Marsilio al Centro: «Dicevo che ero fascista, invece noi gabbiani siamo post-neo-fascisti»

21 Marzo 2026

Il presidente della Regione si racconta, dalle prime battaglie alle elementari fino alla fondazione di Fratelli d'Italia

L'AQUILA.​​​​​​ Marco Marsilio, governatore dell’Abruzzo. Ma anche fondatore di Fratelli d’Italia. Ma anche animatore della corrente dei Gabbiani, nel vecchio MSI, uno dei pochi testimoni dell’iscrizione di Giorgia (e Arianna Meloni) il giorno del leggendario ingresso, nella storica sezione della Garbatella. Ci mettiamo a parlare del referendum, nel suo ufficio, un giorno, finiamo a parlare di tutte queste cose, dell’identità della destra. Saltiamo il pranzo: rimaniamo per quasi quattro ore inchiodati. Il risultato è un racconto doppio, personale e politico. Pieno di dettagli inediti che aiutano a capire il Dna più profondo di Fratelli d’Italia. Non è una delle tante interviste da governatore. Se siete curiosi di questa storia, mettetevi comodi e godetevi il film.

Cosa faceva tuo padre?

«Era un semplice geometra, al Comune di Roma».

E tua madre?

«Una normalissima casalinga. Vengo da una famiglia normale. Ero e sono un figlio del popolo».

E hai avuto una educazione politica?

«(Ride). Ehhh… L’unica tribuna elettorale che si sentiva a casa mia era quella di Giorgio Almirante».

Solo lui?

«Bisogna ricordare a chi è giovane che quelle tribune erano lente, formali… una noia mortale. Ma Almirante no!».

Almirante cosa?

«Beh, lui ti teneva incollato».

Quindi da missino.

«Sì, ma dal lato materno erano tutti di sinistra».

Cioè?

«Mio nonno, Dorelio Di Giulio, era noto in tutta Tocco da’ Casauria perché non rispondeva all’appello del Sabato fascista».

Antifascista.

«Peggio. Comunista ortodosso. Come un altro zio, Eolo, e come mia nonna Lucia, stalinista granitica».

Addirittura.

«Commentava il telegiornale insultando e imprecando quando c’era uno di destra. E poi, quando sentiva parlare delle tensioni sociali nella Germania dell’Est, dopo la caduta del muro, diceva: “Vedi? Hanno voluto il capitalismo, ora si attaccano ar… ah ah ah”».

Ho capito. Invece tuo padre Luigi?

«Era del 1934. Orgoglioso di essere alpino. Da bambino mi ha fatto girare l’Italia per raduni. Penna nera».

Ci sono anche tanti alpini di sinistra…

«Pensa che lui non fece l’ufficiale perché non voleva la fascia blu della Repubblica sulla divisa: “Non me la metto!”».

E tua madre Beatrice?

«Era socialista. L’abbiamo riconvertita alla fiamma, solo in tarda età, noi figli».

Tutti e tre missini?

«“Il lungo”, che ero io, “la lunga”, la mia gemella, e “il lunghetto”, il nostro minore. Tutti di destra, e sfegatati, da ragazzi».

Iniziazione politica?

«Alle medie».

Possibile?

«Per dire: all’esame di licenza ho una datazione certa».

In che senso?

«Scrissi nel tema d’esame che nella guerra delle Falkland stavo con gli argentini».

Con i cattivi?

«Con la dittatura di Videla, insomma».

E ricordi anche perché?

«Ovvio: contro l’imperialismo coloniale inglese, per l’indipendenza dei popoli».

Superiori al liceo scientifico Cavour.

«Sono entrato nel 1982. Il Fronte della Gioventù a scuola non c’era».

E ce lo fai arrivare tu.

«Mi avvicino dopo che dei ragazzi del Fronte avevano distribuito un volantino contro il golpe filo-sovietico del generale Jaruzelski, in Polonia. Io stavo con i dissidenti».

E così vai a Colle Oppio.

«Ci trovo i ragazzi un po’ più grandi di me: Paolo Colli, ecologista, fondatore di Fare Verde».

Scomparso da giovane.

«Sì, un dolore. Lo ricordiamo alla Camera il 25. E poi Fabio Rampelli».

Che diventerà sia il tuo maestro che quello di Giorgia.

«Per me entrare nel Fronte fu un gesto di ribellione: negli anni Ottanta ancora si sparava, a Roma. Paolo di Nella era stato ucciso nel 1983».

Gli Anni di Piombo erano finiti con quel delitto ma non lo sapevamo ancora.

