Scanzi su Guccini: «Un finto burbero di una bontà assoluta, avrebbe meritato il Nobel»

Il ricordo del giornalista del Fatto Quotidiano: «Da quando è stato ricoverato è andato tutto male. Sono state sei settimane d’inferno, per lui, per Raffaella e per chi gli ha voluto bene. Credo sia stata l’unica volta in cui ha smesso di combattere»
PESCARA
«Non credo in nulla, non credo in Dio. Non ci sarà niente dopo, ma io sto bene così: la mia vita è andata come doveva andare».
Lo disse a tavola, in una trattoria vicino a Pavana, con accanto la moglie Raffaella. La malattia si era fermata, per un po’, e Francesco Guccini aveva già fatto i conti con tutto.
A quel pranzo c’era anche Andrea Scanzi, che lo aveva intervistato per la prima volta nel 2000 e che negli ultimi dieci anni saliva a trovarlo, ogni due mesi, con la compagna Sara. L’ultima volta a giugno, alla festa per i suoi 86 anni: il giorno dopo Guccini sarebbe stato ricoverato. L’inizio di sei settimane d’inferno. La voce di Scanzi, di solito frizzante e tagliente, oggi è dimessa: «Faccio fatica, perché gli ho voluto molto bene, e quindi è un po’ che piango».
Partiamo dalla fine: una malattia lunga, e una lunga battaglia.
«Sì. Aveva ricevuto varie sentenze cliniche e se ne sarebbe dovuto andare almeno due anni fa. Poi, a un certo punto, la malattia si fermò, e fu parzialmente sconfitta. Ricordo che a un pranzo con me, Raffaella, sua moglie, e Sara, noi quattro e basta, in uno di quei posti vicino a Pavana, ci disse con una serenità assoluta: “Ragazzi, io sapevo che sarei morto sei mesi fa, un anno fa. Ho già accettato tutto, non ho paura della morte. Ho vissuto una bella vita, sono felice”».
C’era qualcosa lo turbava?
«“Sto molto male per gli amici che ho perso”, mi diceva. Era la cosa che lo feriva di più. Piero, il suo amico storico, Sergio Staino. La morte degli amici lo devastava, era rimasto proprio solo con gli amici storici. Però mi ha detto: “Sono soddisfatto di quello che ho fatto, sono felice. Mi dispiace chiaramente perdere Raffaella, tutti i miei affetti, mia figlia, però sono sereno”. Era già pronto a morire».
E su quello che viene dopo, nessuna concessione?
«Nessuna. Mi disse: “Non credo in nulla, non credo in Dio. Però mi hanno regalato questi mesi, vediamo cosa succede”. Aveva questa serenità assoluta».
Una lotta senza pause.
«Con Luciano Ligabue, che era un altro suo grande amico, ripetevamo due cose. La prima è che ha sconfitto la morte almeno dieci volte, perché doveva essersene andato dieci anni fa, poi sei anni fa durante il Covid, poi quattro anni fa. Era proprio attaccato alla vita e la morte la sconfiggeva sempre. Facemmo addirittura un 25 aprile dentro una chiesa in provincia di Arezzo, la pieve di Gropina. Credo fosse il 2024: non so dove trovasse la forza».
E la seconda?
«Che i cantautori, i miti, ti fanno paura, ti mettono un po’ di soggezione, ti deludono. Francesco no. Francesco sembrava di conoscerlo da sempre, ti faceva sentire a tuo agio».
Cosa è successo nelle ultime settimane?
«Da quando è stato ricoverato è andato tutto male. Sono state sei settimane d’inferno, per lui, per Raffaella e per chi gli ha voluto bene. Credo sia stata l’unica volta in cui ha smesso di combattere, perché sapeva che non c’era più niente da fare. I polmoni erano stanchi, era stanco tutto».
L’ultima volta che l’ha visto?
