Di Tonno: «Le mie lacrime di mamma inconsolabile»

L’attrice pescarese: «Mi sono immedesimata nella madre che interpreto,
sapere che un figlio è nelle viscere della terra a scavare carbone è straziante»
PESCARA
«Il maestro Cavuti è un concentrato di emozioni e con questo docufilm viene fuori tutta la sua grande capacità di saper leggere nel cuore delle persone e delle situazioni». A dirlo è Tiziana Di Tonno che interpreta la madre di un giovane minatore, partito per il Belgio, nel docufilm “Le voci di Marcinelle” di Davide Cavuti. L’attrice pescarese, da una lunga carriera artistica, ripercorre per il Centro i momenti salienti del set.
Come è nata questa collaborazione al docufilm “Le voci di Marcinelle”?
«Nasce da vecchie collaborazioni con il maestro Davide Cavuti. Quando mi ha proposto il ruolo nel suo docufilm non ho esitato a dire di sì, perché conosco il suo modo di lavorare sia come compositore che come regista. Inoltre trattandosi di una tematica sociale e umana così importante non ho potuto che abbracciare il suo progetto».
Come è stato essere diretti da lui?
«Davide è un concentrato di emozioni, non per niente riesce a scrivere musiche e sceneggiature meravigliose che toccano l’anima, quindi quando ti dirige escono fuori tutte queste cose che vengono dalla sua sensibilità nei confronti delle tematiche che di volta in volta racconta con i suoi lavori, a maggior ragione con quella della tragedia di Marcinelle. Ha cercato in me delle corrispondenze che già aveva dentro di sé. Poi ci sono state anche delle improvvisazioni».
Come è stato interpretare una madre degli anni ’50?
«Mi sono ritrovata nel ruolo che mi ha affidato, quello di madre e moglie di quel tempo. Davide ha trovato in me quella parte emozionale e attoriale che ha fatto venire fuori il personaggio: la figura della donna di quegli anni era sicuramente diversa da quella che è oggi, ma il sentimento di madre è lo stesso. Io poi sono già di mio molto materna nei miei rapporti interpersonali, per cui non è stato difficile interpretare la madre di un giovane che decide di partire per andare a lavorare nelle miniere».
Ci può raccontare qualcosa del set?
«Abbiamo girato in una mansarda a 40 gradi, avevamo il camino acceso per motivi ovviamente di copione e in più indossavamo abiti di lana. Ma ero talmente entrata nella parte che il mio corpo è riuscito ad acclimatarsi. Anche nei momenti di pausa pensavo a quella madre e a quel distacco che ho vissuto come uno strappo».
E poi cosa accade?
«Nella scena c’è mio figlio, interpretato da Riccardo Di Sante, che mi dice “A ma’, parto per il Belgio”, e io faccio cadere un pomodoro, e per l’epoca il cibo era un bene di lusso, non doveva essere sprecato».
Sul set con lei c’è Pino Ammendola, nella parte di suo marito. Come si è trovata a recitare insieme all’attore di origini napoletane?
«Con Pino è la prima volta che giro una scena di un film, è scattata immediatamente una bella sintonia ed empatia e questo grazie anche al modo in cui ci ha diretti il maestro Cavuti».
Qual è la scena più forte emotivamente parlando di questa fiction del docufilm?
«Oltre alla scena dello strappo-distacco, credo che il momento della lettera del figlio Giuseppe (Riccardo Di Sante ndr), che racconta ai genitori le condizioni di lavoro in miniera, sia particolarmente toccante».
Cosa c’è scritto?
«La lettera è rivolta alla madre, anche se viene letta dal padre, c’è questo filo tra i due – madre e figlio - che non si interrompe mai. Il figlio racconta di una lampada appesa al collo, piuttosto pesante, che serve a fare luce per estrarre il minerale a mille metri sotto terra. Per una madre sapere che il proprio figlio è nelle viscere della terra è qualcosa di straziante perché non può fare nulla se non attendere una sua buona notizia».
Come è stato invece lavorare con Riccardo Di Sante, giovane attore al suo debutto con questo docufilm?
«Con Riccardo abbiamo instaurato un bel rapporto affettivo attraverso anche gli sguardi mentre eravamo in scena a girare. È un giovane attore che se continuerà a studiare farà sicuramente strada».
Nei dialoghi scritti da Cavuti c’è un mix di italiano e dialetto manoppelese. È stato difficile recitare in dialetto?
«Ogni dialetto ha le sue sonorità, come una melodia e questo a me è sempre piaciuto quindi riesco a maneggiarli bene anche quando non li conosco. Poi vengo anche da esperienze cabarettistiche in cui il dialetto dovevo saperlo parlare».
E a proposito di cabaret, viene in mente il trio Olivieri, Papa e Di Tonno che per anni è stato accostato al trio Marchesini- Lopez- Solenghi. Cosa sente di dire al riguardo?
«Per anni è stato così, ci chiedevano se prendevamo spunto da loro, ma in realtà non è affatto così. Loro erano un trio a livello nazionale mentre noi a livello regionale. Partorivamo nostre idee che prendevano spunto da situazioni umane locali alle quali davamo una nostra lettura».

