Buffon a Lettomanoppello: «Non è più la serie A di prima. Adoravo il Pescara di Galeone»

Il campione nel centro del Pescarese ai festeggiamenti per gli 80 anni della scuola calcio Lettese. «I ragazzi devono inseguire i sogni, mi sarebbe piaciuto Baldini commissario tecnico»
LETTOMANOPPELLO. La pietra chiara della Majella e il cielo azzurro dal tono vivace illuminano la piazza di Lettomanoppello dove si sono svolti ieri i festeggiamenti per gli 80 anni della scuola calcio Lettese. Ospite d’eccezione l’ex capitano della Juventus e della Nazionale Gianluigi Buffon. Ambasciatore dello sport, quello vero, che coinvolge e crea legami. Circondato dall’affetto di centinaia di persone che lo hanno atteso con pazienza per scattare un selfie, avere un autografo, scambiare un saluto o rivolgergli un semplice “grazie”.
Buffon, si sarà ormai abituato a tutto questo affetto.
«Credo di non aver fatto nulla per meritarlo ma evidentemente lo sport compie anche queste magie. Non smetto di stupirmi».
Al campo sportivo di Lettomanoppello è stato inaugurato anche uno spazio dedicato all’allenamento dei portieri.
«Quando ho iniziato a giocare a calcio il posto che mi piaceva di più era lo spogliatoio. Un posto quasi sacro dove si poteva discutere, gioire e anche piangere. Questi sentimenti, e lo dico ai bambini delle scuole calcio, li accompagneranno per sempre».
Cosa ha letto negli occhi dei bambini che ha incontrato qui?
«Questi bimbi hanno la possibilità e la speranza di scrivere il libro della loro vita, non solo a livello sportivo. Devono inseguire i loro sogni di ogni genere senza mai dimenticare il rispetto tra di loro e nei confronti della comunità in cui cresceranno. Magari non diventeranno dei grandissimi calciatori ma saranno cittadini onesti e apprezzati. E non è poco».
È l’approccio migliore?
«Credo di si. Insieme al presidente Gravina abbiamo costruito una filiera virtuosa che ha portato le nazionali under 17 a vincere due volte il campionato europeo e l’under 20 a sfiorare la conquista del campionato del mondo».
Siamo sulla strada giusta?
«Siamo molto contraddittori quando diciamo che 20 o 25 anni fa c’erano parecchie difficoltà per un giovane di affermarsi in un campionato di riferimento a livello mondiale, quale era allora la massima serie italiana. Adesso che il nostro campionato di serie A può essere definito di passaggio, ideale per far crescere i nostri giovani, troviamo molte resistenze».
Di chi è la colpa?
«Molta responsabilità è dei dirigenti che non hanno più il fiuto per scovare in anticipo giovani talenti, accorgendosene solo quando la crescita è già avvenuta. Un dirigente bravo e coraggioso deve aver la capacità di bruciare i tempi».
Basterebbe un po’ di coraggio?
«Più che coraggio occorrerebbe lungimiranza».
Cosa insegna il calcio?
«Lo sport, soprattutto le discipline di squadra insegnano molte cose positive, una in particolare: riconoscere il merito e il valore degli altri. Credo sia il compito più difficile per un uomo, quello di riconoscere che qualcuno è più forte o più bravo di te. Se si riesce a superare questo limite, qualsiasi muro può essere abbattuto e il tuo sfidante cambia posizione e viene a sedersi al tuo fianco diventando tuo “complice”».
Domani sera la Nazionale torna in campo per la Nations League. La vedrà?
«Quando gioca la Nazionale c’è sempre il desiderio di vederla vincere e convincere per raggiungere traguardi importanti. Ne ha bisogno il movimento calcistico e ne ha bisogno l’Italia in generale».
Avrebbe puntato su Silvio Baldini ct della Nazionale maggiore dopo averlo scelto per l'Under 21?
«Sulla Nazionale mi sono già espresso in modo chiaro e netto questa estate e Baldini era uno dei profili ideali che avrei indicato (insieme ad Antonio Conte, ndc). Non voglio ripetermi».
Uno che i talenti li sa riconoscere, come il centrocampista pescarese Matteo Dagasso che gioca nel Venezia.
«Dagasso è forse la migliore espressione del calcio abruzzese degli ultimi anni. È un ragazzo che magari ha avuto bisogno di un percorso più lungo ma che aveva delle attitudini per potersi esprimere anche ad alti livelli. Ha avuto degli allenatori che credevano in lui e che sapevano gestire nel modo migliore i ragazzi anche dal punto di vista della crescita caratteriale. La fortuna di un giocatore dipende anche dai professionisti che incontra sulla propria strada».
Se le nomino Baka Sliskovic cosa le viene in mente?
«Ero innamorato di quel giocatore e di quel Pescara di Galeone. Sliskovic era il mio idolo assoluto da bambino, un calciatore che univa genio e sregolatezza. Mi faceva impazzire, mi inebriava. Ma potrei elencare tanti altri protagonisti di quelle squadre allenate da Giovanni Galeone: Rebonato, Gatta, Gasperini, Allegri, Junior, Edmar, Tita».
Il Pescara attuale fa un po’ più di fatica in serie C.
«Il Pescara ha avuto un inizio tra alti e bassi, tra vittorie e sconfitte. Credo che il presidente Sebastiani, dirigente navigato, con l’ausilio del mio amico Marco Verratti e sull’onda dell’entusiasmo che contraddistingue l’ambiente pescarese, potrà recuperare e tornare in serie B già in questa stagione».
Ettore Cappetti
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