, presidente di Nomisma Energia e professore di Economia dell’energia all’Alma Mater di Bologna.
Presidente, cosa dobbiamo aspettarci dal mercato dell’energia, gas e luce, nelle prossime settimane?
«Aumenti. I prezzi sono già in salita, sono già schizzati oggi, in particolare quello del gas, mentre per il petrolio le cose sono relativamente tranquille. Perché per il greggio c’è un eccesso di offerta a livello globale storico, record, mai visto in precedenza. Questo ha aiutato Trump a prendere queste decisioni. Invece per il gas la situazione è più complicata».
Cioè?
«Veniamo dalla guerra con la Russia, abbiamo tagliato le importazioni dell’Europa e ora ci approvvigioniamo in buona parte viaggia di gas naturale liquefatto. I principali protagonisti quando si parla di GNL sono Qatar insieme agli Stati Uniti. Se viene meno l’esportazione del Qatar, i prezzi salgono. Questo è un problema grave per noi europei perché il prezzo europeo dipende da quello che accade al suo GNL, infatti il prezzo sul mercato TTF è già schizzato. Il prezzo del gas europeo è quello che poi determina il prezzo dell’elettricità, in particolare in Italia, e pertanto vuol dire bollette in salita».
Però l’Italia ha anche una fortuna geografica di essere collegata a vari gasdotti, siamo un po’ riparati rispetto agli altri?
«Allora, il problema è uno choc economico globale: i mercati oggi sono interconnessi e il prezzo del petrolio è unico a livello mondiale. Sul gas la situazione è leggermente diversa, perché negli Stati Uniti il prezzo resta più stabile grazie a una produzione interna enorme, quella che noi europei abbiamo progressivamente abbandonato — prima il Regno Unito e l’Olanda, poi anche l’Italia. E vale ricordarlo in questi giorni perché esattamente dieci anni fa facevamo il referendum sulle trivelle — referendum che guarda caso è stato promosso da alcune regioni, tra cui in prima fila c’era la Regione Abruzzo».
Sì...
«E allora io suggerisco di far pagare un po’ di più il gas in Abruzzo per compensare queste mancanze della produzione italiana che avrebbe aiutato in questo momento».
L’arrivo della primavera riduce i consumi non può aiutare a mitigare questo rialzo?
«Aiuta tantissimo, certo. Se fossimo a dicembre i prezzi sarebbero anche il 20% superiori. C’è tuttavia un problema di ricostituzione delle scorte nei prossimi mesi, per il prossimo inverno 26-27 e pertanto non è poi così facile adesso: la fine dell’inverno non ha portato delle grandi riduzioni dei prezzi. Il caldo si aiuta, ma è spostato il problema di qualche mese».
Ma come sta reagendo invece tutto il resto del mondo a questa vicenda? Ne può beneficiare la Russia?
«La Russia è fuori e rimarrà fuori per parecchio tempo finché c’è Putin. C’è da dire che se avessimo ancora il gas di Mosca ci sarebbe stata una variazione molto, molto inferiore. Noi abbiamo una crisi che dura da quattro anni, perché nell’energia i tempi sono molto lunghi».
Cioè?
«Fare i gasdotti, fare i rigassificatori, produzione nazionale — ci vogliono degli anni. Speriamo che questa situazione in Qatar duri poco».
Una crisi lunga?
«C’è un rallentamento della produzione destinato a durare — per quanto non lo sappiamo: una settimana, dieci giorni, un mese, vediamo. Però escludo che duri molto di più».
Chi sono i fornitori che potrebbero sopperire?
«Al posto del Qatar ci sono anche i fornitori di GNL e soprattutto gli Stati Uniti, poi un po’ di Australia, un po’ di Nigeria, un po’ di Trinidad e Tobago, un po’ di Algeria, un po’ di Egitto, un po’ di Congo ultimamente; poi via tubo c’è l’Algeria, poi l’Azerbaigian, un po’ di gas arriva anche dal nord, poi abbiamo un po’ di produzione nazionale: 3 miliardi su 65 di consumo».
Occasione per accelerare le rinnovabili?
«No, accelerare più di così è difficile. Le rinnovabili stavano già crescendo negli ultimi anni e hanno aiutato molto: senza quell’aumento la situazione oggi sarebbe ancora peggiore. Per dare un ordine di grandezza, l’incremento del fotovoltaico equivale a circa 5 miliardi di metri cubi di gas in più. Noi dal Qatar ne importiamo 6 e in totale ne consumiamo 65 miliardi di metri cubi l’anno. Ha fatto la differenza ma da sola non basta: servono tutte le altre fonti. Bisogna diversificare».
Tornando all’Italia, quindi in realtà la nostra opzione nel lungo periodo sarebbero trivelle e Basilicata?
«No. La nostra opzione è fare tutto: non buttare via niente; ricordarci che siamo poveri di materie prime; fare produzione nazionale, fare rinnovabili, valorizzare il nostro patrimonio di riserve, fare rigassificatori, fare il nucleare, non chiudere le centrali a carbone».
E nell’immediato il governo per dare una mano alle famiglie?
«Sono sempre aiuti di Stato, come è stato nel 1922; abbiamo un’esperienza molto ricca nell’ultima crisi: si riducono l’Iva, si riducono gli oneri di sistema, ma aumenta il debito. È una cosa che un paese che è il più indebitato al mondo fa molta fatica a fare, perché noi dobbiamo sempre chiedere nuovi prestiti».
Sono a rischio anche le nostre esportazioni, presidente?
«Certo: una delle ragioni per cui i prezzi non salgono molto è perché c’è timore di una recessione mondiale con questa crisi. Cala la domanda, cala la domanda di petrolio, cala la domanda di gas. Se non fosse, se ci fosse una crescita – cioè l’effetto di una compensazione marginale – il mondo guarda le nostre esportazioni, la nostra crescita: avremmo più inflazione. Questo è uno shock. Cioè il rischio – adesso vediamo – nelle prossime ore, il prezzo va verso i 50 del gas e lontanissimo dai 300 di fine 2022. Però il rischio per tutto il mondo è una recessione. Per l’Europa che cresce poco è ancora peggio; per l’Italia che cresce di zero virgola è ancora peggio perché abbiamo il debito gigante».
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