Di Mattia: «Gestione attenta del mare, così le nostre vongole vanno sulle tavole d’Italia»

22 Marzo 2026

Abruzzo in controtendenza rispetto a quanto accade nell’area del nord Adriatico. Parla il presidente del consorzio regionale che raggruppa 82 barche

GIULIANOVA. Il prossimo fermo biologico è alle porte, il pescato continua a reggere ma lo scenario nazionale è profondamente diviso. Da una parte il medio Adriatico che tiene botta, dall’altra il Nord, specie nella zona della Laguna di Venezia, alle prese con una moria delle vongole senza precedenti. È un quadro piuttosto articolato quello tracciato da Giovanni Di Mattia, presidente regionale del Cogevo Abruzzo (il Consorzio delle vongolare che raggruppa le imbarcazioni da Martinsicuro a Francavilla) e coordinatore nazionale di Federpesca, che analizza numeri, criticità e prospettive di uno dei comparti più delicati ma anche fruttuosi della pesca.

Di Mattia parte annunciando il fermo biologico delle imbarcazioni equipaggiate con turbosoffiante, ormai imminente. L’orientamento è quello di confermare lo stesso periodo dello scorso anno. «È ormai dato per certo che ricalcheremo lo stesso calendario - annuncia Di Mattia - con lo stop da metà aprile fino al 30 maggio». Una scelta, quella del Cogevo regionale, che non è casuale ma che «è frutto di una strategia ben precisa».

«I risultati degli ultimi tre anni ci danno ragione» aggiunge Di Mattia «Il fermo serve a far crescere il prodotto e a mantenere l’equilibrio. Quando un sistema, come il nostro, funziona, cambiarlo sarebbe un errore». Nel medio Adriatico, infatti, i segnali delle scelte degli operatori del settore restano positivi: l’area marina che va da Martinsicuro a Francavilla, come lo stesso Di Mattia ha tenuto a rimarcare, rappresenta oggi una delle poche realtà dove la produzione di vongole si mantiene su livelli soddisfacenti. «Nel nostro compartimento operano 82 imbarcazioni» sottolinea il presidente «e ogni barca pesca mediamente circa quattro tonnellate e mezzo all’anno».

Tradotto, sono centinaia di sacchi al mese per ciascuna unità, distribuiti su circa nove mesi di attività, considerando proprio lo stop biologico: sono numeri che certificano una stabilità costruita nel tempo dagli operatori del mare: «Non è solo una questione di fortuna o di condizioni naturali favorevoli» tiene a precisare il presidente del Cogevo «ma il risultato di una gestione attenta che consente di portare le vongole sulle tavole italiane».

Il riferimento è al sistema delle zone chiuse, alla rotazione delle aree di pesca e alle semine mirate. A fare la differenza, secondo il presidente del Cogevo, è stato anche il miglioramento delle condizioni ambientali: «La chiusura di alcune attività inquinanti nella zona della Vibrata, come diverse lavanderie industriali, e i controlli più stringenti sugli scarichi abusivi, hanno avuto effetti concreti», continua.

A questo si aggiunge il contributo diretto dei pescatori, impegnati anche in progetti ambientali come Fishing for Litter, per la raccolta dei rifiuti in mare. Uno scenario completamente diverso si registra però nel resto dell’Adriatico. «Nel Nord la situazione è drammatica» aggiunge Di Mattia «in particolare nelle lagune del Veneto». Qui la produzione è praticamente crollata e molti pescatori della zona sono fermi da oltre un anno e mezzo. «Si è verificata una moria di vongole senza precedenti e ancora oggi non c’è una spiegazione unica».

Le cause, secondo Di Mattia, sono molteplici e combinate, e si sono sommate nel tempo. Tra queste, la diffusione del granchio blu, i cambiamenti di salinità delle acque per effetto di alluvioni e sversamenti del Po, ma anche fattori legati all’inquinamento industriale. «In alcune aree si parla di presenza di Pfas, sostanze chimiche che si usano sui tessuti che potrebbero aver inciso sull’equilibrio dell’ecosistema». A questo si aggiungono, secondo alcune ipotesi che si sono fatte strada, anche modifiche delle correnti marine.

Ma se dal punto di vista produttivo il sistema della pesca delle vongole tiene, è sul fronte economico che emergono le criticità più forti, dovute all’aumento del prezzo del carburante: il problema principale è, come per altri settori, proprio quello del forte rincaro, che negli ultimi tempi ha inciso pesantemente sui costi di gestione delle imbarcazioni. Per questo il presidente del Cogevo Abruzzo chiede interventi immediati. «Serve l’attivazione del credito d’imposta per compensare l’aumento del gasolio» suggerisce Di Mattia, che è anche dirigente nazionale di Federpesca per il comparto dei molluschi bivalvi, «perché senza strumenti di questo tipo diventa difficile sostenere l’attività».

Una richiesta che si affianca a quella di misure di ristoro straordinarie, sul modello di quanto già fatto durante la pandemia Covid e la crisi legata alla guerra in Ucraina. Altro punto affrontato dal presidente è quello della tutela del reddito dei lavoratori. «Oggi abbiamo solo la disoccupazione Naspi, con tempi lunghi e poca efficacia» prosegue Di Mattia «mentre occorrerebbe uno strumento più snello e adeguato». La proposta è quella della Cisoa per la pesca, una cassa integrazione simile a quella già in vigore per il settore agricolo «perché se siamo equiparati all’agricoltura», sottolinea, «dobbiamo esserlo anche nei fatti, con le stesse tutele».

Non solo. Il presidente del Cogevo sollecita anche lo sblocco dei pagamenti legati ai fermi pesca degli anni precedenti, spesso rallentati da iter burocratici complessi. «Le imprese hanno bisogno di liquidità e di tempi certi», aggiunge. Accanto al tema economico c’è anche quello della gestione ambientale, con particolare riferimento all’Area marina protetta del Cerrano. Su questo punto, Di Mattia propone un cambio di approccio: «Dopo anni di chiusura dell’area protetta, bisogna valutare i risultati ottenuti e capire se è il momento di rivedere il modello», dice, «la vongola è una specie che vive mediamente cinque anni» spiega Di Mattia «e che oltre una certa dimensione muore naturalmente: lasciare la risorsa inutilizzata, secondo questa visione, rischia di trasformare il fondale in un accumulo di gusci».

Da qui la proposta della cosiddetta Vongola del parco: una pesca controllata, contingentata e monitorata scientificamente, con poche imbarcazioni autorizzate, orari definiti e quantitativi stabiliti. «L’obiettivo è coniugare tutela e utilizzo sostenibile della risorsa», chiarisce Di Mattia, mettendosi a disposizione delle varie realtà ambientaliste su come eventualmente intervenire. Non solo tutela ambientale dunque, ma anche sostenibilità economica: «i proventi di questa attività potrebbero contribuire al mantenimento dell’area marina, creando un sistema virtuoso», conclude il presidente del Cogevo. Un modello che punta a superare contrapposizioni ideologiche e a costruire un equilibrio tra protezione dell’ambiente e attività produttive.

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