Decreto sicurezza, il prefetto Della Cioppa: «Norme distanti dalla realtà e del tutto inapplicabili»

Mario Della Cioppa (a sinistra) nell'incontro a Roma insieme a Franco Gabrielli

7 Febbraio 2026

L’ex questore con 40 anni di carriera operativa parla del fermo preventivo, dello scudo penale, della magistratura e della Politica che manca

PESCARA. L’ex questore Mario Della Cioppa, con 40 anni di carriera operativa, parla del fermo preventivo, dello scudo penale, della magistratura e della Politica che manca. Ecco la nostra intervista.

Prefetto Della Cioppa, lei ha di recente partecipato a un dibattito al Tennis Club Parioli a Roma che è stato molto più di una presentazione editoriale. Una sala gremita, la presenza di esponenti del mondo civile e sociale, di prefetti a riposo, di personalità istituzionali come Virginia Raggi. Che segnale è stato?

«Un segnale importante, e direi incoraggiante. Non tanto per i nomi, ma per ciò che rappresentavano. C’era una comunità composita, non schierata, che chiedeva una cosa semplice e oggi rara: capire. Capire che cosa sta accadendo alla Politica, al rapporto tra istituzioni e cittadini, al tema della sicurezza. Quel dibattito ha dimostrato che esiste ancora uno spazio per una riflessione seria, non ideologica, non urlata. Ed è significativo che questo avvenga fuori dai palazzi, in luoghi della società civile che sentono il bisogno di offrire un contributo equilibrato al dibattito pubblico».

Lei ha alle spalle oltre quarant’anni di carriera operativa: Foggia, Catania, Roma. Quanto incide questa esperienza nel modo in cui oggi legge e valuta le politiche della sicurezza?

«Incide in modo decisivo, soprattutto se confrontata con chi la strada non l’ha mai frequentata ma pretende di dettarne la gestione con formule che, francamente, si fa fatica a comprendere. L’esperienza operativa pesa certamente più delle ricette teoriche che spesso vengono proposte come soluzioni miracolose. Chi ha lavorato sul campo sa che dietro le grandi parole spesso si nascondono slogan che producono scelte inefficaci: affermazioni ad effetto utili a raccogliere consenso, ma facilissime da confutare sul piano dell’efficacia reale. A Foggia, a Catania, a Roma, ma anche nelle numerose altre sedi in cui ho operato, dal Nord al Sud del Paese, ho imparato che ogni decisione si misura nella sua applicabilità concreta. E che la distanza tra propaganda e realtà, quando esiste, la pagano sempre gli operatori e i cittadini».

Prefetto, veniamo al pacchetto sicurezza. C’è chi sostiene che finalmente si potenziano le forze di polizia. È davvero così?

«Sul tema del potenziamento si è straparlato in modo strumentale per anni. La realtà è molto più semplice e molto meno rassicurante: siamo ancora lontani persino dal pareggio tra uscite per pensionamento e nuovi innesti. Quando si dice, come ho sentito fare in modo superficiale, che l’Italia sarebbe uno dei Paesi con più poliziotti in Europa, si dimostra di non conoscere il contesto. L’Italia convive con organizzazioni criminali strutturate e pervasive – mafia, camorra, ’ndrangheta, e le tre mafie foggiane, che sono tre e non una – che non hanno paragoni nel resto d’Europa. Fare confronti numerici senza considerare queste differenze è un esercizio fuorviante. Il potenziamento vero non è un numero da sbandierare, ma una strategia che tenga conto dei carichi reali, delle specializzazioni necessarie e del supporto giudiziario e amministrativo, senza il quale l’azione operativa resta monca».

Di fronte a scarcerazioni rapide o a misure alternative, la magistratura viene accusata di lassismo. È davvero così?

«No, ed è una lettura sbagliata. Nella maggior parte dei casi le scarcerazioni non dipendono da scelte discrezionali dei magistrati, ma dall’applicazione di leggi dello Stato nate per far fronte a un problema strutturale: l’inadeguatezza del sistema carcerario italiano rispetto agli standard europei. Dopo la sentenza Torreggiani e i ripetuti richiami dell’Unione europea, l’Italia ha introdotto norme cosiddette “svuota carceri” per ridurre il sovraffollamento. I magistrati sono tenuti ad applicarle. Questo non significa negare che il sistema produca effetti discutibili, ma ricondurre la responsabilità al livello corretto: quello delle scelte politiche mancate. Attribuire alla magistratura colpe che non le appartengono indebolisce la fiducia nelle istituzioni e non rafforza la sicurezza».

Una delle misure più discusse è il fermo preventivo fino a dodici ore durante le manifestazioni. Dal punto di vista operativo, quanto è davvero utile?

