Violenta la figliastra di 17 anni: gli abusi per mesi nella cucina

La giovane scoppia in lacrime e racconta tutto alla madre, che va in questura e fa scattare l’indagine. Il giudice dispone l’allontanamento dalla casa familiare
CHIETI. Non serve il buio di una strada isolata per nascondere la violenza. Spesso basta la luce artificiale di un appartamento troppo stretto, abitato da cinque persone, alle porte di Chieti. È qui che la normalità di una coabitazione forzata è scivolata nell’abuso, come documentano l’ultima indagine della squadra mobile e l’ordinanza firmata dal giudice Maurizio Sacco su richiesta del pubblico ministero Giancarlo Ciani. Il provvedimento ha disposto l’allontanamento immediato dalla casa familiare per un uomo di 36 anni, accusato di violenza sessuale pluriaggravata e continuata ai danni della figliastra diciassettenne, con l’aggiunta del divieto di avvicinamento controllato da braccialetto elettronico.
La vicenda nasce dalla denuncia della madre della ragazza. Una donna che, di fronte alla confessione della figlia, ha scelto di parlare, superando anche la paura concreta di perdere il sostegno economico garantito dal marito. La famiglia vive in pochi metri quadrati. Non ci sono abbastanza stanze per tutti e la ragazzina dorme su un divano letto in cucina. È proprio questo spazio di passaggio, trasformato per necessità in camera, il luogo dove si sono consumati i fatti contestati dalla procura.
L’indagine si concentra su un periodo recente, tra il settembre e il novembre del 2025. L’indagato trovava pretesti per restare sveglio fino a tardi in cucina, magari con la scusa della televisione, occupando la stanza proprio mentre la ragazza cercava di dormire.
A carico dell’uomo non ci sono solo le dichiarazioni della vittima e della madre, definite dal giudice «coerenti e prive di contraddizioni». Ci sono anche i messaggi. Le conversazioni via chat, acquisite agli atti, mostrano come lui contattasse la ragazza, chiedendole di raggiungerlo in cucina mentre il resto della famiglia dormiva.
Uno di questi messaggi è decisivo per comprendere il clima di coercizione. La giovane rispondeva così: «Sto arrivando ma non resterò a lungo e non voglio che mi faccia male». Non è la risposta di chi acconsente, ma di chi cerca di limitare i danni, rassegnata a una situazione che non sa come gestire. Quando la minorenne provava a rifiutarsi, scattava la forza fisica. L’uomo, in base alle contestazioni, le metteva una mano sul collo per impedirle di urlare o la bloccava fisicamente per vincere la sua resistenza.
Tutto cambia la mattina dello scorso 7 gennaio. La ragazza si sta preparando per andare a scuola, quando ha un crollo emotivo. La madre aveva già percepito un peggioramento nei rapporti in casa e un’insolita gelosia del marito verso le frequentazioni della figlia. La giovane racconta di essere stata «toccata», poi rivela i rapporti subiti contro la sua volontà e mostra le chat sul telefono.
La reazione della madre è un punto centrale nella valutazione del giudice. Spesso, nei casi di abusi intrafamiliari, la dipendenza economica o il desiderio di proteggere l’unità familiare portano al silenzio o alla negazione. Qui la donna ha agito diversamente. Si è rivolta alla polizia pur sapendo che la denuncia avrebbe privato la famiglia dell’aiuto economico dell’indagato. Per il giudice Sacco, questa scelta conferma l’attendibilità del racconto: l’obiettivo primario era proteggere i figli, a costo di mettere a rischio la stabilità materiale della casa.
L’ordinanza affronta anche la questione della tempestività della denuncia, un tema giuridico ricorrente nei processi per reati sessuali. Il magistrato chiarisce che il tempo trascorso tra i fatti e il racconto non indebolisce la credibilità della vittima. Al contrario, è un periodo necessario per l’elaborazione del trauma, soprattutto per una minorenne che vive con il presunto aggressore. La confessione è avvenuta in modo spontaneo, senza condizionamenti. Anche perché non emergono conflitti pregressi tra i coniugi che possano far pensare a una calunnia pianificata.
Il reato ipotizzato è violenza sessuale aggravata dall’abuso di autorità e dalla minore età della vittima. L’indagato avrebbe sfruttato il suo ruolo genitoriale, la differenza d’età e la logistica dell’abitazione per imporre la propria volontà. Il giudice ha ritenuto «concreto e attuale» il pericolo che il reato venisse reiterato, data la coabitazione. L’uomo – difeso dall’avvocato Antonio Pellegrini – dovrà restare ad almeno un chilometro dalla vittima, dall’abitazione e dalla scuola frequentata dalla ragazza.
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