È la giornata della pietà e della volontà di rinascita

13 Gennaio 2018

Quella di oggi è una data ad altissimo pathos e valore identitario

Centotré anni fa, ai primi chiarori di un gelido mattino d’inverno, una protratta e disastrosa onda sismica si è liberata nel sottosuolo fucense cancellando di netto la millenaria storia di una terra da sempre adusa a misurarsi con le avversità della natura. Il potente terremoto di matrice tettonica che ha investito Avezzano, Celano, Cese, Alba Fucens, San Benedetto, Ortucchio, Lecce, Trasacco, Gioia, Pescina e numerosi altri paesi del circondario lacustre, ha ovunque seminato morte e distruzione, producendo una cesura irreversibile tra il prima e il poi. E, nel verificarsi di questa cesura, strazio, sfacelo, smarrimento degli animi.
Del Big One della Marsica si conoscono molti e documentati particolari informativi, soprattutto in conseguenza delle reiterate celebrazioni del suo centenario promosse con solennità d’evento durante l’intero corso del 2015. Si sa che la scossa ha avuto una magnitudo elevatissima (settimo grado Richter, undicesimo Mercalli) e che ha seguìto di sei anni quella catastrofica che a Messina e Reggio Calabria ha causato oltre 100.000 vittime. Si sa che ha ucciso oltre 30.000 persone, con percentuali locali assai diverse tra loro e che solo ad Avezzano hanno riguardato 10.719 residenti sui 13.119 censiti. Si sa che ha distrutto gran parte del patrimonio edilizio originario e che lo scavo delle macerie ha mobilitato oltre 10.000 soldati, alacremente impegnati tra i detriti fino all’entrata in guerra il 24 maggio dello stesso anno. Si sa, inoltre, che in Abruzzo e nella provincia dell’Aquila i movimenti tellurici hanno sempre fatto parte integrante dei quadri umani dell’esperienza, plasmando la morfologia dei luoghi e conferendo agli abitanti quel senso di precarietà esistenziale tipico di chi è costretto a sottostare ai dettami di una natura calamitosa e a confrontarsi con eventi storici ad alto tasso di instabilità politica.
Ma la memoria collettiva costruita attorno al ricordo della catastrofe fa sapere anche che la scossa, con i rovinosi effetti causati alle persone e alle cose, ha innescato un fenomeno di mutazione che ha resettato la vita dell’intero territorio marsicano, determinandone un irrimediabile collasso strutturale. Fa sapere anche che nei centri fucensi ricadenti all’interno del cratere il sisma ha modificato in maniera radicale la composizione socio-anagrafica degli abitanti, nonché le fragili basi economiche sui cui si stava gradualmente reimpostando il comparto produttivo dopo il prosciugamento del lago e il reimpiego lavorativo delle maestranze ripuarie. Il terremoto, infatti, in un sol colpo ha completamente disintegrato le basi materiali dell’esistenza su cui si reggeva l’intero sistema comunitario locale: economia di prossimità basata sull’integrazione delle risorse agrarie, eno-olearie, orticole e ittiche; forme di reciprocità e di partenariato lavorativo impostate all’insegna della solidarietà parentale, di vicinato e di paese; marcata e riconoscibile caratterizzazione dei patrimoni culturali immateriali trovanti espressione nei dialetti, nelle ritualità e nelle pratiche consuetudinarie di matrice folklorica.
La stessa memoria collettiva costruita attorno alla rievocazione dell’evento rammenta per di più che se da una parte la scossa ha disintegrato l’unità psichica delle popolazioni sinistrate, frantumatasi sotto il maglio dei decessi, dei crolli e degli inevitabili sfollamenti abitativi, dall’altra ha determinato il formarsi di generazioni di orfani sui quali si è meritoriamente incentrata l’opera filantropica di don Luigi Orione, il cui impegno indefesso ha dato una prospettiva di sicurezza e di formazione lavorativa a migliaia di adolescenti rimasti privi di tutela e di guida genitoriale.
In epilogo. Per Avezzano e la Marsica la giornata del 13 gennaio rappresenta una data ad altissimo pathos e valore identitario, essendo la ricorrenza più importante che l’attuale cittadinanza locale (benché “genotipicamente” diversa da quella di 100 anni fa) serbi con premura nel proprio album dei valori condivisi.
Rappresenta inoltre l’evento commemorativo più inclusivo ed emotivamente partecipato che, oltre a celebrare il senso di pietà per i morti, mira a evidenziare la volontà di una rinascita da perseguirsi nel segno della reminiscenza e della continuità storica. Una rinascita che sappia coniugare l’antico con il moderno, la tradizione con l’innovazione, la convenienza con la sostenibilità, il benessere con la solidarietà, il terziario avanzato con l’agricoltura multifunzionale, il capitale economico con quello relazionale e umano. Un capitale, quest’ultimo, che dal prosciugamento del lago a oggi non ha mai cessato di contaminarsi e di ridefinirsi costantemente nelle sue componenti etniche (francesi, piemontesi, marchigiane, emiliane, ma anche magrebine, slave, asiatiche, sudamericane) e di ceto (agronomi, manutentori, coloni, ingegneri, fisici, manovali, braccianti), garantendo così concretezza alle prospettive di sviluppo e di crescita del territorio. Uno sviluppo e una crescita i cui presupposti possono scaturire anche dal lutto e dalla disgrazia: purché si sia in grado di fare un uso critico e non retorico della memoria.
Scrivevo esattamente due anni fa per le pagine di questo giornale: «A questo deve servire il ricordo: a trarre lezione da ciò che è accaduto, a far sì che i lutti non si ripetano, a formare le coscienze, a identificare i livelli di responsabilità passati e anche futuri. Sì, perché il terremoto non è unicamente un evento naturale che genera conseguenze sulle cose: è anche un evento che produce effetti sul piano umano, sociale, economico e quindi anche politico. A chi serve dunque il ricordo? La risposta è evidente. Il ricordo non serve ai morti che sono morti e che non possono né rammentare né alleviare le sofferenze dell’essere defunti dal mantenimento della memoria. Il ricordo serve esclusivamente a noi, ai vivi, a coloro che hanno bisogno di riconoscersi come comunità dandosi un’identità che definisca il senso di sé nel qui e nell’ora. I morti, invece, vogliono solo che il proprio sacrifico non sia stato vano e che sia utile a mettere sul tavolo della riflessione dei vivi urgenze non eludibili, né derogabili: come la prevenzione, l’adozione di criteri di costruzione sicuri, la dotazione di leggi efficaci contro la corruzione e le infiltrazioni malavitose che puntualmente si scatenano in conseguenza di ogni calamità naturale. Solo in questo modo la loro memoria potrà diventare per tutti un’ombra protettrice che guida verso un futuro fatto di autenticità, di responsabilità e di piena consapevolezza dell’essere umani».
(* Antropologo, Università
di Roma Tor Vergata)
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