«Nel giugno scorso, per il suo compleanno, l’ottantaseiesimo. Un compleanno molto intimo, con qualche familiare, ovviamente sua moglie e pochi altri. È stato molto triste, non lo nascondo, perché lui aveva saputo che in un quadro clinico già pesante si era inserito qualcosa di brutto, e il giorno dopo sarebbe stato ricoverato».
Come andò quella festa?
«Molto triste, molto malinconica, molto cupa (una delle poche). Tra l’altro doveva esserci anche il cardinal Zuppi, che aveva capito male: pensava fosse il pomeriggio, invece era la sera, e questa cosa aveva ulteriormente dispiaciuto Francesco. Aveva anche provato a cantare qualche brano con un chitarrista che era lì presente, ma era molto malinconico. Secondo me sapeva quello che sarebbe successo».
Come vi siete salutati?
«A me e a Sara, la mia compagna, ha detto: “Speriamo di rivederci”. Ed è stata la prima volta in cui lo ha detto con la consapevolezza che non ci saremmo rivisti».
Eravate amici?
«Faccio sempre molta fatica in questi casi a dire se siamo amici o non siamo amici. Penso di poterlo dire, perché ci conoscevamo da tanti anni: l’avevo intervistato per la prima volta nel 2000 e negli ultimi dieci anni ci siamo visti tantissimo, soprattutto dopo il Covid, ma anche prima. Ci vedevamo una volta ogni due mesi a casa sua».
Com’era da vicino, fuori dal palco?
«Non era facile con tutti, perché era comunque un finto burbero, un po’ malmostoso, un po’ orso. Ma in realtà era una persona di una bontà assoluta, assoluta. Gentilissimo, amava ascoltare, era un grande raccontatore di barzellette, aneddoti come se piovesse. Premevi un pulsante e ti raccontava la vita di ogni persona che aveva incontrato. Anche tenero».
Un esempio?
«Era tenero quando c’era la mia compagna: lo salutava sempre dicendogli: “Ti posso dare un bacino?”. Lui era tutto imbarazzato: “Sì, sì, dammelo, dammelo”, e abbassava lo sguardo».
Anche con gli animali?
«Era un grande gattaro, ma molto imbranato con i cani. Io ho un cane, una labrador grossa ma buonissima, e quando la portavo con me lui mi faceva sempre molto ridere: la vedeva avvicinarsi e le diceva con quel vocione: “Canone, non so cosa fare, canone…”, e l’accarezzava. Era totalmente imbranato».
E con i fan?
«Aveva un grande rispetto per il pubblico. L'ho visto anche negli ultimi mesi della sua vita accogliere persone in casa. Quando andavamo al ristorante a pranzo c'era sempre qualcuno che gli rompeva le palle con il disco, gli attaccava le pezze, e lui era gentilissimo, gentilissimo».
Rimpianti?
«Era molto felice della vita che aveva vissuto. Non era contento di invecchiare, come nessuno: gliel'ho sentito dire un sacco di volte, quanto è brutto invecchiare».
A ottantasei anni non si era stancato di seguire come andava il mondo?
«No. L'ultima volta che l'ho visto, al suo compleanno, la prima cosa: non mi ha salutato, mi ha subito detto: “Ma perché De Gregori ha detto queste cose”, sul fatto che gli artisti non devono impegnarsi. Evito di dare la risposta che ho dato io e che poi ha dato lui, perché De Gregori non ne sarebbe molto felice».
E la televisione?
«Seguiva abbastanza bene lo sport, era tifoso della Juventus. Guardava come forma di masochismo Rete4 e si arrabbiava profondamente, soprattutto di fronte ad alcune persone: in particolare Cerno. Ultimamente detestava Tommaso Cerno. Evito di dirti quello che diceva…».
Gli altri compleanni a Pavana, invece?
