Sisma 2009, la fiaccolata “sospesa” divide: «Era il segno della condivisione»

20 Marzo 2026

Si accende il dibattito sulla scelta di cambiare le modalità di commemorazione dell’anniversario. La psicologa Giusti: «Resta senza spazio un dolore che va riconosciuto ancora». Salta il premio Avus

L’AQUILA. La sospensione della fiaccolata a ricordo delle vittime del sisma quest’anno, per il 17esimo anniversario, per provare a dare un “senso nuovo” alla memoria con un momento di raccoglimento più intimo e di riflessione nella notte tra il 5 e il 6 aprile, ha acceso un confronto importante, anche pubblico.

Da un lato c’è il pensiero del comitato familiari vittime che ha spiegato le proprie motivazioni e che già l’anno scorso aveva pensato di cambiare qualcosa. La fiaccolata, negli anni, è un po’ scemata nei numeri e questo è vero, come è altrettanto vero che a molte iniziative messe in campo su prevenzione e memoria la partecipazione non è stata quella che ci si aspettava. Molte persone, di fronte al post di Federico Vittorini, una delle anime del comitato, hanno condiviso la scelta. Per altri però la fiaccolata era comunque un momento importante di condivisione al quale si dovrebbe tornare. Tra le riflessioni più delicate ed argomentate c’è quella espressa attraverso i social dalla professoressa Laura Giusti, psicologa clinica e specialista in psicoterapia cognitivo-comportamentale. Lei ha perso l’amata cugina Alessandra Cora e la zia Patrizia Massimino.

«Oggi sento un dolore che ritorna» scrive, «lo stesso che ha segnato per sempre le nostre vite. In una città che ha perso 309 persone, tra cui i miei affetti più cari, mi chiedo come si possa pensare di rinunciare alla memoria. La fiaccolata non era un semplice appuntamento: rappresentava silenzio, rispetto, condivisione. Era il modo in cui la città continuava a dire a chi non c’è più: non vi abbiamo dimenticati. La sua cancellazione rischia di lasciare senza spazio un dolore che ha ancora bisogno di essere riconosciuto. Mi colpiscono commenti che invitano a lasciare il sisma alle spalle. Ma andare avanti non significa rimuovere ciò che ci ha feriti, né ignorare il vuoto di chi ha perso tutto. Significa, piuttosto, integrare quella ferita nella vita, con dignità e verità. Io scelgo di difendere questa memoria, perché fa parte della nostra storia e del nostro presente. Oggi mi sento amareggiata e ferita nel vedere una città che, talvolta, sembra voler dimenticare. Ma resto convinta di una cosa: ricordare non è rimanere ancorati al passato; è un atto di cura e di amore verso chi abbiamo perduto. E l’amore non si cancella».

Nello spirito degli organizzatori delle celebrazioni per il 6 aprile, comunque, che sono Comune, comitato familiari vittime e Arcidiocesi c’è la volontà di poter vivere a pieno questo momento al Parco della Memoria, diverso si, ma aperto alla città, dove ognuno potrà parlare, riflettere, ricordare. Per quest’anno c’è anche un cambiamento in quelle che sono le iniziative collaterali.

Dopo 14 anni non si farà il premio Avus, che era un riconoscimento istituito dall’associazione Vittime universitarie del sisma del 6 aprile, dall’Università e dal Gran Sasso Science Institute per onorare la memoria dei giovani studenti vittime del terremoto. Un premio che, negli anni, ha premiato tesi di laurea magistrali sulla gestione del rischio sismico e resilienza. Il premio senz’altro verrà riproposto il prossimo anno, ci dice Sergio Bianchi, presidente dell’associazione che ha perso quella notte il figlio Nicola. Per questa edizione, purtroppo, essendoci stato l’insediamento del nuovo rettore ad ottobre e anche per problemi organizzativi dell’associazione non si è riusciti a fare in tempo con il bando che avrebbe avuto bisogno di più tempo per essere messo in piedi. Da precisare che sia l’Università che il Gssi avevano dato e daranno in futuro pieno appoggio all’iniziativa, sfumata solo per ragioni organizzative.

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