«Un giorno, una uscita anticipata, a scuola si trasformò in una “Assemblea antifascista”».

E il giovane Marsilio che fa?

«Per un paio d’anni nulla. Si eleggeva il consiglio di istituto, con diverse liste, e parlavano solo quelli di sinistra».

E poi?

«L’anno successivo vinse una lista di centrodestra moderato, diciamo, ma non cambiò nulla».

C’erano dei giovani |di area Dc?

«Sì, ma addormentati. Allora io e gli altri del Fronte ci opponiamo a questi smidollati democristiani e facciamo una lista contro di loro».

Tutto facile.

«Macché, era difficile trovare uno che ci mettesse la faccia».

Ti candidi tu.

Sì, e vengo eletto. A quel punto siamo diventati un gruppo studentesco che gravitava su Colle Oppio. Ma con una lingua diversa da quella della destra tradizionale».

Ricordo una manifesto che invidiavo al Fronte: coloratissimo, con una immagine fantasy e uno slogan: Scatena la fantasia.

«(Ride) Sono contento, perché l’avevo fatto io».

I giovani missini cambiavano pelle e lingua politica.

«Ma sai quante critiche tra di noi! Se non mettevi il tricolore della tradizione, Odino e le aquile, le asce e la celtica nel nostro mondo più… antico, ti guardavano male».

Ti trovi un compagno di giochi di ruolo che oggi è diventato sottosegretario alla presidenza del consiglio.

«(Serio). Giocavamo di notte e ci divertivamo molto. Eravamo due nani».

Prego?

«(Ride). Nel gioco, intendo».

Siamo in zona Signore degli Anelli, il libro che avete trasformato in una vostra Bibbia politica.

«È vero il contrario: era per la cultura di sinistra che Tolkien veniva etichettato come “un fascista”».

Ti iscrivi, con la tessera?

«Mica così facile: c’era… l’accesso selettivo».

Cioè?

«Per un retaggio cospirativo, dovevi superare delle prove prima di essere accettato».

E tu?

«Una volta rifiuto. Poi vengo accettato e non me ne vado più. Per la vita, come vedi».

Nascono “i gabbiani”, il gruppo inventato con Rampelli che oggi sono i nonni di Fratelli d’Italia.

«Iniziammo da uno striscione che era un manifesto: “Per uscire dalla palude”».

E poi?

«Una campagna con dei manifesti in serigrafia a puntate: “È amore”, “È rabbia”, “è amore per il proprio popolo”».

E poi?

«Fabio introdusse il simbolo del gabbiano, che si rifaceva a Jonathan Livingston, nella nostra campagna più importante: gli anniversari della strage di Acca Larentia».

Era l’8 gennaio 1978: due missini uccisi da anonimi dell’autonomia, una mitraglietta che spara quel giorno e che poi finirà nelle Br, un terzo, Stefano Recchioni, ucciso dalla polizia.

«Che era iscritto a Colle Oppio. Un martire per noi».

Il fratello di Stefano, Massimo, era di sinistra. La madre anche. Una scultrice.

«Venne ad osservare le nostre iniziative, un po’ dubbiosa, senza farsi notare».

E cosa accadde?

«Dopo un po’ ci consegnò un calco di un bassorilievo con il suo volto. “Non sono di destra, ma oggi Stefano lo ricordate solo voi”».

E il calco?

«Lo diede fisicamente a me. Mi vengono i brividi».

Fu appeso nella sezione Colle Oppio. In quel giorno di Acca Larentia nacquero i Nar, molti uscivano dal Fuan. Il battesimo dello “spontaneismo armato”.

«La ricerca della sezione Colle Oppio rompeva ogni legame con quella storia degli anni Settanta, con i suoi simboli».

Quanti saluti a braccio teso ha fatto il giovane Marsilio?

«Nei primissimi anni, da ragazzo. In occasione del presente. Poi mai più. Nascevamo dalla discontinuità con il nostalgismo. Portavamo la mano sul cuore e basta».

Per distanziarsi dai neofascisti classici?

«Perché ci eravamo evoluti in una nuova identità».

Fondate una rivista – il Morbillo – annunciata da un manifesto a pois senza simboli.

«Questa è divertente. Lo slogan era “Diffondi il contagio”. La seconda puntata doveva essere: “Acquista il Morbillo”».

Era il 1987, perfetto.

«Perfetto un corno. Ci contatta l’Istituto superiore di sanità: “Ma siete matti?”».

Ah ah ah. Costruite strani rituali tolkieniani, come “il richiamo del corno”.