«A parte quest'anno, dove eravamo in pochi ed era tutto dimesso e triste, gli anni passati sono stati meravigliosi. C’era tutta la sua band, i musici: Flaco Biondini, Ellade Bandini, Vince Tempera. Ho dei video in cui cantiamo insieme “Bella ciao”. L’anno scorso, quando c’era anche Michele Serra, cantavamo tutti insieme “Il vecchio e il bambino, e lui ci rimbrottava: “Questa parte l’avete fatta male, e quest’altra l’avete fatta male”».
Le sue fissazioni?
«Lo prendevo sempre in giro perché era un pessimo bevitore: non so perché era fissato col Gewürztraminer, neanche di grande qualità. Aveva le sue idiosincrasie. Era un grande mangiatore, però di cibi molto classici, non sopportava la cucina troppo elaborata. Mi prendeva in giro perché ero vegetariano, e anche perché qualche volta avevo delle scarpe secondo lui un po’ troppo stravaganti».
E l’artista?
«Per me è stato molto più un uomo e un amico che non un artista. L’artista, che vuoi che ti dica: è uno che meriterebbe, e meritava, almeno quanto Bob Dylan. Come autore di testi è stato uno dei due o tre più grandi: come autore puro di testi, secondo me, nessuno come lui e De André».
Di quali canzoni era orgoglioso?
«Non è che lo sapesse, però era molto orgoglioso di alcune canzoni: di “Amerigo”, di “Van Loon”, di canzoni non necessariamente famosissime. Mentre per esempio “L’avvelenata” la riteneva enormemente sopravvalutata».
C’è stato un collega con cui non si è mai trovato?
«Non ha mai legato fino in fondo con Lucio Dalla, era una cosa che mi diceva spesso. Lo rispettava, ma c’era qualcosa che non... non lo so, non si erano mai incastrati fino in fondo, anche se ne parlava con profondo rispetto. Mentre aveva un grandissimo affetto per De André, per Gaber, per Lolli».
Gli amici veri, nella musica?
«I più grandi che aveva erano e sono Ligabue e Zucchero, che prendeva in giro perché sono entrambi della provincia di Reggio: teste quadre, ma cervello fino. A loro voleva molto bene».
C’è anche il Guccini scrittore.
«Era molto orgoglioso di avere ricevuto dei premi come scrittore, perché anche con una certa dose di snobismo avrebbe forse preferito essere più conosciuto come scrittore che non come cantautore. Mi ricordo che era molto orgoglioso che un suo racconto fosse stato inserito nei Meridiani di Mondadori».
Cosa lo faceva ancora infiammare?
«Era innamoratissimo di Pavana. Sarebbe stato a parlare per ore e ore di Pavana, degli alberi genealogici, delle tradizioni, delle parole: erano le cose che lo facevano esaltare di più».
Il ricordo che le rimbalza più spesso in testa?
«Forse è quando mi fece leggere in anteprima un racconto di un suo libro che sarebbe uscito pochi mesi dopo per Giunti: credo che il titolo fosse “Così eravamo”. Il primo racconto di quel libro me lo fece leggere stampato su fogli A4, il libro non era ancora uscito. Io ero tesissimo, tipo esame, perché sai: leggere un racconto di Guccini, davanti a Guccini, pieno di parole in dialetto che io non sapevo pronunciare. Lui era divertito da questa mia tensione. Mi ha corretto solo una volta, le altre pronunce le ho fatte bene».
Come lo saluta?
«Era una bella persona, era veramente una bella persona, e ha combattuto fino alla fine, fino alla fine».
Tre canzoni da portarsi sempre, quando si parla di Guccini?
«Farewell, perché è la canzone perfetta dell’amore che finisce. Canzone delle osterie di fuori porta, perché racconta la fine di un’epoca, un’epoca in cui si sognava, si andava a cena per parlare, per raccontare, per fare la rivoluzione, e si combatteva: poi quelle persone sono morte o, come diceva lui, “hanno smesso di sognare”, che è una morte un po’ peggiore. Francesco invece ha sempre sognato. E anche per “Autogrill”, che è una delle più grandi poesie in musica mai scritte nella storia del mondo, non solo in Italia, avrebbe meritato il Nobel».
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