Sulmona

La mafia dei pascoli dietro la strage di lupi?

10 Maggio 2026

La Procura batte la pista dell’ottenimento indebito di fondi europei. Al vaglio la documentazione del Parco nazionale d’Abruzzo dell’ultimo biennio

SULMONA. C’è anche la mafia dei pascoli tra le ipotesi investigative che sta seguendo la Procura di Sulmona in merito all’uccisione ingiustificata di animali protetti, in particolare lupi appenninici, avvenuta nel territorio del Parco nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise (Pnalm). Un fenomeno molto diffuso nelle aree del Parco. Uno degli elementi centrali dell’inchiesta riguarda infatti alcune aree agro-pastorali, dove tradizionalmente si sarebbero svolte pratiche illegali note come “pulizie di primavera”: operazioni volte a “bonificare” i terreni montani prima della “monticazione” (il pascolo in alta montagna, ndc) del bestiame, mediante metodi che oggi risultano criminogeni e dannosi per la fauna selvatica.

Per questo, secondo gli inquirenti, l’ipotesi della mafia dei pascoli resta la più accreditata tenendo conto che già in passato l’Alto Sangro è finito nella rete della Procura europea. Un meccanismo, quello della mafia dei pascoli, che è legato proprio all’ottenimento di fondi della Politica Agricola Comune, dove il controllo dei terreni rappresenta un fattore chiave. E sembrerebbe che, da fuori regione, vi siano stati dei soggetti che abbiano tentato di acquisire alcuni terreni ricevendo il diniego degli amministratori locali. Secondo questa prospettiva, l’episodio potrebbe configurarsi non solo come un atto contro la fauna selvatica, ma anche come un gesto dimostrativo e intimidatorio. I primi a spingere in questa direzione sarebbero stati gli agricoltori locali che conducono le loro aziende nel rispetto delle normative vigenti.

Nei giorni scorsi qualche allevatore è stato sentito informalmente dagli inquirenti in ordine al sospetto di un certo interesse per gli indennizzi e gli appezzamenti di terreni della zona. Qualcosa potrebbe emergere dall’analisi dei documenti acquisiti nei giorni scorsi nella sede del Parco. Dopo il ritrovamento di numerose carcasse avvelenate di lupi e di altri esemplari, come volpi e poiane, i carabinieri hanno effettuato infatti acquisizioni documentali, allo scopo di raccogliere prove utili a ricostruire gli eventi. Le indagini, coordinate dal pm Luciano D’Angelo, si rivelano particolarmente complesse e puntano a definire le dinamiche e i contesti che potrebbero aver portato a questi gravi episodi di bracconaggio e avvelenamento. La lente della Procura si è focalizzata sulle attività dell’ente degli ultimi due anni. Tra le carte, soprattutto quelle relative alla concessione di aree e all’ottenimento di indennizzo, qualcosa potrebbe venire fuori.

Il bilancio dei ritrovamenti è drammatico: 22 lupi morti tra Pescasseroli, Bisegna, Alfedena, Barrea e Corcumello, nell’area della Marsica, oltre a diverse volpi e poiane trovate anch’esse avvelenate. Le zone coinvolte includono sia spazi interni al territorio del Pnalm sia aree esterne a esso. Un episodio particolarmente significativo è stato il ritrovamento, ad Alfedena, di un sacco contenente carne contaminata presumibilmente utilizzata come esca avvelenata. Le analisi tossicologiche eseguite sui campioni prelevati tra i comuni di Pescasseroli e Alfedena hanno poi identificato con precisione “l’arma del delitto” nei fitofarmaci, ovvero prodotti agricoli di facile reperibilità, ma letali se ingeriti. I veleni sono stati inseriti con cura all’interno di bocconi di carne poi sigillati in sacchetti di plastica, una modalità di confezionamento che non lascia spazio a dubbi sulla natura premeditata del gesto volto a sterminare i predatori. Ora la Procura ha disposto analisi specifiche sui sacchetti di plastica rinvenuti, con la speranza di dare un volto e un nome ai responsabili.

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