«Detto così pare una cosa massonica. Non c’era nulla di strano, era una festa ispirata al Corno di Boromir».

E cos’era “Analnatrac la magia del fare”?

«Una casa editrice per stampare il Morbillo e altro. L’amministratore delegato, a 21 anni, ero io».

Festeggiavate il solstizio, come i vecchi rautiani.

«Nulla di mistico e pagano, però: Letture al tramonto. Molto suggestive».

E poi l’antenato di Atreju, “il raduno della Contea”.

«Era la festa della nostra comunità: si faceva una volta al Pincio, una volta a Colle Oppio…».

Il vostro laboratorio postmissino.

«È vero. Una svolta culturale e antropologica. Niente più labari, vichinghi nibelungici. Il gabbiano iniziò a volare su un fondale Verde Pantone 333».

È l’alfabeto della classe dirigente della destra che oggi governa l’Italia.

«Storicamente è vero. Giorgia è entrata nella militanza quando queste riflessioni erano già avvenute. È cresciuta in questo mondo».

Tecnicamente siete una scissione tradizionalista della destra sociale rautiana.

«Si può dire così».

Spieghiamo questa differenza con un esempio.

«Ricordo un corso di formazione del Fronte: c’erano due seminari».

Quali?

«Uno – a cui mi iscrissi io – era su Alain de Benoist e la Nuova destra. Fichissimo».

E l’altro?

«Era quello preferito dai rautiani, su Julius Evola».

Evola, “il barone nero”, filosofo totem di tutti i neofascismi.

«Per carità, Evola come filosofo è interessantissimo. Ma per noi non era più un riferimento politico».

No? E cosa accadde?

«Litigammo per due anni su questo benedetto seminario».

Perché?

«Motivi politici. Ma anche ideali: per noi la vocazione sociale era l’esatto opposto dell’elitarismo di Evola».

Come si discuteva?

«In maniera esasperante. Ricordo che alla fine dissi a qualcuno: “Continuate pure a farvi le seghe sui testi sacri. Noi andiamo oltre”».

“Oltre”. Un altro manifesto storico, sulla caduta del muro di Berlino.

«Esatto. Per noi la fine dei blocchi era una liberazione».

E non è una leggenda l’arresto di Gianni Alemanno, che si era buttato sotto la macchina di George Bush padre, per protesta anti-americana?

«Ma che leggenda? Sono finito in carcere».

Andiamo bene. Racconta.

«Sono stato arrestato. Eravamo una cinquantina quelli che dovevamo bloccare il corteo ad Anzio».

Era il 1989.

«Successe l’ira di Dio, ma curiosamente le immagini apparvero soltanto su una tv americana e su un giornaletto locale di Anzio».

Non su Il Secolo?

«Non piaceva al partito. Gesto troppo estremo».

Per voi era il coronamento del vostro slogan “Né Usa né Urss, Europa Nazione”.

«Abbiamo rischiato che ci sparassero».

Possibile?

«Dopo una giornata di sopralluoghi, avevamo pensato un piano troppo accurato».

In che senso?

«Si votava per europee. Quindi ci venne in mente di montare un palco, su una piazzetta, lungo il percorso per un comizio».

Era un alibi per essere lì.

«Esatto. Avevamo anche gli oratori che erano Croppi e Cellai».

Avevate sottovalutato?

«Macché: in una riunione, la sera prima, si disse: “Siete consapevoli, del rischio? Chi ha famiglia e non può rischiare resta un passo indietro».

E tu?

«(Risata) Io sentendomi un eroe alzo la mano: “Ci sono”. Con Gianni, in prima linea».

Cosa avevate in mente esattamente?

«Arrivare a ridosso dell’anello di protezione. E poi resistenza passiva dimostrativa».

E come finì?

«Rompemmo l’anello, ci ritrovammo davanti alla macchina, fummo gonfiati come zampogne».

Non ci posso credere.

«Il questore era Umberto Improta. Nessuno si aspettava un piano così, c’erano delle transenne che spostammo come nulla, e gli americani, se la polizia italiana non ci avesse fermati, ci avrebbero sparato».

Se ci ripensi ora?

«Siamo stati dei matti, poteva scapparci il morto».

E a caldo, quando vi ritrovate in questura?

«Euforici, gasati. Ci siamo anche divertiti».

E poi?

«Gianni, chi ti parla e gli altri arrestati sono stati in carcere per tre giorni e due notti».

Altra leggenda: ci sei anche tu il giorno in cui Giorgia Meloni si va ad iscrivere alla sezione Garbatella.

