Silvi

Disabile buttato nel cassonetto, il padre: «Non dorme la notte e teme di non avere più amici»

I cassonetti dove è stato buttato il disabile

15 Febbraio 2026

Parla il genitore del ragazzo vittima di bullismo: «Da questo schifo voglio vedere del buono»

SILVI. Ci vuole tanta sapienza di vita per rovesciare una potenziale invettiva in un messaggio di speranza. Perché lui ha tutto il diritto di perdere il controllo delle parole per dare fiato alla sua paura e a quella degli altri. Come sempre il problema non è avere dubbi, ma lasciarsi paralizzare da questi. R.L., 49 anni, di Silvi, ha scelto di andare oltre. È il papà del disabile 17enne picchiato e buttato in un cassonetto da un gruppo di coetanei. Ha deciso, dopo la denuncia alle forze dell’ordine, che la potenza dei social era l’unica strada per esserci. E così, mentre il caso si srotola nei primi atti di un’inchiesta della Procura per i minorenni con due indagati, dalla storia di Silvi riparte l’onda lunga contro il bullismo a sbatterci in faccia che non bastano convegni e protocolli a far invertire la rotta.

Perché ha scelto di raccontare?

«Perché da questo schifo voglio tirarci fuori qualcosa di buono. Che sia per mio figlio, che sia per i ragazzi che lo hanno aggredito e che hanno bisogno di aiuto per diventare adulti migliori. Perché è evidente che chi fa una cosa di questo genere vive un disagio che deve essere affrontato, ha una rabbia con il mondo che va ricercata. Ecco, mi auguro che questa vicenda serva soprattutto a loro per essere aiutati, per capire che non si può buttare una persona in un bidone della spazzatura e pensare di farla franca. Non ci può essere sempre e solo la derubricazione in bravate, in ragazzate. È qualcosa di più profondo, un disagio che è il campanello d’allarme di qualcosa di diverso, di più profondo, di più radicale».

Suo figlio ora come sta?

«Fa fatica a dormire, è molto agitato. I neuropsichiatri che lo seguono da tempo ci hanno detto che ci vorrà pazienza, sperando che il tempo basti. È convinto che ora non potrà più avere amici, che gli altri, mi ha detto, lo chiameranno infame anche se lui, ripete, non ha fatto niente, non ha chiamato i carabinieri. La sua paura di non avere amici va oltre. Ed è questa la cosa che mi fa più male: non è giusto che un ragazzo fragile possa pensare che gli amici si comportino in questo modo. Sono convinto che se non ci fosse stato l’intervento di altri mio figlio non mi avrebbe mai detto nulla».

Lei pensa che in passato abbia subito altri atti di bullismo?

«Ne sono convinto, così come credo, ripeto, che lui non avrebbe mai detto nulla. Non si sarebbe mai confidato con me o con sua madre proprio per paura di perdere gli amici. Mio figlio non avrebbe mai raccontato per non perdere quello che per lui rappresenta una socialità, una conquista di socialità. Da poco aveva il telefono cellulare e questo per lui era una grande cosa per essere uguale agli altri. Prima di buttarlo nel cassonetto lo hanno preso a bastonate per impossessarsi dell’apparecchio».

Ha voluto ringraziare personalmente la donna che, davanti a quella scena, non si è girata dall’altra parte e ha chiamato i carabinieri. Cosa le ha detto?

«Per prima cosa ci siamo abbracciati e abbiamo pianto. Le mia lacrime il modo più vero per ringraziarla. Mi ha detto che quando ha visto quei ragazzi che stavano buttando mio figlio nel cassonetto ha urlato ad altri passanti di intervenire e si è sentita dire “Ma tanto succede sempre”. Questo mi ha fatto davvero molto male perché pensare che nessuno intervenga significa che non siamo più umani, che si può fare tutto senza rischiare di essere fermati da chi passa e vede ma non si ferma».

Ma lei questi ragazzi li conosce?

«Certo che li conosco. Qui ci conosciamo tutti e mio figlio li frequentava anche se non frequentano la sua scuola. In passato ci ho parlato e ho anche dato loro il mio numero di telefono dicendo che avrebbero potuto chiamarmi tutte le volte che magari notavano qualcosa di particolare nell’atteggiamento di mio figlio. Ora, pensando a fatti precedenti, mi rendo conto che in passato sono sicuramente successi altri episodi che mio figlio non mi ha raccontato come quando è tornato con la giaccia strappata, con i pantaloni sporchi e tanti altri episodi che ora metto insieme e capisco».

Ha ricevuto molti messaggi di solidarietà. Tra questi si sono anche quelli di altri genitori che si trovano nelle sue condizioni?

«La solidarietà è stata tantissima nei confronti di tutta la mia famiglia. Sì, mi hanno scritto molti genitori che hanno vissuto situazioni come questa e che si sono sentiti soli. Mi hanno detto che sono stati rimbalzati da una istituzione all’altra senza essere mai presi in considerazione. Questo è davvero avvilente. Bisogna denunciare. Per questo ho pensato che questa volta non poteva rimanere tutto nel silenzio, che qualcosa bisogna dire almeno per non sentirsi soli».

Suo figlio frequenta un istituto scolastico superiore. A scuola come si sente?

«Guardi, io conosco bene la condizione di mio figlio e so che non è facile per nessuno. Ci sono insegnanti e insegnanti perché, come sempre, sono le persone a fare la differenza. Le dico una cosa. Mio figlio in alcune occasioni, molto poche perché lui vuole solo essere un ragazzo come tutti quelli della sua età, ci ha detto che in alcune occasioni qualche ragazzo lo ha chiamato handicappato o ritardato. Gli ho detto che avremmo dovuto dirlo, raccontarlo ai professori. Lo sa che cosa mi ha detto? Mi ha detto: papà, lascia perdere. Quel lascia perdere è una grande sconfitta per tutti noi».

Pensa che non succederà più? Che non chiameranno ancora suo figlio handicappato? Che non lo picchieranno un’altra volta per strada?

«Da genitore spero di no, da uomo non so se succederà ancora. Se dovesse succedere continuerò a raccontare, a denunciare. Di certo non starò in silenzio con il rischio di ricevere una telefonata da qualcuno che mi dirà che mio figlio ha deciso di smettere di vivere perché stanco di subire. Questo non lo permetterò mai. A nessuno. Mi auguro che mio figlio, pur nella sua condizione, possa vivere l’adolescenza come tanti altri. Come padre ho il dovere di garantirgli questo. E sicuramente farò di tutto per farlo».

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