Pescara: dal sogno Serie B alla caduta, l’incubo è realtà cinque anni dopo

Il 7 maggio 2021 a Cremona l’ultima retrocessione in serie C. Ora per ripartire servirà un cambiamento radicale
PESCARA. Cinque anni dopo quella serata amara del 7 maggio 2021 il destino si ripete. Il Pescara torna in Serie C, chiudendo nel modo peggiore una stagione che appena 11 mesi fa sembrava l’inizio della rinascita con il ritorno in B. Nel 2021 la retrocessione arrivò al termine di un campionato difficile, segnato da errori, cambi tecnici e fragilità mai risolte. Quel giorno, allo stadio Zini, la Cremonese si impose con un netto 3-0, certificando la discesa dei biancazzurri in terza serie. Da quella ferita il Pescara aveva provato a rialzarsi e la scorsa stagione è andata a segno grazie alla promozione conquistata con Silvio Baldini in panchina. Una cavalcata vissuta con passione da tutta la città: lo stadio pieno, le bandiere sul lungomare, la sensazione che finalmente il peggio fosse alle spalle.
La Serie B ritrovata sembrava poter rappresentare un nuovo inizio. Invece, un anno dopo, resta soltanto tanta amarezza. E così, esattamente cinque anni dopo la notte di Cremona, il Pescara ripiomba in Serie C. Ora serviranno programmazione, stabilità e scelte coraggiose per evitare che la serie C diventi una trappola infernale. La retrocessione del Pescara in Serie C non è soltanto un risultato sportivo negativo: è il punto più basso di una stagione nata male e finita peggio, tra errori e confusione tecnica. Un fallimento che porta firme precise e che adesso impone una ricostruzione radicale, senza compromessi né alibi.
La tifoseria ha contestato apertamente squadra e società e nel mirino è finito soprattutto il patron Sebastiani. La retrocessione è il prodotto di una gestione complessiva approssimativa. Nel calcio moderno non basta affidarsi al nome o alla storia: servono competenza, organizzazione e personalità. Elementi che quest’anno il Pescara ha mostrato a fasi alterne. Serve una rivoluzione vera. La squadra va rifondata. Scegliendo per la panchina una figura capace di ricostruire mentalità prima ancora che schemi tattici. E anche il direttore sportivo dovrà assumersi le proprie responsabilità.
La Serie C è un campionato duro, sporco, logorante. Non basta il blasone per tornare subito in alto. Servono idee chiare, fame, uomini veri e una società che sappia riconquistare la fiducia di una città ferita. La rinascita non si misura soltanto nella classifica. Si vede negli abbracci dopo un gol, negli allenamenti sotto la pioggia, nei bambini che tornano allo stadio con la maglia addosso. Perché il calcio, a volte, non parla solo di vittorie: parla della capacità di rialzarsi quando tutti ti considerano finito. E forse è proprio questo il successo più grande.
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