«Qui tocchiamo un esempio plastico della solitudine del questore. Non solo non si è tenuto conto dell’esperienza sul campo, ma i questori non sono stati nemmeno interpellati sull’efficacia di una misura di questo tipo. Nel nostro ordinamento esiste già il fermo di identificazione, che consente di ottenere sostanzialmente gli stessi risultati. Questo nuovo strumento, così com’è concepito, rischia di essere del tutto inutile e difficilmente applicabile. Facciamo due conti: se intercetto trenta soggetti violenti – sempre che ci si riesca, con un dispiego di risorse già enorme – li devo condurre in quattro o cinque commissariati o concentrarli in un’unica struttura.

Per trattenerli dodici ore servono almeno il doppio degli uomini per la vigilanza, su tre turni: parliamo di circa 180 operatori complessivi. A questi vanno aggiunti quelli necessari per il monitoraggio successivo, il potenziamento dell’intelligence, la gestione di un nuovo fronte sensibile, perché quei luoghi diventano essi stessi obiettivi di protesta. Tutto questo mentre la piazza va comunque gestita, senza alcuna certezza che la manifestazione sia stata realmente privata dei violenti».

In sostanza non ci sono i numeri.

«Questi sono conti non campati in aria o teorici, ma fatti da chi ha gestito simili situazioni. Numeri veri, reali, che fanno i conti con la realtà organizzativa ed operativa, che devono trovare sintesi anche nei diritti dei poliziotti che non sono numeri né carne da macello, ma il cui impiego deve rispettare anche determinati parametri. Tutto questo chi elabora o redige queste norme mostra di non conoscere. Ecco la distanza dalla realtà di norme del tutto inapplicabili. È essenziale distinguere senza ambiguità tra chi usa la violenza e chi dissente pacificamente. I manifestanti vanno tutelati due volte: dai violenti e nella loro libertà di protesta. Una misura che rischia di confondere i piani non aiuta né l’ordine pubblico né la democrazia».

C’è poi il tema dello scudo penale. Qual è, secondo lei, la vera tutela per le forze di polizia?

«La vera tutela non sono norme simboliche. È rendere certa la pena e rapida la giustizia. Bisogna comprimere al massimo i tempi e i casi in cui è necessario verificare scriminanti evidenti, perché questo rende davvero efficace la risposta dello Stato e rafforza l’azione sul campo. Non servono norme teoriche prive di senso pratico, ma un sistema che funzioni, che accerti rapidamente e che non lasci operatori e cittadini sospesi per anni».

In questi giorni su posizioni simili alle sue si sono espressi Franco Gabrielli, il Silp-Cgil e magistrati come Musolino. È una convergenza casuale?

«Tutt’altro. Franco Gabrielli non è stato solo un grande servitore dello Stato, ma una figura che ha operato trasversalmente quando le nomine dei vertici erano davvero tali. È stato Capo della polizia, prefetto di Roma e dell’Aquila, Capo della Protezione civile, Direttore dei Servizi, Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio nel governo Draghi. Ovunque ha lasciato riforme e ovunque è stato apprezzato trasversalmente. Quando sindacati di polizia, magistrati autorevoli e dirigenti con lunga esperienza operativa dicono le stesse cose, il problema non è ideologico. È strutturale. Io ho avuto l’onore di essere questore in alcune delle realtà più complesse del Paese; posso garantire che molti altri la pensano allo stesso modo, ma non sempre possono dirlo. Lo dico io, anche per loro».

Lei è stato questore di Roma quando il prefetto era Matteo Piantedosi, oggi ministro dell’Interno. Come ricorda oggi questo rapporto?

«Lo ricordo come uno dei rapporti professionali più intensi e seri che abbia avuto. Riconosco al ministro Piantedosi grandi capacità e intelligenza. Proprio per questo mi auguro che sappia cogliere questo grido di dolore che viene dalla piazza e da chi opera sul campo. Ha tutte le qualità per farlo, se riesce a distaccarsi dai calcoli politici a cui inevitabilmente è sottoposto. Non esiste l’uomo solo al comando. Potrebbe contare su una schiera di menti pensanti, facendo scelte illuminate e lungimiranti, perché portatrici di grandi esperienze. La sicurezza è sempre lavoro di squadra. Ed è quello spirito che ricordo quando lui era prefetto e che oggi sarebbe prezioso recuperare».

In chiusura, una considerazione politica. Anche l’opposizione ha responsabilità?

«Tutti hanno responsabilità. La Politica con la P maiuscola riguarda tutti, non solo chi governa. La contrapposizione permanente ha prodotto una deriva che i cittadini non sopportano più. Basti guardare a campagne elettorali come quella di Pescara, scese a livelli bassissimi, con attacchi frontali e privi di senso. È il segno di dove stiamo andando. La gente è stufa. Chiede serietà, logica, rispetto. La sicurezza non è un campo di battaglia ideologico, ma un bene comune. Finché non lo capiremo, continueremo a produrre rumore invece di soluzioni».

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