«Lo ricordo come se fosse ieri. Gli aprì la porta Andrea De Priamo. Lei e Arianna attraversarono la stanza e si sedettero davanti a me».

Ma sarà un ricordo ricostruito. Un dirigente romano e nazionale che si ricorda di due matricole?

«C’è un motivo. La riunione si faceva perché gli autonomi avevano pestato i nostri, durante un banchetto a San Paolo».

E che c’entra?

«Episodio grave, vado in sezione per rincuorare e riorganizzare e… ».

Cosa?

«Eravamo tutti in piedi nel salone. Uno con una benda, uno con un cerotto. Un con il braccio fasciato al collo. Mentre parlo di questa aggressione molto violenta entrano queste due bambine bionde…».

Bambine?

«(Ride). Beh, studentesse medie, non alte… e dicono: “Vogliamo fare politica”. Mi sembrava la scena di un film».

E quando hai capito che quella bambina era la Meloni. «Guarda, chi fa politica ha l’occhio critico. L’ho inquadrata subito».

Addirittura?

«Non eravamo migliaia».

E cosa erano allora, lei e Arianna?

«Attività dedizione, puntualità, inventiva: due militanti modello».

E perché fa strada Giorgia e non Arianna?

«Perché lei aveva una bellissima testa – la stessa di oggi – ma era timidissima. Giorgia aveva un coraggioso leonino».

Il loro dirigente studentesco era l’attuale presente della commissione cultura alla Camera, Federico Mollicone.

«Senti, la scena è questa. Assemblea di istituto in una scuola, ci dicono: “Voi fascisti non parlate!”».

Negli anni Novanta. Il vostro movimento si chiamava “Gli Antenati”.

«Ancora oggi non puoi andare. E all’epoca era peggio. Fermavano Giorgia. E noi agivamo».

Cioè?

«Io e Federico a testuggine Attacchiamo il centro palco. Testa di ponte».

E poi?

«Arrivano altri due che issano Giorgia sollevandola per le braccia… ».

Ma che è? Un assedio medievale?

«In parte sì. Lei, leggerissima, sale arrampicandosi su me e Federico, prende il microfono e poi… non la fermavi più».

Hai un po’ romanzato?

«Sarà accaduto cento volte».

Ecco perché lo slogan degli Antenati era “Wilma, dammi la clava”.

«Non fare lo spiritoso. Se racconto questo è perché così si spiega la sua determinazione assoluta, anche in questo referendum. Le due Meloni, insieme, erano una coppia formidabile. E ora lo sono ancora: solo che – sorriso – guidano il Paese».

Quando diventate amici?

«Subito. Vivevamo in modo totalizzante. Affissioni di notte, cortei di mattina, riunioni la sera…».

Ma mica era West Point.

«Anche le vacanze facevano insieme».

Una comunità consanguinea.

«Perché pure gli amori nascevano in questo modo. Mica avevi il tempo di andare a corteggiare qualcuno fuori».

E le vacanze?

«Organizzai io le estati ad Acireale, a Cefalù, a Soverato. E andando lì frequentavamo i camerati “di fuori”».

Sono state così importanti?

«Quelle vacanze sono il cemento che fece vincere a Giorgia al congresso di Viterbo in cui è diventata leader di Azione Giovani».

Addirittura?

«Ai blocchi di partenza dovevamo straperdere».

Fini non vedeva di buon occhio la vostra ascesa.

«Noi gabbiani eravamo alleati della corrente Gasparri-La Russa. Che governava il partito. Fini vedeva bene i giovani guidati dalla destra sociale».

Quindi si rompevano gli equilibri.

«Esatto. Ma Giorgia, nella comunità nazionale, era già Giorgia: questi militanti votarono tutti per lei».

È vero che sei stato tu il regista di quella vittoria, per soli sette voti?

«Uno dei registi. Insieme a tutti gli altri. Io avevo il pallottoliere. Ricordo Luca Malcotti che inseguiva iscritti di mezza Italia… ah ah ah».

Lo scrutatore degli avversari, che sostenevano Fidanza, era Delmastro.

«Loro erano alemanniani. I nostri rapporti umani erano molto profondi, anche con gli avversari. Tant’è vero che Giorgia li cooptò in maggioranza, un minuto dopo aver vinto. Tutti quelli di Viterbo sono stati fondatori di Fratelli d’Italia. Uno zoccolo duro».

Amichettismo di destra, vi accusano.

«Comunità umana. Nipoti, sorelle, il clan: la forza vera della nostra classe dirigente».

