Ragazzo buttato nel cassonetto, Bruzzone: «La disabilità più grande è non avere un’anima»

L’analisi della criminologa: «C’è una giungla emotiva, una società che crea mostri perché antepone affermazione personale, denaro e potere a tutto il resto»
SILVI. Aberrante, orribile, folle. Lo specchio di una società malata, priva di valori. Dove, ancora una volta, a rubare la scena del male sono giovanissimi. A commentare il diario dell’orrore arrivato da Silvi è la criminologa e psicologa Roberta Bruzzone, opinionista e volto noto della tv italiana: «La disabilità più grande, oggi, è non avere un’anima». In poche parole, Bruzzone delinea la cornice dell’accaduto. Il potere esercitato nei confronti dei più fragili e la debolezza di «una generazione vuota», dietro l’ennesimo episodio di violenza.
Dottoressa Bruzzone, un altro disabile aggredito da minorenni. Non si finisce più...
«Questo tipo di adolescenti è in cerca di potere e lo trova nei più deboli. Non credo che, in un caso come quello di Silvi, possiamo ipotizzare che sia la prima volta che il gruppo mettesse in atto queste condotte».
Un gesto reiterato?
«Se arrivi, a soli 17 anni, a fare una cosa del genere a un disabile, quante altre volte avrai compiuto azioni simili? Certi atteggiamenti non nascono dal nulla».
Siamo di fronte ad una generazione che fa paura. Cosa sta accadendo?
«È una generazione cresciuta all’ombra dei sì. I ragazzi alzano sempre di più l’asticella, sono alla spasmodica ricerca di potere: l’oppressione delle vittime più vulnerabili è un’affermazione personale. Errata, sbagliata, ma che reca, a questi soggetti, soddisfazione».
Non legge, dietro queste azioni, una certa debolezza?
«Proprio così. La nuova generazione è profondamente fragile e sola. Giovani che attaccano coetanei percepiti come fragili per dimostrare a se stessi che, in fondo, sono forti. Che sanno vincere, predominare».
Ma la famiglia, mentre fuori accade questo, dov’è?
«Bella domanda. Il ruolo della famiglia è determinante. Dietro i comportamenti violenti del branco ci sono percorsi di disagio che qualcuno ha sottovalutato. Ci sono sempre dei segnali che vanno intercettati: a farlo devono essere i genitori».
Di quali segnali parla?
«Comportamenti arroganti, violenti, anche verbali. Atteggiamenti di sfida».
Si va a scuola con i coltelli, non è normale...
«La percezione è di estrema insicurezza. Siamo in una specie di giungla emotiva».
Giungla emotiva?
«Certo. Il problema non è tanto difendersi, ma sembrare il più cattivo. Una società che antepone l’affermazione personale, il denaro, il potere a tutto il resto, crea questi mostri».
Il ruolo della scuola, in tutto questo?
«La scuola non è che può fare chissà quale miracolo se certi tipi di formazione malsana nascono e si radicano in famiglia. Un tempo esistevano le punizioni. Se sbagliavi, i genitori agivano e punivano».
Non è più così?
«Oggi i genitori hanno paura di punire per la reazione dei figli. Non vogliono e non sanno affrontare la frustrazione: questo crea un corto circuito emozionale che sfocia nella violenza».
A questo ragazzi cosa direbbe?
«Fatevi aiutare perché questa ricerca esasperata di potere testimonia che c’è qualcosa che non va. Prima o poi il disagio interiore si rivolterà contro di loro. Quello che ho letto è devastante, perché si tratta di una cosa psicologicamente e fisicamente atroce per un ragazzino disabile di quell’età».
Ad agire è sempre il branco. Anche questo lo interpreta come un segnale di debolezza di chi compie violenza?
«Il branco, forte dell’azione collettiva, decide di infierire sulla vittima, nel modo peggiore. Gesti che non possono essere minimamente giustificati. C’è sempre un capo che ha voluto umiliare e infierire sul ragazzino».
Siamo di fronte ad una storia agghiacciante. L’ultima di una lunga serie.
«Che sia una storia agghiacciante è fuori di dubbio, come può essere quella di un 11enne che subisce abusi fuori dalla scuola da un gruppo di ragazzini che frequentavano il suo stesso istituto. A Silvi il protagonista è un disabile preso di mira da 17enni. Sono giovani che presentano tratti specifici».
Di che tipo?
«Impulsività estrema, assenza di freni inibitori, ricerca compulsiva di dominio, disprezzo per l’altro e vuoto emotivo profondo. Sono personalità disturbate che esercitano il controllo. Ma i campanelli d’allarme ci sono sempre. È che vengono minimizzati o fraintesi».
Torniamo al ruolo genitoriale?
«Uno dei problemi principali è rappresentato dalla mancata capacità dei genitori di cogliere, per tempo, i segnali di personalità disturbate nei figli. Molti adulti rifiutano di riconoscere che il proprio figlio possa essere violento o manipolatore».
Perché?
«Significherebbe ammettere che qualcosa si è spezzato nel percorso educativo familiare. Che hanno fallito nel ruolo di genitori, ed è difficile da digerire. Cadrebbe la narrazione rassicurante dei bravi ragazzi di famiglie spesso normali, senza ombre apparenti».
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