A Tornimparte rivive il rito di “Ju Calenne”

26 Aprile 2016

Crescono le aspettative per il rito dell’Albero del Maggio, “Ju Calenne”. Nella notte tra il 30 aprile e il 1° maggio un gruppo di uomini vigorosi taglia un albero di pioppo alto e maestoso, lo trasporta davanti alla chiesa di San Panfilo e lo issa prima dell’alba stabilizzandolo nel terreno. Agli occhi di chi non ne conosce il significato, possono sembrare gesti banali che, invece, rappresentano una delle tradizioni più antiche, che fa uscire il paese dai confini della valle del Raio per collegarlo alla storia dell’Europa.

L’ALBERO DEL MAGGIO IN EUROPA. Tracce del rito sono presenti, ad esempio, in Germania, Svezia, Inghilterra. La tradizione, di origini longobarde, torna tra pochi giorni con una festa riproposta da un gruppo di giovani nel 1973, dopo 50 anni d’interruzione. Alla testa c’ero io, con me ragazzi che credevano nella valenza culturale del rito. Nella notte di sabato rivivono, dunque, le “pulsioni” ancestrali del mondo contadino, con le sue credenze popolari, e della cultura materiale legata alla terra e ai boschi.

I GIOVANI. Protagonista per una notte è l’accétta, lo strumento fedele con cui i carbonai procedevano al taglio ceduo delle piante sulle montagne dell’Appennino e nelle bonifiche Romane. Oggi non resta nulla di quel mondo: bene che una tradizione come quella del “Calenne” riporti tra i giovani il desiderio di riscoprire l’appartenenza a una comunità, contribuendo a rinnovare la festa. La loro energia è fondamentale nella prova di forza collettiva costituita dal trasporto del “Maggio”. Dal punto di vista storico e antropologico, il rito del Calenne è ancora tutto da indagare. Si dovrebbe approfondire, ad esempio, il suo legame con il Santo patrono della frazione di Villagrande, San Panfilo. La festa del Santo cade, infatti, il 28 aprile (due giorni prima del Calenne), ossia nel giorno in cui a Roma, nel 241 a.C, si svolgeva la “floralia” in omaggio alla dea Flora, protettrice delle gemme: anche San Panfilo nella cultura popolare propiziava le piogge e proteggeva le campagne e gli animali. Un altro elemento comune è la consuetudine, in tempi più recenti, di portare nel giorno della festa le sementi sul sagrato della chiesa per farle benedire.

PAGANO E CRISTIANO. Indagando all’interno del rito troviamo, poi, elementi pagani e cristiani che si sono contaminati fino ad arrivare a noi (da accennare anche che la tradizione, per lo più tramandata oralmente, viene citata negli Statuti Aquilani). La festa dell’Albero del Maggio di Tornimparte era un omaggio al risveglio della terra a primavera e allo “spirito” della vegetazione che viveva, secondo le antiche credenze, nelle piante più grandi, aiutando la maturazione delle messi e la fecondazione delle donne e degli animali. Un altro elemento che prova il legame tra San Panfilo e il rito del “Maggio” è l’esposizione davanti al cancello della chiesa, nella mattina del 28 aprile, dei rami di faggio fioriti: “ju faittu”, simbolo della fine dell’inverno e della possibilità per gli animali di uscire dalle stalle.

“LA COSTA DE MAJE”. Questo periodo dell’anno era un passaggio difficile per i contadini, perché finiva la scorta di grano per le persone e i foraggi per gli animali e la terra ancora non fruttificava per la nuova stagione. I pastori vedevano il mese di maggio come una irta costa da risalire e, per quanto lo temevano, non lo chiamavano nemmeno per nome (dicevano: “quiju appresso a abbrile”). Lo ha spiegato anche l’antropologo Alfonso Maria Di Nola, docente della storia delle religioni all’università di Napoli, definendo quel periodo dell’anno una “strettoia” attraverso la quale le popolazioni dovevano passare, pena la sopravvivenza. Una volta issato come “divinità” contro l’incertezza, l’albero restava fino al giorno dell’Ascensione chiudendo, così, un ciclo agrario: poi i pastori salivano la montagna con gli animali. Oggi il rito non serve più a placare lo spirito della vegetazione, ma resta un momento di forte unità sociale: giovani e anziani, anche solo per pochi giorni di festa, si ritrovano in un ponte virtuale tra passato e presente. “L’urlo” stridulo che la pianta emette nel momento dell’abbattimento è come un grido di dolore della comunità tornimpartese che non vuole morire ma aspetta il suo riscatto politico, economico e sociale.

* storico locale