Hai fatto in tempo a seguire Sorrento, il congresso della prima vittoria di Fini?

«No, troppo giovane: l’ho seguito su Radioradicale».

E Rimini?

«C’ero, e stavamo con Rauti».

Che quella volta vinse.

«Dove sto io si vince sempre. Ricordo le scazzottate memorabili che segnarono quell’elezione».

Anche queste leggenda metropolitana?

«Macché, lividi e segni: facemmo a botte sotto il palco per salire, e sopra il palco, per restarci».

E ora cosa pensi di quei giorni?

«Il Msi aveva la vita interna più democratica della Prima Repubblica, un fatto storico. Nessun’altro – come quel Fini – poteva entrare leader, e uscire degradato, a sorpresa».

E poi?

«Su Il Secolo, sotto il titolo: “Rauti segretario”, c’è una foto, nella folla c’è un gruppo di matti riconoscibili».

Che matti?

«Eravamo nei tempi dei primi Cobas (militanti di base), ci eravamo inventati i Mibas. Cobas missini. Raccogliemmo tredici delegati. Che sventolavano bandiere, abbracciati, e cantavano: “Il domani appartiene a noi”. Uno sono io».

Goliardia e musica identitaria della Compagnia dell’Anello, il gruppo feticcio dei giovani missini.

«Era il nostro mondo, dove si fondevano musica e politica: Amici del vento, la Compagnia… pensa che anche Colle Oppio aveva un suo gruppo, gli Aurora. E sai chi ci ha cantato fra gli altri?».

La Meloni. E come era?

«Intonatissima».

Ti sei definito “fascista”, tu?

«Da ragazzino a 14 anni è chiaro: quando tu hai un contesto che ti addita e ti insulta, reagisci per una molla interiore: “Va bene, sono fascista”. Una radicalizzazione inevitabile».

E ora, guardandoti indietro?

«Noi gabbiani siamo post-neo-fascisti. Mai stati fascisti, mai avuto nostalgia del ventennio. Il culto dei caduti degli Anni di Piombo ci ha segnato molto di più, per i motivi che ho detto. Andavo a scuola sei mesi dopo che avevano spaccato la testa a Paolo Di Nella».

Quando hai capito che eravate “post”?

«Dopo un corteo finito a Valle Giulia. La “mutazione antropologica” da vecchio ambiente missino era visibile».

Eri diventato “un capo”, un dirigente nazionale: la politica ti ha cambiato?

«Macché. Abitavo a Prenestina, in periferia. Avevo un piumino Ellesse e non un Monclair, perché non potevo permettermelo. Avevo i Levi’s 501, ma quelli di porta Portese».

La rottura con i fratelli- coltelli rautiani su cosa avviene?

«Al congresso di azione Giovani Per l’elezione di Basilio Catanoso».

E da lì in poi a Roma diventerete “rivali”. Chi erano gli altri?

«Alemanno, Augello, Roberta Angelilli… con la destra sociale c’erano anche Croppi e Marcello De Angelis, che divenne il direttore della loro rivista, Area».

Tu vieni eletto.

«Consigliere della prima circoscrizione. Pensa che il presidente era l’ex sindaco comunista, Ugo Vetere. E che c’era anche Marco Pannella. E poi Carlo Marcelletti, il chirurgo del primo trapianto».

Simpatico?

«Non veniva mai».

Ti è servito?

«Una gavetta indispensabile. Ho imparato tutto delle assemblee elettive, cose che mi servono ancora oggi da presidente».

Da lì passi in consiglio comunale.

«E mi ritrovo con Frattini, Fini, D’Alema».

E c’era il mitico Teodoro Bontempo.

«La sua impronta popolare era indelebile. Nessuno conosceva le periferie come lui».

Non gli piaceva il soprannome “Er pecora”, perché arrivato a Roma dall’Abruzzo nel 1968 dormiva in una Cinquecento.

«Posso dirti una cosa: quel nome razzista era una invenzione di Rutelli per screditarlo. Lui ci rimaneva male per questo».

Un altro dei vecchi missini da cui hai imparato?

«Giulio Maceratini, mago dei congressi e delle direzioni. Era gente da accademia della politica».

Sei stato anche il regista del patto con i ciellini all’università di Roma.

«C’erano anche gli ecologisti radicali degli Amici della terra. Ci credevo così tanto che ero fidanzato con una ragazza ciellina, Simonetta».

Oggi che fa?

«(Ride). Lavora alla Santa sede».

Da ribelli antisistema diventate finiani e di governo.

«Noi eravamo noi».

Sii sincero, cosa pensasti della svolta di Fiuggi?

«Che era giusta».

E dello strappo dello Iad Vashem?

«Ero d’accordo. Poi ti spiego meglio».

Riesci persino a laurearti in filosofia.

«Con una tesi sui fondamenti illuministici del razzismo moderno».

Attualissima.

«Nasceva dal nostro percorso politico».

Cioè?

«Una delle accuse più brucianti che ci facevamo era di essere figli delle leggi razziali. Era interessante ricordare alla sinistra politicamente corretta che anche gli illuministi erano per la schiavitù».

Ma la tesi la facesti con un professore di sinistra.

«Un luminare marxista, Nicolao Merker. Che però era privo di qualsiasi pregiudizio contro di me».

È stato difficile?

«Ho faticato, avrei potuto rinunciare, ma non ho voluto».

Faticare perché?

«La politica, fatta sul serio e non per hobby, diventa un demone. Travolge gli affetti, talvolta fa perdere persino il senso dell’equilibrio».

Conoscevi bene il futuro ministro Giuli.

«Sì. Ma lo conosceva meglio mio fratello minore, Claudio: lui e Giuli avevano fatto una scelta molto più estrema di An, il gruppo di destra radicale Meridiano zero».

E la tua sorella gemella, Laura. È stata assessore al Comune di Roma. Com’è il vostro rapporto?

«Ci divisero alle elementari. Lei soffrì molto».

Quattro in famiglia e un solo stipendio.

«(Sorride). È pesato di più a Claudio, che metteva solo vestiti che dismettevo io».

Tre mandati da consigliere comunale.

«Dieci anni, una vita. La seconda volta temevo per la rielezione, e presi quasi gli stessi voti di Fini».

Riprendiamo da “Il fascismo male assoluto”. Molti avevano il mal di pancia.

«Il giorno dopo lo strappo, per mia sfortuna, mi ritrovavo a coordinare la festa di tesseramento della sezione Monte Mario».

Perché, cosa accadde?

«C’era rabbia, orgoglio ferito. Arrivai che stavano togliendo dai muri i manifesti di Fini per buttarli nel secchio dei rifiuti».

Ah ah ah.

«Arriva Domenico Franco, un segretario di sezione famoso perché si era preso una pallottola in testa, negli Anni di Piombo. Se glielo chiedevi ti spiegava: “Ce l’ho ancora dentro il cranio”».

E cosa ti disse quel giorno?

«“Marco, ma tu devi proprio parlare?”».

E parlasti?

«Sì, e uscii anche sulle mie gambe. Un successo».

C’ero anche io, da cronista: non accettavano l’espressione “male assoluto”.

«Sarebbe facile dire che era una sintesi giornalistica. In realtà le svolte o le fai così o non le fai. Il resto è ipocrisia».

Eri anche favorevole alla nascita del Pdl? La Meloni era contraria. Voleva tenere Azione Giovani.

«Ero favorevole, era giusto così. Andai dal barbiere, dai negozianti di Esquilino: le persone normali che ci votavano erano tutte d’accordo».

Però fu una catastrofe.

«Perché Finì non gesti la cosa. Prima fece il disastroso Elefantino con Mariotto Segni. E poi si richiuse alla Camera».

Sei così duro solo oggi?

«Lo pensavo anche allora. Il disastro finale furono i referendum sulla procreazione assistita».

Non sei severo?

«Grazie a Fiuggi e allo Yad Vashem siamo diventati partito di governo. Il 50% di quelle ultime posizioni erano contro la nostra base».

Che doveva fare?

«Politica. Brunetta mi disse – e condivido – “Se Fini non ammattiva si sarebbe preso tutto il partito”».

Perché?

«Avevamo i quadri e gli iscritti, Forza Italia no. Ce li saremmo mangiati».

Fece male a fare Futuro e libertà?

«Un suicidio. Se mi avesse detto “Rifacciamo An” lo avremmo seguito. Ha fatto quel partito assurdo… i sondaggi lo davano al 7%, prese lo zero virgola».

È stato importante?

«Da quella catastrofe è nata la voglia di riscatto che ha prodotto Fratelli d’Italia».

Sei di nuovo regista della candidatura della Meloni, alle primarie del PdL. C’era anche Crosetto.

«Costruiamo il percorso per Giorgia leader, e Berlusconi cancella la consultazione. Lì Crosetto da avversario diventa compagno di strada».

Quando?

«Dopo una stoica manifestazione alla Conciliazione. E poi un giorno scopriamo di avere un popolo».

Senza la destra sociale, che era al Teatro Olimpico.

«Per carità: in quel giorni Alemanno, Augello e la Angelilli lavoravano per “Monti leader”».

E voi?

«Contro il governo tecnico: una follia lucidissima».

I Fratelli nascono tre mesi prima del voto.

«Il 21 dicembre, a Galleria Colonna. Con trenta parlamentari che si sono autotassati. Senza la Fiamma, un cordone tricolore per simbolo: è la dizione Centrodestra nazionale, per indicare i non missini».

Credevi che avreste eletto qualcuno?

«Io ero uno dei lucidi folli convinti di si. Vinsi la scommessa».

Molti non vi seguirono.

«Alcuni soggetti non hanno avuto il fegato. Alcuni, fra l’altro, che oggi sono altissimi dirigenti».

Nomi, nomi.

«(sorriso). No, per carità di patria: sarebbe volgare«.

E Giorgia?

«Fu fantastica: “Se ve la sentite ci sto”. Non era scontato che fosse lei, oggi pare impossibile immaginare chiunque altro».

Finanziamenti?

«Zero, Facemmo un debito, ipotecando le case. Più o meno 50mila euro a testa».

Ma Berlusconi?

«Verdini ci promise dei soldi, 2 milioni, che ci spettavano per il gruppo parlamentare».

Ah, vedi?

«Non ce li diede!».

E poi?

«Ero il tesoriere. Mesi dopo andai da Verdini per ricattarlo».

Metaforicamente?

«No, no, per davvero: “O mi date o soldi o non facciamo la campagna elettorale”. Disse di sì e pagò solo una parte. I debiti li abbiamo pagati per anni e anni».

Eleggeste nove deputati, nessun senatore. Quel giorno salii al gruppo e vi trovai a festeggiare. La Meloni disse: “Sarà più difficile passare dall’1.7% al quattro che dal quattro al trenta.

«Io avevo esattamente questa tesi. Così è accaduto».

Era inimmaginabile.

«Io guardavo a Grillo».

Cosa lo rese possibile?

«La storia che ti ho raccontato. Era un percorso nato molto tempo prima».

Dai gabbiani?

«Certo. Non siamo degli avventurieri che inventano quattro slogan e un simbolo. Nei consigli comunali non ce la fai, se non hai un partito».

E il segreto a cui pochi pensano?

«Giorgia non è sola: siamo troppo abitati a vedere l’uomo solo al comando, e ora la donna sola al comando. Se non hai mille persone sotto scompari, come mille meteore sono scomparse».

E il tuo rapporto con l’Abruzzo?

«Esisteva da sempre. Mio padre di Tocco Casauria. Il dialetto a casa. Il rapporto con Sigismondi, che inizia nel 1996! Quello con Biondi anch prima».

La candidatura non era scontata.

«C’era stato l’exploit dell’Aquila. Ma, anche qui, pochi credevano che avremmo potuto vincere».

Perché?

«Il primo partito d’Abruzzo era il M5S con il 40%!».

Il tuo nome non era sicuro.

«Girava una rosa di nomi. Non ho chiesto io. Ma quando me lo hanno proposto mi sono subito innamorato».

Perché proprio te?

«Un sondaggio mi dava un margine di crescita più ampio degli altri. Poi ho preso il 48.5%!».

Il M5S svuotato.

«Pensavano che sarebbe stata la prima regione del M5S. Qui è iniziato il rigetto dell’antipolitica».

Hai vinto per questo?

«Nelle salette con cento persone, ma radicati sul territorio».

E poi?

«Nelle regionali il voto di opinione non supera il 25%».

E il centrosinistra?

«Nascosero D’Alfonso a Roma, Legnini si dichiarava “civico”. La politica eravamo noi».

E oggi?

«La sinistra? Sono quindici anni che non cambiano un uomo».

Neanche voi.

Pausa. «Ma noi vinciamo. Loro perdono».

Non hai paura di loro?

«Sono la nostra assicurazione sulla vita. Come diceva Moretti: “Non vinceranno mai”. Mai più, almeno quelli».

Avete usato clientele, come dicono loro?

«Una volgare infamia. Stupidità».

Mica vi votano per lo spirito santo!

«Ci sporchiamo le mani. Decidiamo. A Manoppello, sull’alta velocità. A Pescara, sulla strada parco».

Realpolitik?

«Siamo pragmatici. Dare soluzioni, anche impopolari: non retorica».

E il buco sanitario?

«Per non chiudere gli ospedali, lo rivendico con orgoglio».

Altri segreti?

«Chilometri. Sono l’unico che si è passato tutti e 305 comuni d’Abruzzo. Fisicamente».

Una cosa che ha funzionato?

«Lo spot, con mio papà che diceva: “È bravo. Io sono lu padre”».

E poi le mutande appese filmate da Agorà. Erano studiate?

«(Risata). Eh, in qualche modo sì. Le squadre servono anche a questo. Serviva a dire una cosa vera, che io qui ci sono».

Da grande cosa vuoi fare? Il ministro?

«No».

Sincero.

«Non li invidio. Non hanno un minuto di libertà. Il tempo per la mia famiglia è la cosa che mi manca di più, ci credi?».

Bene, quando deciderai?

«Non ho mai fatto niente deciso da me. Quando la mia comunità me lo chiedeva, mi candidavo. Sono all’antica».

Cioè?

«Io non chiederò nulla».

Decide Giorgia?

«Decide la nostra comunità».

Parliamo del referendum.

«Spero che vinca il Sì e non capisco davvero tante polemiche».

Dì la verità: tu eri alla manifestazione del Fronte davanti alla Camera per mani pulite nel 1993 e gridavate: “Arrendetevi siete circondati!”. Difendevate i magistrati contro la politica.

«Eravamo gli unici a non avere inquisiti».

Non sei un Sì convinto.

«Non convinto, convintissimo. Di Pietro ha fatto Mani pulite ed è con noi.»

Sei come quelli che vogliono spazzare via la magistratura? Tradisci la destra legge-e-ordine?

«Non è vero che noi abbiamo cambiato opinione. Sono i magistrati che sono cambiati, in questi anni. Molti protagonisti, ossessionati dalla politica. Spesso impegnati in inchieste che non si chiudono mai».

E il sorteggio?

«Dire che queste persone non possano essere sorteggiate per decidere chi presiede un tribunale mi sembra francamente un’esagerazione. Capisco che chi è vicino a perdere questo potere reagisca con forza, ma il punto resta uno soltanto: dobbiamo trovare un modo per liberare la magistratura dalla degenerazione del sistema delle correnti».

Era l’unico modo?

«Noi proponiamo il sorteggio. Gli altri, però, non propongono nulla di diverso!».

Perché?

«Perché vogliono semplicemente mantenere le cose come stanno».

Cosa accadrà il giorno dopo il referendum?

«Nessuna tragedia. Se vince il Sì avremo più equilibrio, meno correnti, più serenità. Il giudice è il magistrato faranno due lavori diversi. Uno fa l’arbitro, l’altro gioca nella squadra dell’accusa. Il problema è se l’arbitro e il pm giocano nella stessa squadra».

Fini un giorno mi ha detto è curioso che la Meloni sia riuscita a costruire un partito sulla nostalgia di un partito in cui non è mai stata, il Msi. Una battuta molto interessante.

«È vera. Ma non è un male: noi conservatori viviamo questo paradosso fecondo, tra ciò che non abbiamo vissuto e rimpiangiamo, perché aveva un valore».

Quindi condividi?

«Io nel Msi però ci sono stato, non era il paradiso terrestre».

La Meloni ha ucciso – metaforicamente – i suoi tre padri: quello biologico, quello politico, Rampelli, e quello istituzionale, Fini. Condividi?

«La capisco».

Cioè?

«Il leader ha bisogno di un momento in cui acquisisce una sua libertà. Il cui si afferma senza ipoteche: sono io, solo io. Altrimenti non sei capo».

Tra Rampelli e Giorgia chi scegli?

«Io non ho bisogno di scegliere. Sono amico e fratello di tutti e due».

E il tuo rapporto con lei?

«Ho un legame di affetto, di intimità buonsenso. Quando serve lei ci sta sempre».

La pensi sempre come lei?

«Al contrario. Prendi una cosa seria come la Fiamma nel simbolo: lei la vuole tenere, io togliere».

Senza la fiamma non avreste preso il 30%.

«Mhhhh… forse prenderemmo di più? È un valore, ma anche una barriera per chi non viene dalla nostra storia».

Una dote rara della Meloni?

«Studia prima di parlare: è ossessionata. E si vede: dopo aver letto i dossier lei è convinta di quello che dice».

E poi?

«È carismatica. Quando sono un passo dietro di lei, sento la gente che si mette in fila per poterla anche solo vedere».

Hai paura di fare la fine degli altri “padri” della Meloni?

«(Pausa, sorriso). No, perché mai? Io non sono un padre, per lei. Solo un fratello maggiore».

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